| Infibulazione morbida per le straniere
di Riccardo Chiari
Un ginecologo
dell'ospedale Careggi di Firenze propone un rituale alternativo e simbolico
a una delle più diffuse mutilazioni genitali femminili. La Regione
Toscana chiede il parere dell'ordine dei medici e del comitato di bioetica.
La conferenza stampa ufficiale insieme alla commissione pari opportunità
è prevista per oggi a mezzogiorno in palazzo Panciatichi. Ma già
ieri pomeriggio le immigrate cittadine di Firenze affollavano una saletta
del consiglio regionale. Donne somale, eritree, senegalesi, capoverdiane
e ivoriane. Tutte infibulate. Da paesi diversi, con un pensiero solo:
"L'infibulazione alternativa proposta del dottor Omar Abdulcadir
è inaccettabile. Rappresenta sempre e comunque l'avallo simbolico
di una pratica aberrante che deve essere cancellata, e che può
esserlo solo facendo una prevenzione, capillare e costante, attraverso
l'informazione". Parole senz'appello, che per loro chiudono sul nascere
la discussione aperta dal Centro di prevenzione e cura delle mutilazioni
genitali femminili e dal suo responsabile, il ginecologo Abdulcadir.
Dal centro fiorentino, allestito nell'azienda ospedaliera di Careggi all'interno
della clinica ostetrica e ginecologica, il medico somalo ha avanzato a
regione Toscana e ordine dei medici una proposta. Un'alternativa "rituale"
all'infibulazione. Grazie ad una pomata anestetica, e poi una puntura
di spillo sulla clitoride per far uscire qualche goccia di sangue. Abdlucadir
dirige un centro unico in Italia per la prevenzione e la cura delle mutilazioni
genitali femminili. Dai suoi ambulatori passano in media, anche se l'attività
non è mai stata monitorata puntualmente, dalle quattrocento alle
cinquecento donne ogni anno. Tutte per complicazioni dovute a mutilazioni
genitali. "Se con il rito alternativo riuscirò a salvare anche
solo una donna - spiega - avrò vinto una battaglia".
Gli risponde a distanza la somala Ghanu Adam: "Le donne come me sono
sfuggite ai fucili della guerra in Somalia, ma non alle mammane dell'infibulazione.
Oggi viviamo in Italia, in un paese civile. E non vogliamo che di quel
rito resti qualcosa. Nemmeno il simbolo, perché alle nostre figlie
insegniamo che non si deve fare e basta".
Ora parla la senegalese Diye Ndaye: "I capi delle nostre comunità
hanno firmato un accordo sul progetto alternativo con il dottor Abdulcadir.
Lo hanno fatto senza sentire il nostro parere. Se ci avessero sentito,
avremmo detto di no ed avremmo spiegato il perché". Proprio
la lettera inviata dai rappresentanti delle comunità africane per
promuovere la proposta ha scatenato il caso. L'associazione Nosotras che
riunisce molte immigrate in Toscana è insorta. Lo stesso ha fatto
l'Aidos di Roma, associazione italiana donne per lo sviluppo. La proposta
è arrivata anche al comitato di bioetica della regione Toscana.
"Quello fatto dal centro di Careggi è uno sforzo lodevole
- osserva il medico senese Mauro Barni, che guida il comitato - ma credo
che da parte nostra non sarebbe corretto accettare dei surrogati di una
ritualità incivile. Attraverso la procedura alternativa ammetteremmo
un principio sbagliato". L'assessore regionale al diritto alla salute,
Enrico Rossi, si fida del parere del comitato: "Comunque sia, è
giusto che si discuta senza preconcetti".
Insieme alle immigrate in palazzo Panciatichi ci sono anche le consigliere
regionali diessine Marisa Nicchi e Alessia Petraglia, Mara Baronti della
commissione pari opportunità e l'assessore comunale all'immigrazione
Marzia Monciatti. "L'infibulazione alternativa non può passare
come una pratica di riduzione del danno - spiega Nicchi - perché
non può essere autogestita da un minore. Una bambina subisce comunque
un rito che la pone in uno stato di sudditanza psicologica". Da parte
sua, Alessia Petraglia osserva: "L'unica alternativa è quella
di continuare la battaglia contro le mutilazioni genitali, al fianco delle
tante donne che nei loro paesi sono in prima linea, in solitudine. E la
regione Toscana può e deve fare di più". Chiude Marzia
Monciatti: "E' necessario creare che coinvolga gli enti locali, le
scuole, i medici di base e gli ospedali. Solo sconfiggendo l'ignoranza
si sconfiggono le mutilazioni, non certo trasformandole in un rituale".
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Toscana: Relativismo culturale e ipocrisia
di Massimo Lensi
Inaccettabile: non ci sono altre parole per giudicare l’infibulazione
"dolce" proposta dal Comitato di riferimento dell’Ospedale
fiorentino di Careggi. Per contrastare la pratica, diffusa anche nelle
nostre comunità di immigrate, di menomare i genitali delle bambine,
si propone di concedere una mutilazione simbolica, la fuoriuscita di qualche
goccia di sangue indotta con una puntura in anestesia. Una forma simbolica
e non cruenta, la definiscono i proponenti, concedendo all’ipocrisia
del terzomondismo una possibile strada per aprire l’ospedale pubblico
di Careggi alla pratica della mutilazione genitale femminile. Il relativismo
culturale è quella dottrina, molto di moda in terra di Toscana,
per la quale il rispetto delle identità etniche non ammette dubbi
sulle pratiche sociali o educative dei popoli sparsi nel mondo. Gli assertori
di tale teoria combattono l’etnocentrismo, negando l'esistenza di
un'unità di misura universale per la comprensione dei valori di
riferimento, poiché, a loro dire, ogni società civile è
portatrice di istituzioni ed ideologie che non hanno validità al
di fuori della cultura di appartenenza. Per fare un esempio, in nome del
relativismo si giustifica la burqa delle donne afgane o si chiudono gli
occhi di fronte alle violazioni dei diritti umani da parte di dittature
come quella castrista a causa dell’impossibilità di comprendere
i differenti sistemi di valori di riferimento, in questo caso la rivoluzione
cubana. Alzando la bandiera dell'uguale validità di tutte le culture
umane, si lascia che sia il fato - se preferiamo, l’insurrezione
spontanea - a insorgere contro dittatori e satrapi. Di questo passo, come
è facile capire, in Afganistan ci sarebbe ancora al potere il mullah
Omar e Saddam Hussein in Iraq.
In Toscana, l’assessore
alla Sanità, per arginare il probabile scontro frontale, preferisce
chiedere pareri di conforto a destra e manca; e tira in ballo a gestire
la patata bollente medici e comitati di bioetica. Per evitare l’accusa,
fondatissima, di cedere al relativismo culturale, si invoca nientemeno
che il celebre mito della riduzione del danno. Cosa significa? Significa
che secondo il Comitato di Careggi, la pratica di infibulazione soft potrebbe
evitare a queste bambine l’umiliazione e il dolore della vera escissione
della clitoride. Per fortuna, contro tale (s)proposito sono insorte anche
molte associazioni come "Nosotros", che riunisce le donne immigrate
in Toscana, e "Aidos", l’associazione italiana donne per
lo sviluppo. La laeder radicale Emma Bonino, da anni alla testa ad una
campagna internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, commenta,
con giustificato sconforto, che per evitare di proporre tali fesserie
si dovrebbe prima conoscere, come minimo, la realtà dei fatti;
cioè la lotta quotidiana che migliaia di donne combattono nei Paesi
africani per bloccare quella che in tutta evidenza altro non è
che una violazione dei fondamentali diritti della persona. Recentemente
28 Paesi africani e arabi hanno sottoscritto la "Dichiarazione del
Cairo", un documento importante di impegno contro la pratica delle
mutilazioni genitali femminili. Diciamo poi fino in fondo le cose come
stanno: una simile alternativa verrebbe mai giudicata accettabile se le
bimbe in questione fossero le nostre e non già le figlie di famiglie
africane immigrate in Italia? Ecco dunque svelato l’inganno, che
l’assessore Rossi non ha avuto il coraggio di smascherare subito
ed in prima persona. L’inganno è quello di accettare che
attraverso un compromesso (quand’anche veramente simbolico) si introduca
una ritualità incivile. Sui valori fondamentali della persona e
sulla inviolabilità del corpo umano, a maggior ragione se quello
di una bambina, non ci sono discorsi, pareri o riduzioni del danno che
tengano. Giù le mani. Punto.
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