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Donne nell'Islam, la vera differenza con
l'occidente
Pochi
giorni fa un regista olandese, Theo Van Gogh, è stato assassinato
nel centro di Amsterdam da un giovane marocchino di nazionalità
olandese. La sua colpa, aver realizzato un film di denuncia della condizione
delle donne nel mondo islamico, Submission, trasmesso due settimane
prima dalla televisione olandese. Il regista aveva precedentemente ricevuto
minacce da parte degli integralisti islamici. Sul suo cadavere, un biglietto
che minacciava Ayaan Hirsi Ali, la protagonista del film, una giovane
parlamentare olandese di origine somala molto impegnata sul fronte dell’emancipazione
delle donne islamiche. Questi i nudi fatti di cronaca.
Alcuni commentatori hanno sottolineato il fatto che questo omicidio
pone una seria ipoteca sulla possibilità di convivenza in Europa
tra europei e musulmani. Questo è senz’altro un problema
reale, come provano gli attentati che nei giorni successivi hanno colpito
in Olanda moschee e scuole islamiche. Ma vorrei riflettere su un altro
aspetto di questa inquietante vicenda, la motivazione data all’assassinio.
Van Gogh non è stato infatti ucciso perché ritenuto genericamente
"ostile all’Islam", ma perché aveva pubblicamente
attaccato l’Islam su una questione precisa, quella della condizione
femminile. La società occidentale, che considera ormai l’uguaglianza
fra uomini e donne uno dei fondamenti della sua civiltà (anche
se si tratta, ricordiamolo, di fondamenti molto recenti) stenta a comprendere
il peso di tale problema. Eppure, la diversa posizione della donna nei
due universi rappresenta forse il maggior punto di divergenza, oggi,
fra Islam e Occidente. Lo ha sottolineato giorni fa il filosofo francese
André Glucksmann su "Il foglio", affermando che la
«vera guerra è sulla libertà delle donne musulmane».
Forse proprio perché questa ci sembra una questione scontata,
o perché sotto sotto la collochiamo tra le questioni "di
costume", noi occidentali non riusciamo a comprenderne la forte
valenza politica. L’uguaglianza tra uomini e donne è un
diritto umano fondamentale che va tutelato contro ogni discriminazione
ed oppressione. Radicalmente opposta è l’opinione di molta
parte del mondo islamico, dove l’uguaglianza fra i generi è
considerata tipica dell’immoralità della società
occidentale, segno di un "mondo alla rovescia". Quanto a noi,
abbiamo lasciato sgozzare le donne algerine, abbiamo accettato per molti
anni che le donne afgane fossero segregate sotto il burka, abbiamo discusso
se consentire o meno la mutilazione genitale femminile nei nostri ospedali.
Il rispetto delle culture diverse non prevede anche il rispetto della
possibilità di mutilare bambine, segregare mogli, lapidare adultere.
Come giudicheremo il caso (solo uno fra i tanti) di quella tredicenne
condannata alla lapidazione, in questi giorni, in Iran perché
messa incinta dal fratello (a sua volta condannato ad una pena minore):
l’espressione di una cultura diversa dalla nostra oppure una gravissima
violazione dei diritti umani?
Sembra che la sinistra europea, forse per paura di apparire ostile all’Islam,
non riesca a scegliere tra i due corni del dilemma. È questa
la ragione per cui Ayaan Hirsi Ali, rifugiata dodici anni fa in Olanda
dalla Somalia, è diventata deputato nel 2003, non nelle fila
del partito socialdemocratico, dove aveva militato precedentemente,
ma in quelle del partito liberale, che considerava più adatte
alla sua battaglia. Attaccata dai musulmani integralisti come blasfema
verso l’Islam, Hirsi Ali deve girare sotto scorta.
Non ho visto il film di Van Gogh, ma credo che dovrebbe essere quanto
prima mandato in onda, in fasce orarie decenti, dalle televisioni di
tutta Europa. Per mobilitare l’opinione pubblica, e anche perché
chi uccide abbia chiaro che non riuscirà a seppellire questo
problema sotto la pietra tombale della paura e dell’indifferenza.
[L'articolo è di Anna Foa, in www.avvenire.it
, 11 novembre 2004]
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