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La misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati.
C'è una consapevolezza del proprio peccato che non porta a
Dio, ma all'autocommiserazione. La nostra tentazione consiste nell'essere
così sommersi dalla nostra mancanza di generosità, da
rimanere bloccati in un paralizzante senso di colpa. E' il senso di
colpa che ci fa dire: "Sono troppo peccatore per meritare la
misericordia di Dio". E' il senso di colpa, che ci porta all'introspezione
piuttosto che volgere il nostro sguardo a Dio. E' il senso di colpa
che è diventato un idolo e quindi una forma di orgoglio.
So che la vera gioia viene dal lasciarmi amare
da Dio nel modo che egli vuole, nella malattia o nella salute, nel
successo o nell'insuccesso, nella povertà o nella ricchezza,
nel rifiuto o nella lode. E' difficile per me dire: "Accetterò
con gratitudine ogni cosa, o Signore, che piace a te. Sia fatta la
tua volontà". Ma so che se credo davvero che il Padre
mio è puro amore, sarà sempre più possibile dire
queste parole dal profondo del cuore".
So che la Quaresima sarà un tempo molto
duro per me. La scelta della tua via la devo fare ogni momento della
mia vita. Devo scegliere pensieri che sono i tuoi pensieri, parole
che sono le tue parole e azioni che sono le tue azioni. Nessun tempo
e nessun luogo è senza scelte. Ti prego, Signore, resta con
me in ogni momento e in ogni luogo.
Rimane vero che l'isolamento porta spesso a
comportamenti ostili e che la solitudine è il clima dell'ospitalità.
Quando ci sentiamo soli, abbiamo un tale bisogno di piacere e di essere
amati, che diventiamo ipersensibili ai molti segnali che ci arrivano
dal nostro ambiente e facilmente diventiamo ostili nei confronti di
coloro di cui avvertiamo il rifiuto. Ma una volta che abbiamo trovato
il centro della nostra vita nel nostro cuore e abbiamo accettato la
nostra solitudine non come un destino bensì come una vocazione,
allora siamo in grado di offrire libertà agli altri. Una volta
che abbiamo rinunciato al nostro desiderio di essere pienamente ricolmati,
possiamo offrire uno spazio libero agli altri.
Per molti di noi pregare non significa altro
che parlare con Dio. E siccome normalmente si pensa che sia una faccenda
unilaterale, pregare finisce per significare semplicemente parlare
a Dio. Una simile idea basta a creare una grande frustrazione. Se
presento un problema, mi aspetto una soluzione; se formulo una domanda
mi aspetto una risposta; se chiedo un orientamento mi aspetto che
mi venga dato. E se ho sempre di più l'impressione di parlare
nel buio, non è strano che ben presto cominci a sospettare
che il mio dialogo in realtà non sia altro che un monologo.
Allora potrei cominciare a chiedermi: In realtà, a chi sto
parlando, a Dio o a me stesso? La crisi della nostra vita di preghiera
consiste nel fatto che la nostra mente può essere piena di
idee su Dio, mentre il nostro cuore rimane lontano da Lui. In definitiva
ascoltate il vostro cuore. E' lì che Gesù vi parla nella
massima intimità. Egli non grida. Non vi impone la sua presenza.
La sua voce è una voce discreta. Molto simile a un sussurro,
alla voce di una amore dolce.
Per me è difficile perdonare qualcuno
che mi ha veramente offeso, soprattutto se la cosa si ripete. Comincio
a dubitare della sincerità di uno che chiede perdono una seconda,
una terza e una quarta volta. Dio, invece, non tiene i conti. Dio
attende solo il nostro ritorno, senza risentimento né desiderio
di vendetta. Forse il motivo per cui appare difficile per me perdonare
gli altri, sta nel fatto che non credo pienamente di essere una persona
perdonata. Se accettassi pienamente di essere stato perdonato e di
non dover vivere con i sensi di colpa o con la vergogna, allora sarei
veramente libero. La mia libertà mi permetterebbe di perdonare
gli altri. Non perdonando, m'incateno al desiderio di pareggiare i
conti, perdendo così la mia libertà. Una persona perdonata
perdona.
Ciascuno di noi deve cercare la propria via
discendente dell'amore. Questo esige molta preghiera, molta pazienza
e molto consiglio. Ma non ha niente a che vedere con atteggiamenti
spirituali melodrammatici, con lo sbarazzarsi drammaticamente di ogni
cosa per seguire Gesù. La via discendente è una via
che sta nascosta nel cuore di ogni persona. Ma poiché è
percorsa raramente, è spesso coperta di erbacce. Lentamente,
ma con decisione, dobbiamo eliminare le erbacce, aprire la strada
e cominciare a percorrerla senza paura.
[La voce della solitudine]
Una vita senza un luogo isolato, vale a dire
una vita senza un centro tranquillo, facilmente diventa distruttiva.
Quando ci basiamo sui risultati del nostro operare come unica via
per acquisire una nostra identità, allora diventiamo possessivi,
ci mettiamo in difesa e siamo portati a vedere gli esseri umani, nostri
simili, più come nemici da tenere lontani che come fratelli
con i quali condividere il dono della vita. Nella solitudine, possiamo
a poco a poco smascherare l'illusione che ci rende tanto possessivi,
e scoprire nel centro del nostro essere, che siamo non ciò
che possiamo conquistare, ma ciò che ci viene dato. Nella solitudine
possiamo ascoltare la voce di colui che ci ha parlato prima che potessimo
pronunciare una sola parola, che ci ha guariti prima che potessimo
fare una qualsiasi richiesta di aiuto, che ci ha resi liberi molto
prima che potessimo liberare gli altri, e che ci ha amati molto prima
che potessimo amare qualcuno. In questa solitudine, scopriamo che
l'essere è molto più importante dell'avere e che valiamo
più che i risultati dei nostri sforzi. Nella solitudine scopriamo
che la nostra vita non è un possesso da difendere, bensì
un dono da condividere. Nella solitudine diventiamo consapevoli che
il nostro valore non corrisponde alla nostra utilità.
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(Henri
J.M. Nouwen)
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