Perseguitata perché canta

Usava salutare il mattino cantando. I suoi gorgheggi riempivano il quartiere. Ma la sua bocca non potrà essere più prestata al canto perché nel paese in cui vive, l’ultra-conservatrice Arabia Saudita, alle donne non è permesso cantare il pubblico. 

Ma non sarà lo Stato a punire Hanan Yunef bensì la sua famiglia, che ha deciso di querelare la donna, figlia di un noto conduttore radiofonico, per aver trasgredito la regola.
I parenti infatti sono apparsi molto duri: "Il nome della nostra famiglia è associato ad arte e letteratura, ma questo non significa che i suoi membri possano oltrepassare i limiti sociali", ha detto il secondo fratello, affermando che la società del Paese è "regolata da tradizioni che vietano alle ragazze di cantare".
Ma secondo il quotidiano internazionale che ha riportato la notizia, l’"al-Hayat", sarà tuttavia difficile portare davanti alla giustizia saudita Hanan - che ha in programma di esibirsi il prossimo mese assieme ad altri artisti arabi sulla rete tv via satellite araba "Orbit" - considerato che ella è sposata e da tempo vive in Spagna.

 

Soldatesse Air Force

E se in casi come questo il riscatto parte dalle donne d'Oriente, altre volte sono le occidentali a offrire un aiuto e un esempio.
"Non porterò più il velo". Questo è il grido che una soldatessa di un reparto dell'Air Force, di stanza in Arabia Saudita, ha lanciato ai suoi superiori, nello strenuo tentativo di abbattere il muro, dice lei, del pregiudizio. Lei e le sue colleghe sono infatti costrette a uscire dalla base con la tunica araba, chiamata abaya, obbligatoria per le donne secondo la legge islamica.
Martha McSally ha ha cercato per anni di risolvere il problema all'interno dell'Air Force, in sordina, ma senza successo. Quindi ha deciso di venire allo scoperto: in un'intervista al quotidiano "Usa Today", la top gun in servizio presso la base Usa ad Al Kharj, Arabia Saudita, ha sparato a zero sul regolamento militare che avvalora tale usanza restrittiva.
Oltre alla norma sul vestiario, le militari-donne di stanza in Arabia saudita devono prendere posto nei sedili posteriori delle automobili, anche se stanno viaggiando con colleghi americani. ''Sarà la tradizione per le donne musulmane. Ma io non sono di quella religione. Sono una cristiana'', afferma Martha, che si oppone soprattutto alla politica di "due pesi due misure" adottata dal Pentagono: imporre la tunica nera alle donne mentre consente ai soldati uomini di indossare abiti "casual" di stile occidentale anche quando escono dalla base. 
McSally, 35 anni, rischia grosso con la sua intervista a Usa Today nonostante sia una soldatessa di grande successo nell'aeronautica americana. ''Mi andrebbero bene - afferma - pantaloni lunghi e camicioni larghi. Anche un cappello testa, se vogliono''. McSally ne fa una questione di "valori americani". E' pronta a sottoporsi a condizioni anche durissime, se necessario. L'importante è che venga trattata alla pari dei compagni. Dei circa cinquemila membri dell'Air force americana di stanza in Arabia Saudita, circa il 17% sono donne.
Poche certamente, ma la loro presenza, come nel caso della McSally, può essere utile al riscatto delle orientali. Come un maggiore impegno delle tv e dei giornali europei potrebbe dare una vasta eco alle voci di dolore che si levano dall'Arabia, dall'Iran dallo Yemen e da tutti quei Paesi nei quali le donne sono soltanto merce, schiave quando non dei semplici oggetti. 
Ma la stampa occidentale è sorda e c'è il rischio che questi lamenti possano non essere più ascoltati.

 

Violazione dei diritti delle donne in Arabia Saudita

In aggiunta alle violazioni dei diritti umani  (...) le donne subiscono ulteriori violazioni a causa del proprio sesso. Alcune sono determinate da leggi esplicitamente discriminatorie mentre altre da prassi e atteggiamenti. L'esistenza di siffatte leggi e pratiche viola i principi di uguaglianza dei diritti e di rispetto della dignità umana sanciti dagli standards internazionali. Tra le restrizioni imposte alle donne vi è il divieto di condurre veicoli. Il Khilwa (quando un uomo e una donna - senza uno stretto vincolo di parentela - si trovano insieme da soli) è un reato per cui possono essere puniti sia l'uomo che la donna ma, a quanto pare, le punizioni colpiscono più le donne. Il divieto di guidare un veicolo mette le donne a rischio di essere punite per il Khilwa se si trovano in un auto guidata da un uomo. E' il caso di tre infermiere irlandesi che venivano riaccompagnate - dopo una cena in casa di amici - da un uomo anziano. Il loro veicolo è stato fermato da due furgoni di al-Mutawa'een e sono stati portati al comando. Le donne sono state detenute per due giorni mentre l'uomo è stato rilasciato dopo poche ore.
Le donne rischiano di essere accusate di comportamento immorale se camminano da sole o se non portano un fazzoletto in testa. E' ciò che è successo a Margaret Madil, un'infermiera canadese che lavorava in Arabia Saudita nel 1993. Dopo essere stata a fare compere in un Souq (mercato) di Riyadh ha preso un taxi con un'amica. Erano sedute nei sedili posteriori quando un membro di al-Mutawa'een ha abbordato la macchina e ha costretto l'autista ad andare al comando dove sono state chiuse nella macchina - al sole - per più di sei ore. Quando in preda al caldo estremo hanno reagito sono state picchiate duramente. Con l'accusa di aver indossato "vestiti indecenti" sono state trasferite nella prigione di Malaz dove sono rimaste per due giorni. In prigione hanno incontrato molte donne arrestate in simili circostanze. Tra queste figurava un gruppo di donne saudite e kuwaitiane arrestate per essere state sorprese in un ristorante non accompagnate da un parente maschio.
AI ha documentato casi di arresto, detenzione e tortura di appartenenti alla minoranza sciita e di cristiani proprio per la loro fede religiosa. Inoltre, secondo le statistiche in possesso ad AI, le amputazioni e la pena di morte vengono usate in maniera selettiva nei confronti di gruppi e settori della società vulnerabili. Tra il 1981 e il 1995 l'organizzazione ha registrato 82 amputazioni: 23 vittime sono cittadini sauditi mentre le restanti 59 sono lavoratori provenienti da paesi africani e asiatici (di cui 25 yemeniti). Tra il 1990 e il luglio del 1997 sono state registrate almeno 560 esecuzioni: 204 vittime sono cittadini sauditi, 332 sono lavoratori provenienti da paesi africani e asiatici (di cui 143 pakistani) mentre delle restanti 24 non è nota la nazionalità.

Estratto dall'articolo tratto dal documento Behind Closed Doors: Unfair Trials in Saudi Arabia" pubblicato da Amnesty International nel novembre 1997. Fa fede il documento originale in inglese.

 

Saudite frustrate cambiano sesso

[04_04_06] Scelta per sottrarsi a dominio maschile. Così, cinque donne saudite, stanche della loro condizione di inferiorità femminile, hanno deciso di cambiare sesso. Lo rivela il quotidiano Al Watan al quale un funzionario ministeriale ha dichiarato che chi si sottopone a chirurgia per modificare il proprio apparato riproduttivo deve subire il giudizio delle autorità religiose, ma non l'arresto.
Nell'ultimo anno, ha annunciato Al Watan, sono state cinque le donne saudite rifugiatesi all'estero per cambiare sesso dopo aver sviluppato un "complesso psicologico" di inferiorità rispetto agli uomini. Al loro rientro in patria, poi, è previsto un esame da parte delle autorità religiose, a volte anche da parte di psicologi.
Di fatto, in Arabia Saudita, per le esponenti femminili la vita è molto dura. Il Paese adotta una austera interpretazione dell'islam che non consente loro di guidare l'automobile e neppure di recarsi in luoghi pubblici senza essere accompagnate da un parente maschio. Al Watan ha citato un capo religioso che ha sottolineato come le autorità dovranno affrontare presto il vuoto legislativo nei confronti di chi cambia sesso. Attualmente, infatti, nessuna norma prende in esame questa pratica e, di conseguenza, nessuno può essere arrestato per aver cambiato sesso.

 

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