|
Tradizioni
antiche, radicate nella cultura di molti paesi. Rito di passaggio dovuto
alla necessità di togliere qualsiasi fonte di piacere alle fidanzate e
alle mogli, per preservare la loro verginità e assicurarne la fedeltà,
rito che risale a prima dell'Islam.
Una pratica tradizionale più forte della civiltà e del diritto dell'Occidente,
che continua a essere perpetrata soprattutto per volere delle donne, alle
quali è delegato il ruolo di conservatrici del patrimonio culturale tradizionale
e in cui l'atteggiamento di rinuncia, sottomissione, inferiorità e passività
coincide con il controllo sociale del comportamento femminile.
"Se non sei escissa non hai amici, non hai diritto a farti corteggiare
da nessun ragazzo, non puoi comportarti da donna". Non un grido,
non un lamento, sarebbe un disonore per la fanciulla, per la famiglia.
Rullio di tam tam, il rito è compiuto. Il villaggio è in festa, sette
giorni di isolamento e se si sopravvive una vita di sofferenza.
Non solo in Africa. In tutto il mondo, anche in Europa e negli Stati Uniti
si aggiungono 2 milioni di mutilate all’anno e altrettante ne muoiono.
E così si continua, 100, 130 milioni nel mondo denuncia l'Oms, ogni anno
due milioni in più.
Waris Dirie, top model somala, ha dovuto subire l’orrore quando aveva
poco più di sei anni. Ha perso sua sorella in seguito all’infezione causata
dall’infibulazione. "Sono milioni le ragazze che vivono con questo
sfregio e altrettante sono morte. È troppo tardi per cambiare la mia situazione:
il danno è ormai fatto. Forse però posso contribuire a salvare altre donne".
E così il suo dramma diventa pubblico: trenta secondi di spot per sensibilizzare
la gente a questo problema che sembra lontano, ma che sviluppa i suoi
drammi anche in Italia, dove anche alcuni medici si prestano a praticare
escissione e infibulazione, esiste anche un tariffario ma il tutto è taciuto.
L'Infibulazione in Italia
In Italia vivono circa 38mila donne infibulate o escisse
e 20mila bambine "a rischio" in quanto appartenenti a comunità
in cui vengono praticate tali mutilazioni. Negli anni novanta sono arrivate
in Italia molte donne da paesi (Egitto, Somalia, Etiopia, Eritrea) in
cui 1'infibulazione è la norma. Medici e ostetriche si trovano
così di fronte a una nuova realtà. Molte donne chiedono
al medico che le ha deinfibulate per farle partorire, di essere richiuse,
come impone la tradizione del loro paese d'origine. In altri casi, ci
si rivolge alle strutture sanitarie per riparare i danni dell'infibulazione.
È questo il caso delle bambine adottate in Italia da piccole ma
che avevano già subito 1'infibulazione. In Italia, pur non essendoci
una legislazione specifica, la pratica è implicitamente vietata
(lesioni gravi, punite penalmente), ma il problema è soprattutto
di carattere culturale. Per una donna legata alla propria comunità
d'origine non essere ricucita dopo il parto è un marchio di vergogna,
anche se vive a Roma o a Milano. Si tratta, dunque, di preparare i medici
italiani a situazioni del genere, tenendo comunque ben presente che, nel
rispetto delle diverse culture, vanno comunque salvaguardati i diritti
fondamentali della persona. Un conto è, infatti, il chador, un
altro è una mutilazione permanente.
Dall’Africa parte la lotta delle donne contro questa pratica. Tentano
di opporsi a questa antichissima tradizione che non è richiesta da alcuna
religione, ma comporta dolori, infezioni e malattie croniche, mette a
rischio gravidanza e parto, può condurre alla morte della madre o del
bambino o anche alla sterilità. I paesi dove vengono praticate il 75 per
cento di tutte le infibulazioni sono Egitto, Etiopia, Kenya, Nigeria,
Somalia e Sudan. E in paesi come la Somalia e il Djibouti il 98 per cento
delle bambine subisce la mutilazione.
Esiste davvero un "rischio infibulazione" in Italia?
Una risposta può essere fornita soltanto da un'analisi dei dati
statistici sulla presenza nel nostro paese di donne provenienti dai paesi
dove le mutilazioni sono praticate. I dati che abbiamo elaborato provengono
dal ministero dell'Interno e indicano il numero di immigrate africane
presenti in Italia nel 1997. Non vengono qui presi in esame tutti i paesi
africani, ma ovviamente solo quelli dove viene praticata una qualche forma
di mutilazione sessuale. In particolare: Burkina Faso, Camerun, Costa
d'Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea, Ghana, Kenya, Mauritania,
Nigeria, Repubblica Araba Unita, Repubblica Centro Africana, Senegal,
Somalia e Sudan. Si tratta inoltre soltanto delle immigrate con regolare
permesso di soggiorno: è molto probabile dunque che le cifre sarebbero
più elevate se si potesse conteggiare anche coloro che vivono in
Italia clandestinamente.
Il numero di donne è suddiviso in quattro fasce d'età (0-8
anni, 8-14, 14-40, oltre 40), per paese di provenienza e per provincia
italiana di residenza. Le prime due fasce di età permettono di
individuare le "bambine a rischio", cioè quelle che,
nel proprio paese d'origine, sono nell'età in cui vengono praticate
le mutilazioni.
In totale erano presenti in Italia nel 1997 39.319 donne provenienti da
questi sedici paesi, di queste 217 della prima fascia d'età e 250
della seconda.
Somalia, Nigeria, Ghana, Etiopia, Repubblica Araba Unita e Costa d'Avorio
sono nell'ordine i paesi da cui proviene la maggioranza delle immigrate.
Analizzando la distribuzione sul territorio nazionale scopriamo che in
Lombardia risiedono 1.283 somale, in Toscana 1.477, nel Lazio 1.955 su
un totale nazionale di 7.889 donne, di cui 40 appartenenti alle prime
due fasce d'età.
Per quanto riguarda le nigeriane, nel Lazio ce ne sono 1.519, in Piemonte
1.025, 869 in Veneto, 864 in Emilia Romagna e 855 in Lombardia su un totale
nazionale di 7.116 di cui 46 tra 0 e 14 anni.
Dal Ghana provengono in totale 6.096 donne: ne troviamo 1.771 in Veneto,
1.362 in Lombardia, 971 in Emilia Romagna, 955 in Sicilia e 236 nel Lazio.
Appartengono alle prime due fasce d'età 108 ghaniane.
5.373 sono le etiopi, di cui 2.006 nel Lazio, 1.502 in Lombardia, 446
in Emilia Romagna, 316 in Toscana, 258 in Campania e 156 in Sicilia. 89
di loro hanno un'età compresa tra 0 e 14 anni.
Provengono dalla Repubblica Araba Unita in totale 4.571 donne, di cui
oltre la metà (2.359) vivono in Lombardia, 1.128 nel Lazio, 245
in Piemonte e 209 in Toscana. Nelle prime due fasce d'età ne troviamo
72.
Le donne che provengono dalla Costa d'Avorio sono in totale 2.005. In
Lombardia ce ne sono 521, in Sicilia 288, in Piemonte 206, in Campania
190, nel Lazio 175 e in Emilia Romagna 155. Di queste 28 rientrano nelle
prime due fasce d'età.
Come si può notare, la maggioranza delle immigrate risiede nell'Italia
settentrionale e centrale. Le regioni con la percentuale più alta
di immigrati sono: Lombardia, Veneto, Piemonte al Nord; Lazio, Emilia
Romagna, Toscana al Centro; Sicilia e Campania al Sud.
La stragrande maggioranza delle immigrate ha un'età compresa tra
i 15 e i 40 anni (31.545 donne su un totale di 39.319). Sono 7.307 le
immigrate con più di 40 anni.
Per saperne di più vai al sito web:
http://www.unimondo.org/aidos/1998/1_019.html
|