I testi che seguono sono tratti dalla biografia di santa Maria Goretti così come si trovano nel sito web: www.santamariagoretti.it

Insidiata
La fresca bellezza di Maria, per quanto difesa e nascosta gelosamente, non sfuggì agli occhi e alla sensibilità di Alessandro Serenelli, di otto anni più grande di lei, il quale aveva già il cuore guasto a causa delle cattive compagnie e delle letture piene di fatti scandalosi. Egli cominciò a nutrire per la fanciulla un vivo affetto, che, non controllato, degenerò in una cieca, morbosa e irrefrenabile passione.
Ai primi di giugno del 1902 il giovane fece a Maria proposte insane. Ella, inorridita, le rigettò e fuggì piangendo. Mentre si allontanava, Alessandro la minacciò: "Se fiati, ti ammazzo". Dopo qualche giorno egli la tentò di nuovo, ma fu respinto ancora e con più energia. Confuso e irritato per la resistenza dell'innocente fanciulla, stabilì in cuor suo che la terza volta, se non l'avesse ascoltato, l'avrebbe uccisa. E con fredda premeditazione preparò un punteruolo lungo 24 centimetri.
Da quel momento la vita divenne per Maria un vero incubo. Alessandro la trattava con durezza, la rimproverava per ogni inezia e la sovraccaricava di lavoro. Ella, da parte sua, evitava di incontrarlo, obbediva in silenzio e si raccomandava incessantemente alla Madonna, stringendo spesso in pugno la corona. Più volte, in quel mese terribile, ripeté alla mamma: "Mamma, per carità, non mi lasciate sola". Glielo disse anche alla vigilia della tragedia. Ma la povera mamma purtroppo non riuscì accogliere il terrore, che si nascondeva dietro quelle parole, e Maria, sola e indifesa, andò incontro al martirio.

Il martirio
Sono le prime ore pomeridiane del 5 luglio 1902. Le famiglie Serenelli e Goretti sono intente alla trebbiatura delle fave. Sui covoni, distesi per terra, circolano due carri (le caratteristiche "barozze"), trainati ciascuno da un paio di buoi. Uno dei carri è guidato da Angelo Gorretti, l'altro da Alessandro. Altri tre, dei figli di Assunta, si divertono ad osservare e a salire di tanto in tanto sui carri. Giovanni Serenelli è disteso su una balla di fieno ai piedi della scala di casa, perché malato di malaria. Maria è sul pianerottolo, in alto, occupata a rammendare una camicia per ordine di Alessandro, e accanto lei Teresina di appena due anni, dorme sopra una imbottita. Assunta è sull'aia e bada a rimettere sul cammino dei carri, con un tridente, le fave che si sparpagliano.
All'improvviso scoppia la tragedia. Alessandro, che ha già preparato il suo piano, salta giù dal suo carro e, fingendo di dover salire un momento in casa per cose urgenti, dice ad Assunta: "Volete guidare un pò voi, finché vado di sopra un minuto?".
La povera donna, non sospettando nulla, acconsente volentieri e sale tranquillamente sul carro col figlio Man mano. Alessandro percorre in breve i quaranta metri di distanza, entra in camera, pone il punteruolo sulla madia della cucina e, aprendo adagio l'uscio, ordina a Maria di entrare in casa. Ella non risponde né si muove.
"Allora confessò in seguito lo stesso Alessandro - l'acciuffai quasi brutalmente per un braccio e, poiché faceva resistenza, la trascinai dentro la cucina, che era la prima camera dove si entrava, e chiusi, con un calcio, la relativa porta d'ingresso col solo saliscendi orizzontale, applicato all'interno.
Essa intuì subito che volevo ripetere l'attentato delle due volte precedenti e mi diceva: "No, no, Dio non lo vuole. Se fai questo vai all'inferno". Io allora, vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai sulle furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco... Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: "Dio, Dio, io muoio, Mamma, mamma!". Io ricordo di aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre essa si dimenava ancora. Capivo bene che l'avevo ferita mortalmente. Gettai l'arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia camera. Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto".
Le ferite all'addome sono così profonde che una parte dei visceri esce fuori ed è chiaramente visibile. Tuttavia l'eroica fanciulla trova la forza di alzarsi, di aprire la porta e di chiamare Giovanni: "Giovanni, venite su, ché Alessandro mi ha ammazzata".
Più tardi, all'ospedale, i medici riscontreranno in tutto sul suo corpo quattordici ferite con lesioni al pericardio, al polmone sinistro, al cuore, al diaframma, all'intestino tenue, all'iliaca e al mesenterio.
Le chiesi: "Marietta mia, che è successo, chi è stato?". Mi rispose: "É stato Alessandro. Mi voleva far fare cose cattive e io non ho voluto".

La lunga agonia
La povera Maria è crivellata di ferite e perde abbondantemente sangue. Sembra già cadavere. Invece sopravvivrà ancora altre ventiquattro ore. Un vero miracolo! Certamente la Provvidenza lo ha permesso, perché si potessero raccogliere notizie sicure sul suo martirio.
Intanto i Cimarelli si prodigano con ammirabile sollecitudine per prestarle soccorso. Antonio e Teresa restano accanto ai Goretti; Domenico corre a Conca per narrare l'accaduto al Mazzoleni; Mario invece va a Nettuno per avvertire i Carabinieri e per chiamare il medico condotto Bartoli.
Il Serenelli viene tradotto dai Carabinieri alla caserma di Nettuno. Maria è trasportata in autoambulanza all’ospedale dei Fatebenefratelli della stessa città. L’accompagna la mamma. Il viaggio è un vero calvario. E stato loro proibito di parlare. Tuttavia la sventurata madre, intuendo le sofferenze della figlia, non può fare a meno di domandarle: «Ci stai male, figlia?». La fanciulla, per non rattristarla di più, risponde di no, però poco dopo domanda a sua volta: "Mamma, ci sta molto per arrivare?". "Ed io narrerà poi Assunta le assicurai che c'era poco".
All’ospedale arrivano alle venti. I medici disperano di salvare la ragazza, ma decidono di tentare operandola. In pochi istanti ella si confessa e va sotto i ferri. L’operazione dura due ore ed è dolorosissima, perché non è possibile addormentarla. Terminato l’intervento, è concesso alla mamma di avvicinarla. «Appena mi vide - riferirà poi Assunta - mi chiamò con accento espressivo “Mamma!”. Io, avvicinandomi al suo lettino, le chiesi come stesse ed essa mi rispose “Bene, mamma”. Poi volle notizie dei fratellini e delle sorelline e mi domandò se sarei restata con lei la notte. Avendole risposto che il dottore non lo permetteva, mi disse: “E dove vai tu a dormire?”. Io la rassicurai. Più tardi mi pregò: “Mamma, mi dai una goccia di acqua?”. Le risposi che il medico lo aveva proibito; si rassegnò ed ella per venti ore soffrì l’orribile spasimo della sete. La lasciai che era quasi mezzanotte... La mattina, prima dell’orario, potei entrare all’ospedale e, rivedendola, le domandai come stesse. Con voce più fioca che nella sera precedente mi rispose che stava bene. Mi chiese inoltre dove avessi passato la notte. Più volte nella giornata mi domandò dei fratellini, che essa desiderava rivedere. Con me c'erano ad assisterla un'infermiera e due Suore dei Poveri. Verso le dieci venne il dottore per curarla. Nel frattempo arrivarono anche i Carabinieri per sottoporla all'interrogatorio".
Intanto le vengono suggerite delle giaculatone ed ella le ripete con fervore. Bacia più volte il Crocefisso e l'immagine di Maria Santissima. L'Arciprete di Nettuno, Mons. Temistocle Signori, nota in lei un sensibile peggioramento e pensa di amministrarle il Viatico. Per disporla, le parla del perdono, concesso da Gesù ai suoi carnefici. Poi le domanda: "Maria, volete perdonare anche voi al vostro uccisore?'. Ella prontamente risponde: "Sì, per amore di Gesù, gli perdono e voglio che venga in paradiso con me". Fatta la Comunione, china il capo sul petto e rimane a lungo raccolta, in intimo colloquio con il suo Gesù. Riceve anche l'Estrema Unzione.
Il Cappellano dell'ospedale le propone di iscriversi all'associazione delle Figlie di Maria ed ella si dichiara felice di poterlo fare. Le viene posta al collo la Medaglia benedetta e la fanciulla non finisce più di baciarla.
Su proposta dei Carabinieri, la mamma le chiede se il Serenelli l'avesse infastidita anche altre volte ed ella rivela come circa un mese prima il giovane avesse tentato due volte di farle violenza. Allora Assunta, turbata e rattristata, esclama: "Amore mio, perché non me lo hai detto, che almeno non facevi questa morte?". E Maria, scusandosi, risponde: "Mamma, egli giurò che, se l'avessi detto, mi avrebbe ammazzata... intanto mi ha ammazzata lo stesso".

La santa morte
Le condizioni della fanciulla si aggravano rapidamente di ora in ora, sia per le emorragie subite, che per la peritonite settica prodotta dalle ferite all'addome. E debolissima e cade spesso in delirio. Si vede talvolta sotto la minaccia del pugnale e grida: "Che fai, Alessandro? Tu vai all'inferno. È peccato, è peccato". Talvolta invece si crede stesa sul pavimento e supplica: 'Portami a letto; voglio stare più vicino alla Madonna". Allude alla cara immagine, che tiene appesa sul suo capezzale. In un momento di lucidità invoca: "Mamma, babbo". Assunta abbassa lo sguardo dolorante ed ella, temendo di averle recato dispiacere con il ricordo del padre defunto, le dice: "Perdonami, mamma". Allora la mamma, quasi porgendole l'estremo addio, dolcemente le sussurra: "Marietta, prega per noi... perdona tutti... raccomandati al Signore". Si baciano.
Il delirio si fa più frequente. Ad un tratto esclama: "Che bella Signora!". E come se notasse della incredulità nei presenti, aggiunge: "Possibile che non la vedete? Guardate! E tanto bella, piena di luce e di fiori". Infine si fa preoccupata in volto e, quasi per chiedere aiuto, invoca: "Teresa!" e si abbatte sui cuscini. Il suo calvario è finito. Sono le 15,45 del 6 luglio 1902.
Assunta col cuore stretto in una morsa di dolore torna in famiglia. Racconterà più tardi: "A sera inoltrata io ritornai a Ferriere dai miei figliuoli, che si trovavano in casa Cimarelli, dove rimasi, senza mettere più il piede nell'abitazione di prima, fino a quando non mi trasferii definitivamente a Corinaldo".

(Maria Goretti)


 



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