Afghanistan: picchiate a morte e non solo

Da quando nel 1996, in Afghanistan, i Talibani hanno preso il potere, le donne hanno dovuto portare il burqua e sono state picchiate e lapidate in pubblico perché non portavano gli abiti dovuti, anche se questo significava semplicemente non coprire gli occhi nella maniera dovuta.
Una donna e' stata picchiata a morte da una folla di fondamentalisti irati per aver mostrato casualmente un braccio mentre guidava. Un'altra é stata lapidata a morte per aver cercato di lasciare il paese con un uomo con cui non era imparentata. Le donne non hanno il permesso di lavorare e nemmeno di uscire all'aperto in pubblico senza un parente maschio; professioniste come docenti, traduttrici, dottoresse, avvocatesse, artiste e scrittrici sono state costrette a lasciare il lavoro e chiuse nelle loro case. Le abitazioni in cui e' presente una donna devono avere le finestre oscurate con la vernice in modo che non sia vista dall'esterno. Devono portare calzature silenziose in modo da non essere mai sentite. Le donne vivono temendo per la loro vita che potrebbero perdere per la minima infrazione.
Dato che non possono lavorare, coloro che non hanno parenti maschi o marito muoiono di fame o elemosinano nelle strade, anche se in possesso di laurea.
La depressione sta diventando così diffusa da raggiungere livelli di emergenza. Non c'e' modo, in una società retta a tal punto dalla legge islamica, di conoscere la percentuale di suicidi con sicurezza, ma chi lavora  nel paese stima che la percentuale di suicidi fra le donne - che non possono trovare cure adatte per la loro profonda depressione e si toglierebbero la vita pur di non vivere in quelle condizioni - sia aumentata significativamente.
Le cure mediche per le donne sono quasi del tutto assenti. In uno dei rari ospedali per donne un giornalista ha trovato sui letti corpi immobili, quasi del tutto privi di vita, avvolti nei burqua, privi della voglia di parlare, mangiare o fare altro, a consumarsi lentamente. Altre donne sono impazzite e sono state viste rannicchiate in un angolo, a dondolarsi di continuo o in lacrime, la maggior parte di loro terrorizzate. Un dottore ha considerato l'idea, una volta esaurite le poche medicine disponibili, di lasciare queste donne di fronte alla residenza presidenziale per protesta.
Si é al punto in cui l'espressione "violazioni dei diritti umani" é adeguata a descrivere la realtà. I mariti hanno potere di vita e di morte sulle loro parenti donne, in particolare sulle loro mogli, ma la folla impazzita ha altrettanto diritto di lapidare o picchiare una donna, spesso fino alla morte, per aver esposto pochi centimetri di pelle o nell'idea di aver ricevuto una incomprensibile offesa. Le donne hanno goduto di una relativa libertà, della possibilità di lavorare, di vestire più o meno come volevano, potevano guidare e apparire in pubblico da sole fino al 1996.
La velocità della transizione e' la principale ragione della depressione e dei suicidi; donne che erano educatrici o medici, o semplicemente abituate alle più elementari libertà sono ora duramente limitate e trattate come esseri subumani nel nome del fondamentalismo islamico. Non si tratta della loro tradizione o "culture", ma di qualcosa di estraneo, ed é estremo anche per quelle culture dove il fondamentalismo è la regola. Chiunque ha il diritto ad una vita umanamente tollerabile, anche se donna in un paese musulmano. Se possiamo minacciare l'uso della forza militare nel Kosovo nel nome dei diritti umani, in favore dell'etnia albanese, i cittadini del mondo possono certamente mostrare in maniera pacifica la loro rabbia per l'oppressione, gli omicidi e le ingiustizie commesse contro le donne dai Talibani.
L'attuale trattamento delle donne in Afghanistan totalmente inaccettabile e  meritevole di un'azione da parte delle Nazioni Unite. La situazione in Afghanistan non sarà tollerata.
I diritti delle donne non sono in alcun posto un problema secondario ed é inaccettabile per le donne nel 2000 essere trattate come subumani e come una proprietà.
L'eguaglianza e la decenza umana sono un diritto non una libertà, che si viva in Afghanistan o altrove.
 
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Divieti “talibani”

Obbligate a indossare un lungo velo fino ai piedi, il Burka, alle donne afghane, che non rispettano i divieti dei Talebani sono inflitte pene che vanno alla violenza verbale. alle frustate, alle botte, alla lapidazione e alla morte. Frustate in pubblico per le caviglie scoperte, taglio delle dita per le unghia dipinte, lapidazione pubblica fino alla morte per l’accusa di rapporti extraconiugali.

Pene analoghe alle donne che non rispettano tutta una serie di divieti.

E’ vietato:
- lavorare fuori casa. Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.
- uscire fuori casa  non accompagnate da un parente stretto come un padre, un fratello o un marito.
- trattare acquisti con negozianti maschi.
- essere visitate da medici maschi.
- studiare in scuole, università o altre istituzioni.
- usare cosmetici.
- parlare o dare la mano a uomini che non siano parenti stretti.
- ridere ad alta voce: nessun straniero deve sentire la sua voce.
- portare tacchi alti che fanno rumore: nessun uomo deve sentire i passi di una donna.
- usare il taxi senza un parente stretto.
- essere presenti in trasmissioni radio, televisive o incontri pubblici di qualsiasi genere.
- praticare un qualsiasi sport o entrare in un centro sportivo o club.
- usare la bicicletta o la moto senza un parente stretto.
- usare vestiti colorati e vivaci considerati “sessualmente attraenti”.
- incontrarsi in occasioni di festa e per fini ricreativi e di svago.
- lavare vestiti vicino a fiumi o in luoghi pubblici.
- apparire sui balconi delle proprie case.
- indossare pantaloni larghi anche sotto un Burqa che le copra dal capo sino ai piedi.
- fare fotografie e filmati.

E’ inoltre vietato a tutti
-ai sarti maschi di prendere misure per le donne o cucire vestiti femminili.
- a uomini e donne di viaggiare sugli stessi bus.
- ascoltare musica guardare film , televisione e video. 
- celebrare il capodanno il 21 marzo che è festa non islamica.
- avere un nome non islamico.
- tagliarsi i capelli.
- vestirsi con abiti non islamici con il cappello in vece del turbante.
- radersi e non portare la barba al disotto del collo.
- tenere piccioni e giocare con uccelli.
- far volare aquiloni

Possedere libri proibiti e convertirsi ad altra religione è punito con la morte. Alle minoranze non mussulmane è fatto obbligo di  portare un contrassegno distintivo o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti, come per gli ebrei nel nazismo, per differenziarsi dalla maggior parte della popolazione che è mussulmana.
 
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Il sito web di R.A.W.A. www.rawa.org

Le donne afghane, vittime della follia dei talebani, raccontano la loro vita in un sito nato qualche anno fa da un gruppo di donne della , l' organizzazione fondata da Meena, poetessa, femminista, uccisa dal Kgb afgano nel 1987. Esse raccontano al mondo cosa vuol dire per la donna vivere nel regime talebano e tentano di aiutare le loro connazionali a educarsi, a ribellarsi e a sopravvivere.
 
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Meena: Una afghana per le afghane

Meena è nata a Kabul nel 1957 ed è stata assassinata a Quetta nel Pakistana, il 4 febbraio 1987 dagli agenti del KHAD, il braccio afgano del KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyare: il suo lavoro sociale attivo e la sua difesa effettiva contro le posizioni dei fondamentalisti e del regime fantoccio hanno provocato la loro e l’ira dei russi.
Abbandonati gli studi e l’Università e unita ai movimenti di massa degli studenti che negli anni in cui Meena studiava, si impegnavano attivamente nella società e tra la gente, diede vita a numerose iniziative per organizzare le donne, dare ad esse la possibilità di educarsi e lottare per il diritto alla libertà e alla parola. In questo contesto, nel 1977, nascevano le premesse e le basi per la fondazione del Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA), proprio per dare voce alle donne sul terreno dei diritti politici e della partecipazione alla vita politica e sociale del Paese.
Nel 1979, Meena, al fine di mobilizzare l'opinione pubblica, dava vita ad una campagna contro le forze russe e il loro regime fantoccio organizzando anche numerose marce e incontri nelle scuole, nel college e nell'Università di Kabul.Nel 1981 lancia la rivista bilingue “Payam-e-Zan” (Il messaggio delle donne). Per mezzo di questa rivista RAWA ha potuto lanciare con coraggio ed efficacia la causa delle donne afghane e denunciare la natura criminale dei gruppi fondamentalisti. Meena ha anche organizzato le scuole Watan per i bambini rifugiati, un ospedale e centri di artigianato per donne rifugiate in Pakistan al fine di sostenere finanziariamente le donne afghane.  Alla fine del 1981, su invito del Governo francese, Meena ha rappresentato il movimento afghano di resistenza al Congresso del Partito Socialista Francese. E’ stato in questa occasione che la delegazione sovietica presente al Congresso, guidata da Boris Ponamaryev, aveva abbandonato la sala in segno di rifiuto evergogna quando al gesto di Meana che mostrava le dita in alto in segno di vittoria, i delegati avevano applaudito.Meana ha visitato anche vari altri paesi europei e incontrato le personalità più importanti.
 
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The Revolutionary Association of the Women of Afghanistan Revolutionary

Association of the Women of Afghanistan(RAWA), la sola organizzazione femminista e antifondamentalista delle donne afghane è nata a Kabul in Afghanistan nel 1977 come organizzazione indipendente delle donne afghane che lottano per i diritti umani, per la giustizia sociale in Afghanistan. Gli obiettivi di RAWA nei programmi dei suoi fondatori, un gruppo di donne intellettuali afghane sotto la guida di Meena muovevano nella prospettiva di coinvolgere un crescente numero di donne afghane in attività politiche e sociali al fine di conquistare i diritti umani per le donne e contribuire alla lotta per il ristabilimento di un governo del Paese fondato sui valori della democrazia.
Prima del colpo di stato diretto da Mosca, in aprile 1978, le attività di RAWA erano limitate all'agitazione per i diritti delle donne e la democrazia ma successivamente e soprattutto dopo l'occupazione sovietica dell'Afghanistan, nel dicembre 1979, RAWA fu direttamente coinvolta nella guerra di resistenza.
In contrasto con l'assoluta maggioranza del 'Guerriglieri della libertà fondamentalisti islamici della guerra antisovietica di resistenza, RAWA fin dall'inizio chiedeva democrazia e secolarizzazione. Nonostante gli orrori e l'oppressione politica , l'interesse perRAWAe la sua influenza crebbero negli anni del lavoro tra le donne rifugiate in Pakistan.
Al fine di orientare le sue energie sui bisogni immediati delle donne rifugiate e dei bambini, RAWA organizzò scuole con collegi per ragazzi e ragazze, un ospedale per donne afghane rifugiate e bambini a Quetta in Pakistan, corsi di infermeria, di letteraturae di educazione delle donne.Le dimostrazioni e le agitazioni contro gli invasori sovietici e i loro alleati e più tardi il sostegno alle istanze democratiche secolariste e antifondamentalistecontro i fondamentalisti con la denuncia dei loro tradimenti e dei loro crimini, sono all’origine e la motivazione delle persecuzioni subite da RAWA e testimoniate dal martirio di Meena e da un gran numero di attiviste.
Nel 1981, al fine di propagare le sue idee, i suoi obbiettivi e per dare alle donne afghane consapevolezza sociale e politica sui loro diritti e sulle loro potenzialità, RAWA ha lanciato la pubblicazione di un giornale bilingue (Persiano/Pashtu), dal titolo “Payam-e-Zan” (Messaggio delle donne, con supplementi in Urdu e Inglese. 
Dal rovesciamento del regime fantoccio istaurato dai sovietici, nel 1992, il centro principale della battaglia politica di RAWA è diretto contro la politica e le atrocità criminali dei Talibani fondamentalisti e ultra fondamentalisti in generale e contro il loroultra maschilismo in particolare. 
Per saperne di più é possibile visitare il sito di RAWA.
 

 

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Il "burqa" dopo la Liberazione

La liberazione dell'Afghanistan dal regime integralista dei taleban è cosa fatta.
La liberazione della donna afghana dal giogo del burqa richiederà più tempo e non dipenderà solo dalla cancellazione di un editto. A Kabul e nelle principali città del paese la fuga degli 'studenti del Corano' ha coinciso con la fine dei divieti imposti per cinque anni dal vecchio regime, ma molte donne continuano a portare la veste che le copre dalla testa ai piedi e che consente loro di respirare e vedere solo attraverso una sottile grata di stoffa.
Alcune hanno raccontato di aver nuovamente indossato il burqa dopo essere state maltrattate quando sono apparse senza veli in luoghi pubblici."Non c'é bisogno di invitare le donne a sbarazzarsene. Quando sarà riportata la sicurezza per le strade e quando torneranno al lavoro lo toglieranno loro stesse", ha commentato la signora Sima Samar, ministro del nuovo governo afghano per la condizione femminile. Due obbiettivi ancora molto lontani perché l'Afghanistan è il paese dove devono essere ricostituiti un corpo di polizia ed un sistema giudiziario, dove esistono più armi che abitanti e dove la donna è stata totalmente esclusa per anni dallo studio e da qualsiasi attività lavorativa. Uno dei primi editti promulgati dai taleban nel settembre del 1996 vietava, infatti, alle donne qualsiasi attività professionale, eccetto che nel settore sanitario. Poi sono state bandite anche dagli ospedali. Un'intera generazione di giovani si è vista sbarrata le porte delle scuole.
Sima Samar, 46 anni, medico, tornata in patria dopo 17 anni di esilio passati soprattutto in Pakistan, è consapevole di avere di fronte un compito proibitivo. Oltretutto le donne in Afghanistan erano emarginate, perseguite e vittime di violenze già prima che i taleban conquistassero il potere."Sono felice di essere tornata, ma triste per la situazione che ho trovato. Non sarà facile ricostruire il paese ed il mio compito è più grande di quanto uno possa immaginare", ha avvertito.
Tanto per dare un segnale a tutte le donne lei si presenta davanti alle telecamere a volto scoperto, "ma dopo anni di oppressione togliere il burqa non è una decisione facile e neppure importante come quella di trovare un lavoro".
Passati i momenti di euforia che hanno caratterizzato la liberazione di Kabul e del resto del paese, l'Afghanistan fa i conti con i gravi problemi da affrontare. Uno studio della Banca mondiale pubblicato oggi rivela che occorreranno almeno 15 miliardi di dollari (quasi 17 miliardi di euro) in dieci anni per avviarne la ricostruzione. Gran parte di questi fondi dovranno essere dedicati all'educazione ed alla sanità,settori dove la donna può avere un ruolo importante. Sima Samar ha rivelato di aver suggerito, nella prima riunione del nuovo governo, di riconoscere alle donne cinque anni di anzianità di lavoro per il periodo in cui sono state esclusa da ogni attività, in modo da non danneggiare le loro possibilità di carriera. Ma intanto il governo non ha neppure i soldi per pagare stipendi e arretrati ai dipendenti pubblici.
Il burqa, soprattutto dopo che con la crociata internazionale contro il terrorismo l'Afghanistan ha conquistato la ribalta mondiale, è diventato un chiaro simbolo di oppressione. E' naturale, quindi, che venga definitivamente messo al bando.
 
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In crescita le vendite di "burqa"

Dopo la caduta dei talibani e delle loro leggi severe e assurde alle donne afghane è permesso di lavorare in qualsiasi settore, compresi gli uffici pubblici. Inoltre l'arrivo nel paese di aiuti umanitari, la presenza di tutta una serie di organizzazioni internazionali e il ritorno dei rifugiati politici da vari paesi, come l'Iran e il Pakistan, ha dato un piccolo ma efficace impulso all'economia. E tuttavia le donne non si sentono sicure e non se la sentono di abbandonare il burqa che anzi ha visto un forte incremento nelle vendite da 50 a 120-140 al giorno!
"Datemi sicurezza e io toglierò il mio burqa" dice la quarantenne Nasrim. Nascosta dietro il suo bianco abito, con una piccola rete davanti agli occhi attraverso cui guardare, racconta di crimini da parte dei soldati che controllano la città.
Ora che le donne possono uscire da sole e non hanno bisogno di essere accompagnate da un parente l'unica difesa e strumento di protezione dall'alluciante sessuofobia dei maschi continua a rimanere il burqa!!!

 

Le ragazze tornano a Scuola

Oggi 23 marzo 2002, dopo lo smantellamento sistematico operato della guerra santa talibana contro l'Istruzione, due milioni di ragazzi sono tornati a Scuola. Di essi il 40% sono ragazze che si affacciano sulla vita afghana liberata dall'oscurantismo religioso e del fanatismo fondamentalista che aveva costretto le insegnanti più coraggiose a organizzare scuole segrete a rischio della propria vita. "E' il giorno più felice - ha detto commosso Hamid Karzai, capo del governo afghano in visita in un liceo - da quando il mio governo si è insediato". Altrettanti ragazzi dovranno attendere che gli sforzi degli aiuti internazionali coprano tutte le zone del Paese anche quelle più difficili di montagna e periferiche.
Ma intanto l'Unicef ha compiuto un grande sforzo.
Ecco le cifre: 7 mila tonellate di materiali scolastici tra i quali mille tende scuola, 6 milioni di testi, 65 mila kit di cancelleria, 18 mila lavagne. Un impegno di spesa complessivo di 22 milioni di dollari che dovrebbero raggiungere i 45 milioni entro la fine dell'anno!
E i libri dell'Unicef sono come tutti i libri del mondo fatti di testi e immagini. Sì perché nei libri dei talibani le immagini raffiguranti uomini e animali erano vietate.
 
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Le vedove afghane costrette alla prostituzione

Uno dei progetti di Rawa all'interno dell'Afghanistan è quello di aiutare le centinaia di migliaia di vedove disperate, alcune delle quali si sono date alla prostituzione, e di salvarle da questa orribile occupazione.
Negli ultimi mesi Rawa ha distribuito cibo a molte di queste donne.
Recentemente, nel giugno 2002, due membri di RAWA a Kabul hanno intervistato alcune di queste donne e ripreso la loro conversazione.
Il dolore e la miseria di molte di queste donne sono simili; la maggioranza di loro ha perso il marito caduto nelle mani dei fondamentalisti durante la guerra e non aveva altra scelta nella vita che la prostituzione. Il loro unico desiderio è quello di trovare un aiuto e tornare a una vita degna di un essere umano.
Come da richiesta delle donne intervistate, sono stati omessi i loro nomi e le loro foto.

Testimonianze:

MH.
E' una vedova di circa 33 anni. Ha perso il marito 4 anni fa in guerra e ha 6 figli tra i 4 e i 14 anni d'età. Piangendo ha detto: "Non potevo neanche pensare al suicidio a causa dei miei figli. Durante gli ultimi due mesi non ho pagato l'affitto della casa e ogni giorno il padrone ha minacciato di sfrattarci con la forza. Non ho ancora pagato neanche la luce, e invento delle scuse ogni volta che arrivano a chiedermi i soldi.
Durante il regime dei Talebani, visto che nn c'era altro modo per vivere, sono diventata una prostituta. Ero in contatto con un Talib il cui nome era Sakhi Dad; mi diede 10 afghani (un afghani=100,000) ogni settimana (un dollaro americano= 42,000 afghani). In ogni caso, 6 mesi fa, Sakhi Dad ha lasciato Kabul e io sono seriamente nei guai. La mia unica speranza è quella di trovare un lavoro. Mi ripugna essere una prostituta ma è stata la fame dei miei figli a spingermi a questo. La mia figlia maggiore frequenta la quarta, e ho cercato disperatamente di tenerla all'oscuro da questi fatti".

FA.
E' una vedova di 35 anni con 5 figli. Ha perso il marito nella guerra tra i talebani e il Wahdat Party a Dara Soaf. I suoi occhi sono pieni di dolore e disperazione, e ci dice con la figlia di 11 anni vicina: "Mio marito era un contadino; mentre lavorava nei campi i Talebani hanno attaccato, ucciso persone e distrutto le fattorie. Hanno ucciso mio marito nel suo campo, e distrutto le nostre case. Hanno ucciso anche mio genero lo stesso giorno.
Siamo venuti a Kabul. Non c'era altro modo per dar da mangiare ai miei figli oltre alla prostituzione. La mia bambina di 11 anni sa dei miei contatti. Ho fatto in modo che si fidanzasse con un ragazzo di cui non so molto, così che non dovesse affrontare ciò che io sto vivendo ora. La famiglia di mio marito è povera, non ci può aiutare. Sono distrutta e preoccupata per il destino dei miei figli".

NH.
Sembra avere sui 53 anni. E' della provincia di Paghman. E' la madre di 6 bambini, la sua figlia maggiore ha 11 anni. Dice: "ho studiato fino all'ottava classe, ma quando mi sono sposata mio marito non mi ha permesso di continuare a studiare. Due anni dopo esserci sposati mio marito ha cominciato a drogarsi. Mi picchiava ogni giorno e rendeva la mia vita insopportabile. Voleva che lavorassi e guadagnassi per nutrire i bambini. Quando ero incinta di 7 mesi ha voluto divorziare. Ho chiesto l'elemosina e lavato panni per soldi ma non era sufficiente alle nostre necessità. Nove mesi fa ho cominciato a prostituirmi. So che la mia vita e quella dei miei figli ne risentiranno. Se qualcuno volesse aiutarmi, abbandonerei la prostituzione senza alcuna esitazione.

FH.
Dice: "Sono di Shamali. Quando i Talebani hanno attaccato il nostro villaggio hanno distrutto ogni cosa. Sono tutti scappati altrove. I Talebani hanno ucciso mio padre mentre lavorara nei campi. Mi sono trasferita a Kabul con i miei 3 figli che hanno dai 3 ai 7 anni. Da quel giorno mio fratello e mio marito non ci sono più; forse sono tra i morti. A Kabul ho lavorato da domestica in una delle case dove ho cominciato a prostituirmi. Oggi sono in contatto con un gioielliere che mi paga quando vado da lui. Soffro di mal di stomaco e detesto avere relazioni sessuali con tutte queste persone.

RA.
E' la madre di 3 figli, il più grande ha 5 anni. Quando le ho chiesto l'età, ha sorriso e ha detto: "ho dimenticato il mio nome e tu mi chiedi quanti anni ho; forse 21". Anche lei è di Shamali e ha subito quasi le stesse vicende di "FH". "Ho perso le tracce di mio marito a Shamali. Siamo scappati verso Kabul, ma durante il viaggio i Talebani hanno separato gli uomini dalle donne. Mio marito veniva dal Panjsher e penso che sia stato ucciso lì. Ero incinta di 2 mesi quando abbiamo lasciato il nostro villaggio in rovina. Mi sono prostituita durante gli ultimi 5 mesi; una donna mi ha portata verso questa strada. Sono in contatto con molti uomini che mi danno da da 5 a 6 afghani ogni settimana. Anche mia madre è vedova, ma non sa quello che sto facendo. Non mi piace quello che faccio ma non c'è altra via d'uscita.

SH.
Sono della valle di Panjsher ma ho vissuto a lungo a Kabul. Avevo 3 figli; due femmine e un maschio. Ero felice con mio marito. Ma dopo 7 anni di rapporto la mia vita ha subito un cambiamento. Recentemente le mie due bambine sono morte a causa della varicella. Mio marito mi ha ritenuta responsabile delle loro morti e ha usato questa come scusa per lasciarmi. Non mi ha portato via il bambino. Ho cominciato quest'orribile lavoro negli ultimi 3 mesi.
Ho vissuto con mia madre per qualche mese ma alla fine ho cominciato a chiedere l'elemosina. Un giorno un negoziante mi ha fatto un'offerta e io ho accettato. Mi da un afghani ogni settimana. Non so di dove sia e se abbia moglie e figli. Non ricevo nessun piacere dai miei rapporti con lui, ma sono costretta a farlo. Usavo i preservativi per evitare di rimanere incinta, ma nonostante ciò ora sono incinta di 4 mesi. Mia madre non sa nulla dei miei rapporti con quest'uomo.

WH.
Ho fatto questo lavoro durante gli ultimi due anni; sono una vedova e devo nutrire i miei figli. Ho cominciato cucinando e lavando vestiti ma le nostre condizioni erano pessime. Alla fine sono entrata in contatto con una donna che faceva la prostituta da molto tempo. Mi ha incoraggiata a lasciare quel lavoro tanto faticoso e fare quest'altro, che porta molti soldi. La mia prima reazione è stata quella del rifiuto, ma in seguito, quando la nostra vita è peggiorata, ho accettato. Quando l'ho fatto per la prima volta, sono stata malissimo e ho pianto per giorni e giorni. Sono in contatto con molti uomini che mi danno soldi. Sono stata costretta a fare questo e non sono certo felice di farlo. Prendo la pillola per non rimanere incinta. Ho sempre paura che i miei bambini e i miei vicini sappiano qualcosa di queste relazioni. Se lo sapessero i miei vicini mi caccerebbero da questa zona.

[Tratto da "Intervista di Rawa ad alcune prostitute. Le vedove spesso non hanno altra scelta per sopravvivere con i loro figli. Brevi storie tra le strade di Kabul", novembre 2002, da Rawa. traduzione di Diana Girardelli].
Per il testo originale vai alla pagina web:

http://www.ecn.org/reds/donne/rawa/rawa0211intprostitute.html
 
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Come prima, o quasi

In Afghanistan vengono nuovamente spinte con ogni mezzo a regredire in una condizione di apartheid. Nella stessa Kabul è stato ricostituito il vecchio Ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione della Virtù, sotto nuovo nome: Insegnamento Islamico; e il Ministro degli Affari Religiosi utilizza novanta donne per vigilare nelle strade sul comportamento delle donne, per sanzionarne il trucco o l'abbigliamento "anti-islamico".
Le restrizioni alla libertà di movimento delle donne si moltiplicano invece giorno dopo giorno, allo scopo evidente di impedire ogni partecipazione delle donne alla vita pubblica e sociale, e ogni contatto con l'altro sesso. E' nuovamente proibito uscire di casa non accompagnate da un parente stretto maschio, proibito guidare o andare in bicicletta, proibito viaggiare a bordo di un'auto se non con un parente stretto, proibito quindi anche usare un taxi, mentre i mezzi pubblici sono quasi inesistenti. Chi contravviene ai divieti, o viene sorpresa a camminare o a parlare con un uomo e non riesce a dimostrare un grado di stretta parentela con lui, viene arrestata e condotta in ospedale per una visita ginecologica forzata, allo scopo di certificarne la verginità o, nel caso di donna sposata, per verificare se ha avuto rapporti sessuali recenti.
La violazione della libertà di espressione e associazione, negata a tutti, è doppiamente esercitata contro le donne, escluse dalla vita politica, sociale e culturale malgrado la formale riapertura di scuole e università alle donne, e malgrado i posti di lavoro promessi e resi irraggiungibili.

Si veda più dettagliatamente l'articolo di Gabriella Gagliardo, Donne afgane: il punto sulla situazione attuale. Un bilancio all'alba del nuovo anno: cosa è cambiato, quali prospettive, nel sito web:
http://www.ecn.org/reds/donne/rawa/afganistan0301bilancio.html

 
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Ricette culinarie afghane: "riso quabli"

Ingredienti:
"Sela Rice" 1 Kg
carne (pollo o manzo a pezzetti) 1/2 Kg
cipolle 2 grosse
pasta di pomodoro 2 cucchiai
carote 1/2 Kg
uva sultanina 250 gr
mandorle 250 gr
pistacchi 50 gr
garmmajala o peperoncino o paprika 2 cucchiani da the
olio 150 ml
acqua quanto basta
sale quanto basta

Preparazione:
Tagliare la cipolla a fettine molto sottili e friggerla con l'olio per circa 10 minuti. Unire la carne tagliata a pezzi e farla soffriggere.
Unire il pomodoro ed il GARM, dopo alcuni minuti aggiungere l'acqua per cuocere la carne. Quando la carne è quasi cotta aggiungere il riso. Se necessario aggiungere acqua (solo se è necessario per cuocere il riso).
Quando il riso sarà cotto non dovrà esserci acqua e dovrà essere soffice.
A parte tagliare le carote in modo sottile e per il lungo e friggerle per alcuni minuti fino a renderle morbide. Toglierle dalla padella e, nello stesso olio, friggere l'uva sultanina per alcuni minuti poi aggiungere le mandorle ed i pistacchi.
Unire il tutto: carne con riso e sopra le carote aggiungendo un pò di GARM.
Mettere il coperchio per 10 minuti.
IN ALTERNATIVA
Cuocere il riso separatamente. Servire ponendo al centro del piatto la carne cotta e coprendola con il riso e guarnire il tutto con il misto di carote.
http://www.ecn.org/reds/afganistanmaterialiper.html
 
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Ricette culinarie afghane: "buranee banjan"

Ingredienti:
Melanzane 1 Kg
Cipolle tropea 250 gr
Pomodori 250 gr
Spicchi d'aglio 4-5
Yogurt acido 250 gr
Menta fresca o altro aroma (basilico)
Olio per friggere

Preparazione:
1) Pelare le melanzane, tagliarle a fette di circa 1 centimentro di spessore, cospargerle di sale e far fare loro l'acqua.
Quando le melanzane sono pronte, lavarle ed asciugarle.
Ungere una padella e friggere leggermente le fette e tagliuzzarle a mano a mano.
2) Preparare a fette sottili: cipolla, aglio e pomodori. Friggerli per circa 10 minuti ed aggiungere il sale.
Collocare in una teglia uno strato di melanzane (1), poi uno strato di pomodori (preparato 2), poi uno di melanzane e così via.
Si può aggiungere sale e pepe nero a piacere.
Coprire la teglia e metterla in forno per 15 minuti a 180 °.
Come servire:
Spalmare un piatto con un cucchiaio di yogurt e mettere sopra la torta di melanzane, spalmare ancora con yogurt e cospargere con menta fresca tritata o altro aroma.
http://www.ecn.org/reds/afganistanmaterialiper.html
 
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La donna nella nuova costituzione afghana

[22-02-04] La grande assemblea nazionale, la "Loya Jirga", che dovrà approvare la nuova carta costituzionale, ha iniziato i suoi lavori il 15 Dicembre 2003. Non ci sono grandi speranze per quanto riguarda i diritti delle donne, anche perché in tale assemblea ne sono presenti soltanto 100, nonostante rappresentino più del 50 °/° della società afgana, contro 400 uomini. I 160 articoli e 12 capitoli della Carta, se approvati, faranno dell'Afghanistan una Repubblica islamica, garantendo la tutela dei diritti fondamentali con un sistema presidenziale forte, che bilanci le tendenze fondamentaliste.
La nuova carta, sostenuta anche dall'Europa, non fissa i diritti fondamentali delle donne e non le pone sullo stesso gradino degli uomini; la Sharia viene fissata come prima fonte di diritto del paese, perché nessuna legge potrà essere in contrasto con i sacri principi dell'Islam. I matrimoni obbligatori e la mancanza di qualunque diritto continueranno ad essere all'ordine del giorno.
Ma le donne attiviste afghane, anche se lentamente e con mille difficoltà e pericoli, stanno operando perché la loro presenza numerica nel Consiglio aumenti, non vogliono però essere trattate come esseri umani di seconda categoria, né essere ignorate nell'assegnazione di posti dirigenziali del Consiglio.
L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha rivolto alla Comunità Internazionale l'accusa di non aver esaudito la promessa di portare alle donne afghane la libertà, pari diritti e alfabetizzazione (l'ottanta per cento delle donne è analfabeta). [m.a.]

Siti web:
http://www.oneworld.net/article/view/75428/1/
http://www.gfbv.it/2c-stampa/03-2/031216it.html
 
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Bazar e Zanana

[22-02-04] E' stato aperto, grazie a finanziamenti europeri, un mercato "Bazar e Zanana" con molte boutiques e un ampio giardino, sotto la protezione delle milizie di Karzai e dei militari americani, dove può entrare solo chi è senza burqa. Viene venduto di tutto: abiti sexi, cosmetici, persino biancheria intima! Le donne afghane hanno stabilito ,come giorno di shopping il venerdì e sanno che gli uomini non potranno entrare in questo luogo dedicato solo a loro.
In una boutique gestita da Wahida, che ha realizzato il suo sogno di vivere senza nascondersi, si vendono abiti per bambini. Vi si trovano delle polo iraniane, dei giubbotti cinesei e sandali pakistani a buon prezzo. "Qui, in Afghanistan, dopo tutti questi anni d'inferno - dice Wahida - questo spazio protetto è un vero progresso".
Laila nella sua boutique gialla e rossa non ha ancora gli scaffali pieni, ma sorride alla sua merce: reggiseni, mutandine che fa venire dall'Iran o dalla Cina; è contro i talibani che addirittura, dice, hanno negato l'esistenza della donna, non ammettendo neppure che abbia le mestruazioni. Gli acquisti di biancheria intima erano e sono ancora, nella maggioranza dei casi, affidati agli uomini, padri o mariti, perché la donna non può andare dove sono gli uomini.
Si è aperto anche un salone di bellezza con due poltrone per la parrucchiera, un tavolo con i trucchi e pennelli di varie misure. Non è l'unico a Kabul, ma questo è per le più povere per cui le tariffe sono basse. Molte giovani desiderano avere il taglio di capelli di Tere Naam, un parrucchiere indiano famoso in Afghanistan.
Sono questi i primi segnali di un risveglio alla libertà. Ci vorrà però ancora molto tempo per un ritorno ad una vita normale e civile. [m.a.]

Tratto da un articolo di:
Marie Bourreau e De Lavarenne Ericjeudi del 12 febbraio 2004 in:
http://www.liberation.com/page.php?Article=178229
 
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Appello per l'ospedale Malalai del Rawa

[29-08-04] Centinaia di migliaia delle nostre donne e dei nostri bambini hanno bisogno dei servizi di assistenza medica dell'Ospedale Malalai. Molti sono malati e moribondi a causa delle condizioni in cui si trovano. Vi chiediamo di aiutare le nostre donne e i nostri bambini facendo una donazione mensile di US $ 20, 50 o 100 o più, a favore della Afghan Women's Mission (Missione delle Donne Afgane), un NGO con base negli Stati Uniti mirata a raccogliere fondi per l'ospedale.
RAWA ha fondato l'Ospedale Malalai nel 1986 a Quetta, in Pakistan allo scopo di fornire assistenza sanitaria alle donne e ai bambini afgani rifugiati in Pakistan. Esso ha disponibilità per 400 pazienti al giorno e ha acquisito la fama di essere uno dei migliori ospedali della zona, soprattutto nell'aiuto alle vittime di esplosioni di mine.
Malalai è il nome di una leggendaria donna afgana che ha partecipato alla battaglia di Maiwand contro le truppe inglesi nel 1880. Si racconta che usasse il velo come una bandiera per incoraggiare i soldati afgani nella battaglia contro gli invasori.
Sebbene sia stato necessario chiudere l'Ospedale Malalai dopo 10 anni per mancanza di fondi, noi speriamo di poterlo riaprire molto presto.
Per saperne di più si veda il sito web:
http://rawa.fancymarketing.net/malalai1_it.htm
 
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Lapidata una donna di 29 anni

[26-04-05] Una donna afghana di 29 anni è stata lapidata in pubblico per adulterio. Amina, questo il nome della donna, sarebbe stata colpita a sassate dal marito fino alla morte. Il suo amante è stato frustato per cento volte e poi liberato. Si tratta della prima lapidazione dopo la sconfitta del regime dei Talebani. L'esecuzione è stata eseguita giovedì nella provincia di Badakhshan, sulla scorta di una sentenza di una corte distrettuale. Negli anni '90 la remota provincia del Badakhshan era tristemente famosa per le lapidazioni. La pratica divenne comune con il regime oltranzista dei Talebani.
Il capo della polizia locale, Shah Jahan Noori, ha detto che la donna sarebbe stata lapidata per decisione di un mullah, Mohammed Yusof. "Abbiamo mandato una delegazione nella regione per verificare l'informazione» ha detto Noori, precisando che le autorità afghane «condannerebbero severamente in tale atto irresponsabile", qualora effettivamente accaduto. "Le decisioni stanno alla magistratura e non ai dignitari locali. I colpevoli saranno arrestati e puniti" ha annunciato Noori. Notizie diverse dalla Commissione indipendente afghana dei diritti dell'uomo, secondo la quale la donna non sarebbe stata lapidata, ma uccisa dalla famiglia del marito. Confermano invece le cento frustate in pubblico all'amante della donna.
 
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Donne in Afghanistan

Mortalità materna: la mortalità materna durante l'era talebana era stimata in 1.900 decessi ogni 100.000 nati vivi. Il paese si aggiudica ancora il secondo posto nella classifica mondiale per il tasso più alto di mortalità materna, con 1.600 decessi ogni 100.000 nati vivi. La provincia orientale di Badakshan detiene il record più elevato nella storia, con 6.500 decessi per 100.000 nati vivi.

Consapevolezza della salute riproduttiva delle donne.
Il 72% delle donne sposate sotto i 50 anni non conoscono alcun metodo per rimandare una gravidanza.

Coinvolgimento delle bambine nella scuola primaria.
Approssimativamente il 34% sui 4 milioni di bambini afghani accolti nella scuola sono femmine. In 10 provincie, meno di una ogni quattro bambine tra i 7 e i 12 anni frequenta una scuola primaria. Solo una ogni 100 bambine tra i 7 e i12 anni frequenta la scuola primaria nelle provincie di Zabul e di Badghis.

Ragazze che frequentano la scuola secondaria.
Tra le bambine che hanno frequentato la scuola primaria, solo il 9% continua a studiare.

Attacchi contro le scuole.
L'Unicef ha confermato 26 attacchi contro le scuole, principalmente scuole femminili.

Alfabetizzazione.
Il tasso di alfabetizzazione è del 14%per le donne e del 43% per gli uomini.

Età del matrimonio.
Approssimativamente il 57% delle ragazze si sposa prima dell'età di 16 anni, secondo uno studio del Ministero degli affari femminili e di ONG afghane di donne.

Garanzie costituzionali.
L'Afghanistan ha promulgato una nuova Costituzione nel gennaio 2004. L'articolo 22 garantisce a donne e uomini uguali diritti e doveri di fronte alla legge. L'articolo 44 stabilisce che lo Stato deve promuovere l'istruzione delle donne. Gli articoli 83-43 riservano approssimativamente il 25% dei seggi nella Wolesi Jirga (Camera del Popolo) alle donne. Il presidente deve indicare donne in aggiunta alla Meshrano Jirga (La Camera Alta)

La registrazione delle elettrici donne.
Il 41% di 10.5 milioni di elettori registrati in Afghanistan sono donne. Questi dati sono stati gonfiati da registrazioni multiple. Il tasso di iscrizione nelle liste elettorali nelle provincie del sud è significativamente più basso rispetto alla media nazionale: Zabul (9%), Uruzgan (10%), Helmand (16%) e Kandahar (27%).
 
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Ancora drammatica la violenza contro le donne

Tra i matrimoni forzati delle minorenni, con le loro implicazioni di abusi fisici e sessuali, e l'esecuzione pubblica di una donna per ordine dei consigli locali, tra l'autoimmolazione delle ragazze e i suicidi spinti dalla disperazione per vedere impuniti gli abusi, la violenza contro le donne in Afghanistan è un problema drammatico da affrontare ora, come ha dichiarato oggi uno dei massimi esperti delle Nazioni Unite.
"La violenza contro le donne è ancora oggi a livelli drammatici in Afghanistan, sia come intensità che come estensione e capillarità, sia nella sfera pubblica che privata," secondo quanto riportato da Yakin Erturk, osservatore speciale della commissione ONU per i diritti umani e la violenza contro le donne, durante una conferenza stampa a Kabul, la capitale afgana, alla fine di una visita di 10 giorni.
I tre anni e mezzo che hanno seguito la caduta del regime talebano, che aveva fortemente represso i diritti delle donne, hanno visto considerevoli cambiamenti in ambito legale ed istituzionale, ma "ora qualcosa deve essere fatto per proteggere le donne, per salvare la loro vita," ha aggiunto, elencando una serie di provvedimenti che sembrano fattibili a breve termine.
Tra questi, lanciare una serie di campagne mediatiche per informare l'opinione pubblica che i matrimoni forzati tra minorenni violano i precetti fondamentali dell'Islam, e ribadendo chiaramente che il 'matrimonio' di una bambina è un crimine perseguibile e punibile.
La drammatica realtà:
- Almeno 6 milioni e mezzo di persone, su una popolazione totale tra i 21 e i 26 milioni, sopravvivono solamente grazie agli aiuti umanitari, e il rischio di carestia è reale.
- L'aspettativa media di vita in Afghanistan è tra le più basse al mondo: appena 44 anni e mezzo.
- Un quinto dei bambini muore prima di raggiungere i cinque anni.
- Circa due milioni di afgani vivono attualmente all'estero, la maggior parte in Iran ed in Pakistan.
- A Kabul, si stima che circa 500 mila persone non abbiano una casa o vivano in rifugi provvisori.
- Solo il 40% dei bambini afgani è vaccinato contro malattie gravi, e soltanto il 25% della popolazione ha accesso all'acqua potabile e ai servizi sanitari. C'è soltanto un medico ogni 6000 abitanti, e un' infermiera ogni 2500.
- Ogni caso vengono diagnosticati circa 72000 nuovi casi di tubercolosi. Le donne sono le più colpite da questa malattia.
- Ogni mese 100 persone perdono la vita o restano menomate da mine ed ordigni inesplosi.
- Ogni anno circa 400000 afgani vengono colpiti da calamità naturali.
AlertNet, 20 giugno 2005.
La polizia e i giudici non dovrebbero riconsegnare le ragazze e le donne che fuggono di casa dopo aver subito violenza domestica alle loro famiglie, a meno che non possano garantire la loro incolumità. Dovrebbero essere creati e potenziati rifugi sicuri per le donne a rischio; inoltre, il sostegno economico all'Afghanistan dovrebbe essere legato alla protezione dei diritti umani e delle donne, ha aggiunto.
La Erturk ha osservato che la maggior parte delle persone con cui ha parlato hanno identificato nei matrimoni forzati delle minorenni la causa primaria di violenza sulle donne. "Oltre ad essere di per sé gravi forme di violenza, i matrimoni forzati, in combinazione con la poligamia, aumentano considerevolmente la probabilità che le donne subiscano violenza all'interno della famiglia, tra cui la violenza sessuale da parte di uomini di molto più anziani di loro."
Ha citato l'esempio "veramente drammatico che mi ha tremendamente colpito" di una ragazzina di appena otto anni, ora sotto protezione, venduta in matrimonio da sua madre all'età di sei anni, nonostante né la legge ufficiale né la legge islamica, la Sharia, accettino che una ragazzina di 6 anni sia ‘maritabile’.
"Questa ragazzina, ed altre come lei con le quali ho parlato, che non hanno avuto la fortuna di finire in zone protette, hanno subito violenza fisica e sessuale. Non soltanto dal marito designato, ma anche da altri uomini all'interno della famiglia, nell'attesa che il marito bambino cresca. Recentemente, ad un incontro col governo, mi è stato riferito che queste ragazzine finiscono in famiglie che vendono il loro sangue o le forzano alla prostituzione."
«Sono estremamente rari i casi in cui la violenza domestica viene punita», ha fatto notare, aggiungendo che molte donne non hanno alcuna alternativa che sopportare tali violenze, poiché le donne non possono apparire in pubblico da sole, pena essere sospettate di illeciti sessuali.
«Se una donna passa la notte fuori casa, è la fine. Si porta dietro un marchio che ne impedisce il ritorno a casa, poiché potrebbe essere rifiutata o, punita e, nel peggiore dei casi, la aspetta la morte.»
La Erturk si riferisce al caso di una donna di nome Ameena, fu lapidata a morte a causa di una fatwa emessa dalle autorità locali.
"La violenza deve terminare. Non c'è alcun motivo per cui questi atti debbano essere legittimati. Se il Governo vuole acquisire legittimità e credibilità deve provvedere a risolvere questo drammatico problema."
Ha citato anche casi di auto-immolazione nella città di Herat. "Ci sono ragazze che si danno fuoco perché quella è per loro l'unica alternativa per fuggire alla violenza. Si suicidano per scappare da una vita fatta solo di violenza, non solamente da parte del marito e del padre, ma, sorprendentemente, alcune volte perfino dalla suocera. Sfortunatamente, anche le donne a volte si macchiano di tali abusi." (Onu, News Centre, 18 luglio 2005)
 
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