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Donne senza volto nel Bangladesh
[03.04.03] Con lo slogan “un volto per la vita” l’associazione di volontariato
COOPI ha dato il via ad una campagna di sensibilizzazione per le ragazze
del Bangladesh, deturpate con l’acido solforico da corteggiatori respinti.
L’intento è quello di dare un aiuto concreto alle vittime di questo
nuovo tipo di violenza iniziata negli anni Ottanta e che ha avuto, da
allora, un continuo crescendo. Sono circa 300 le ragazze che ogni
anno nel Bangladesh subiscono questo tipo di aggressione.
In Italia la notizia si è diffusa solo nel 98, grazie ad un articolo
apparso in un inserto settimanale del quotidiano “La Repubblica”. In
un reportage su “D la Repubblica delle Donne” la giornalista Renata
Pisu racconta, per la prima volta, la drammatica storia di centinaia
di ragazze bruciate con l’acido solforico, perché avevano rifiutato
le avance di un uomo.
I casi denunciati fin‘ora alla polizia sono circa 117 ma
forse sono altrettanti quelli taciuti. Sono le stesse vittime ed i loro
familiari che spesso nascondono la violenza subita. Forse perché in
Bangladesh è ancora viva la cultura indù che se una donna è stata punita
così duramente in questa vita, deve aver combinato qualcosa di molto
grave nelle precedenti incarnazioni.
Anche un’organizzazione locale, “Naripokkho”, da qualche
tempo, si batte per avere giustizia ed ottenere dal governo un sostegno
economico e assistenza medica per le sopravvissute allo sfregio. Gli
sforzi dell’associazione sono stati però, finora, vani. Il governo ha,
infatti, varato una legge nel 1995 che prevede l’ergastolo o la pena
di morte per chi getta acido solforico contro una donna, ma nessun uomo
è stato, finora, condannato. Eppure, molti “acidificatori” sono stati
individuati e denunciati.
Tra le vittime dell’acido solforico c’è anche Bina che
oggi è una volontaria dell’organizzazione “Naripokkho”. Era una ragazza
bellissima, fino a quando un corteggiatore respinto ha tentato di bruciare
il viso di sua cugina che le dormiva accanto. Bina ha cercato di proteggerla
e l’acido ha colpito casualmente lei. Bina, però, che è una ragazza
coraggiosa, non si è lasciata abbattere ed ora è decisa a far conoscere
a tutti le violenze che le donne del Bagladesh sono costrette a subire.
Così, con il volto deturpato, gira per le vie della capitale Dhaka,
senza mettere il velo. “Scimmia, vattene allo zoo!” le gridano bande
di ragazzacci, ma Bina che è tenace dice: “ voglio che mi vedano tutti,
che sappiano come è facile distruggere la vita di una donna”.
Come Bina anche Shelina, Nur, Beauty, Janah e Nolita (per
citarne alcune) hanno subito lo stesso oltraggio. A Nolita, quando aveva
solo 14 anni, un corteggiatore respinto ha bruciato entrambi gli occhi,
i capelli ed il labbro superiore. Con l’aggressione ha perso anche l’utilizzo
delle mani, le cui dita sono rimaste completamente accartocciate. Non
tutte, però, sono state sfortunate come Nolita. Molte, infatti, potrebbero
essere aiutate da un chirurgo plastico. Purtroppo per realizzare l’operazione
ci vogliono molti soldi (circa tremila dollari, pari a 5milioni di lire)
e queste ragazze non posseggono tanto denaro. E’ per questo che l’associazione
COOPI lancia l’appello affinché, grazie all’aiuto di molti, si possano
raccogliere fondi per realizzare gli interventi chirurgici necessari.
Ma il messaggio che il COOPI lancia è anche un altro: occorre, infatti,
dare alle donne bengalesi un sostegno per ribellarsi all’ennesima violenza.
www.coopi.it
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