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Ad ogni modo, si può dire una cosa: in mezzo alle ansie e alle preoccupazioni, che spesso continuano a somigliarsi in maniera scomoda, noi possiamo diventare più consci dei diversi poli tra i quali la nostra esistenza oscilla e si mantiene in uno stato di tensione. Tali poli offrono il contesto in cui possiamo parlare della vita spirituale perché possono essere riconosciuti da chiunque si sforzi di vivere la vita nello Spirito di Gesù Cristo. La prima polarità riguarda il nostro rapporto con noi stessi. E’ la polarità fra isolamento e solitudine. La seconda polarità forma la base del nostro rapporto con gli altri. E’ la polarità fra ostilità ed ospitalità. La terza polarità, quella finale e più importante, è quella che dà una struttura al nostro rapporto con Dio. E’ la polarità fra illusione e preghiera. Nel corso dell’esistenza non solo ci accorgiamo del nostro miserevole senso di isolamento ma anche del concreto desiderio di solitudine deI cuore; non solo arriviamo alla dolorosa constatazione delle nostre crudeli ostilità, ma anche a quella della speranza di ricevere i nostri fratelli con un’ospitalità incondizionata; e sotto tutto questo non solo scopriamo le infinite illusioni che ci fanno agire come se fossimo padroni del nostro destino, ma anche il dono precario della preghiera che si nasconde nella profondità del nostro Io. Pertanto, la vita spirituale è quel moto costante fra i poli, dell’isolamento e della solitudine, dell’ostilità e dell’ospitalità, dell’illusione e della preghiera. Più ci accostiamo alla confessione dolorosa del nostro isolamento, dell’ostilità, delle illusioni più vediamo la solitudine, l’ospitalità, la preghiera, come parte del panorama dell’esistenza. Anche se, dopo aver vissuto molti anni, ci sentiamo più isolati, più ostili, più illusi di quando quasi non avevamo un passato su cui riflettere, sappiamo, tuttavia, meglio di prima che tutti questi dolori hanno reso più profondo e più acuto il nostro desiderio di abbracciare un nuovo modo di esistere, solitario, ospitale e pio. Perciò, scrivere della vita spirituale è come stampare delle negative. Forse è proprio l’esperienza dell’isolamento che ci permette di provare a tracciare i contorni della solitudine. Forse è precisamente il disgustoso confronto con il nostro io ostile che ci fornisce i termini per parlare dell’ospitalità come scelta concreta, e forse non troveremmo mai il coraggio di parlare della preghiera come vocazione umana senza la scoperta scomoda delle nostre illusioni. Sovente è la selva oscura che ci fa parlare dei campi aperti. La prigione ci fa pensare alla libertà, la fame ci aiuta ad apprezzare il cibo, la guerra ci suggerisce le parole per la pace. Non di rado, la nostra visione del futuro scaturisce dalle sofferenze del presente e la speranza per gli altri dalla nostra disperazione. Raramente un «lieto fine» ci dà la felicità, ma spesso un’ammissione chiara e sincera delle ambiguità, delle incertezze e delle dolorose condizioni dell’esistenza ci dà una nuova speranza. Il paradosso consiste nel fatto che la vita nuova nasce dai travagli di quella antica. La vita di Gesù ci ha fatto capire chiaramente che la vita spirituale non permette aggiramenti. Se aggiriamo l’isolamento, la ostilità e l’illusione non arriveremo mai alla solitudine, all’ospitalità e alla preghiera. Non sapremo mai di sicuro se realizzeremo la nuova vita che possiamo scoprire già al centro di quella antica. Forse moriremo nell’isolamento, nell’ostilità, portando con noi stessi, fino alla tomba, le nostre illusioni. Sembra che molti lo facciano. Ma quando Gesù ci domanda di prendere la croce e di seguirlo (Mc 8,34) noi riceviamo un invito ad estenderci di gran lunga oltre la nostra miseria e peccaminosa condizione per dar forma ad un’esistenza in cui sono implicite le grandi cose che per noi si preparano. [In Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo] |
Non molto tempo fa, nella mia comunità, ho avuto un’autentica esperienza personale del potere di una vera benedizione. Poco tempo prima che ciò accadesse avevo iniziato una funzione di preghiere in una delle nostre cappelle. Janet, una handicappata della nostra comunità mi disse: “Henri, mi puoi benedire? ”Io risposi alla sua richiesta in maniera automatica tracciando con il pollice il segno della croce sulla sua fronte. Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: “no, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!” Mi resi subito conto di come avevo risposto in modo formalistico alla sua richiesta e dissi: “Oh scusami … ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione”. Lei mi fece un cenno con un sorriso e io compresi che mi si richiedeva qualcosa di speciale. Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, io dissi: “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso”. Mentre stavo dicendo questo, non sapevo cosa Janet volesse veramente. Ma Janet non mi lasciò a lungo nel dubbio. Appena dissi “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale” lei si alzò e venne verso di me. Io indossavo un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet mi cinse tra le sue braccia e pose la testa contro il mio petto. Senza pensare, la coprii con le mie maniche al punto da farla quasi sparire tra le pieghe del mio abito. Mentre ci tenevamo l’un l’altra io dissi: “Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un pò giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te”. Appena dissi queste parole, Janet alzò la testa e mi guardò; il suo largo sorriso mi mostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione. Quando Janet tornò al suo posto, un’altra donna handicappata alzò la mano e disse: “Anch’io voglio una benedizione”. Si alzò e, prima che mi rendessi conto, mise il suo viso contro il mio petto. Dopo che io le dissi parole di benedizione, molti altri handicappati vennero esprimendo lo stesso bisogno di essere benedetti. Ma il momento più toccante si verificò quando uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: “E io?” “Certo”, risposi. “Vieni”. Lui venne e quando ci trovammo di fronte, lo abbracciai e dissi: “John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito.” Pronunciate queste parole, egli mi guardò con le lacrime agli occhi e disse: “Grazie, grazie molte”. Quella sera compresi l’importanza della benedizione e dell’essere benedetto e l’ho intesa come il vero segno che contraddistingue l’amato. Le benedizioni che diamo gli uni gli altri sono espressione della benedizione che riposa su di noi da tutta l’eternità. [In Sentirsi amati] |
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