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Ci ha scritto Lorenzo
   
   
 



Per essere felice non mi serve il cellulare nuovo, o una camera solo per me, o un buon voto.
Certo, mi rendono soddisfatta e orgogliosa, quindi felice, ma non è questa la felicità.
Tutti racchiudono nel significato "felicità", tutto quello che li rende pienamente soddisfatti. Ma io so che quello è un sentimento truccato, finto, a cui "appioppiamo" un nome sbagliato.
La felicità è qualcosa che ti cresce dentro, ti fa diventare rossa dall'eccitazione e desideri urlarlo a tutto il mondo. Non credo che andrei a dire al mondo che ho un cellulare nuovo.
La vera felicità si prova in alcuni momenti della vita, i più significativi, quelli che ti segnano per sempre. Quando ti nasce un fratellino o una sorellina, il primo amore, il tuo sogno nel cassetto. Quest'ultimo sembra sempre una magnifica fiaba, un sogno interminabile, il desiderio più forte e ardente che si libera dalla sua prigione di cristallo e spiega le ali per volare libero e leggero fino a te, dentro di te, fino a farti piangere e colmare il tuo cuore.
Questa è la felicità.
La fine di una guerra, della povertà, l'inizio dell'amore, non è solo felicità, ma è lacrima di speranza e di vita che libera felicità più profonda e bella, perché è bello ciò che avviene.
La felicità non si basa sulle cose materiali, ma sulle cose che puoi solo sognare e sperare, sui sogni che rimangono chiusi nel cassetto, in attesa di liberarsi nel cielo della vita.

P.S. Ora credo che i sogni e i cassetti magici esistono. E pure le chiavi.

 

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Alla ricerca di te stesso
Prova a guardare dalla finestra;
cosa vedi ?
un via vai di gente, la vanità, la tecnologia, un paio di alberi soffocati dal cemento.
Noi, che ci lamentiamo di tutto,
del compito andato male, del cellulare vecchio, degli indumenti non firmati.
E non riusciamo a vedere più in là del nostro naso.
L'uomo non ha cuore, e non ha mente.
Prova a guardare dalla finestra,
e prova a guardare più in là dell'orizzonte,
più in là delle frontiere,
prova a spaziare con lo sguardo
e solo così vedrai quello che non puoi vedere, che puoi solo percepire.
Avrai trovato te stesso.
 

Le nuvole
Bianchi pensieri, scrigni di sogni inviolabili.
Dolci parole portate dal vento.

[5° posto al Premio letterario di poesia "Monte Argentario", 2002]
 

I sogni

I sogni sono parole urlate al vento,
sono i raggi di luce che irradiano le nuvole,
attimi sfuggenti che illuminano il cielo,
di un sole che giunge al tramonto.
Sono lo zucchero che dà sapore alla vita,
che non può vivere di sola realtà,
di sola verità,
perché la verità è una bugia
che ci aiuta a comprendere la vita.
Un sogno è l'ultimo raggio di sole del tramonto.
 
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E' finito il primo quadrimestre e bisogna tirare le somme. I voti di fisica, sono migliorati, ma sono peggiorati quelli in scienze. Ma non mi dò per vinta; m'impegnerò più a fondo in questa materia, che mi affascina particolarmente. Credo, in ogni modo, che le feste siano tra gli avvenimenti più belli; noi balliamo sui tavoli con la musica a tutto volume, e i maschi giocano a calcio con una pallina di carta stagnola. E' divertente; si mangia e si beve in quantità. Solitamente, avanza sempre qualcosa: una crostata, delle briosce fatte in casa, dei biscotti. ma soprattutto bibite che consumeremo il giorno seguente. Mi piace la scuola, in tutti i sensi, è divertente, certe volte anche emozionante. Ma ci sono pure gli inconvenienti, ad esempio
i famigerati litigi, che sono in continuo aumento si discute anche per motivi futili, per una parola di troppo, per una reazione impulsiva o anche solo per gelosia, malignità, troppa curiosità. Le principali cause dei litigi, sono i pettegolezzi; è scientificamente provato che il 50% dei litigi sono causati da assurde chiacchiere per lo più inventate. A questo punto, ci si deve dividere in gruppi, il gruppo dell'offeso, il gruppo del provocatore e i neutri. E' già, anche qui c'è chi è neutrale (la sottoscritta) e che quindi non si deve crucciare per sceglier "vado di qua, o di là?".
Finché sono parole "brutte" va bene, ma ultimamente, si è varcato il limite e sono volate parole pesanti: molto pesanti. Allora "a mali estremi, estremi rimedi" e si va a dire tutto alla prof.
Non che sia sbagliato per carità, ma non bisogna offendersi alla prima sciocchezzuola. Se però, ti prendono "di mira", allora la frittata è fatta. Le parole,a volte lacerano il cuore più che una lama tagliente. "Ferisce più un colpo di lingua che uno di spada". Certe ferite, ti lasciano il segno che t'irrigidisce il cuore fino a pietrificarlo completamente.
Io so, quanto sia brutto avere la metà delle tue amiche, alcune che conosci appena, altre di vecchia data, schierate contro, che ti si accaniscono con cattiveria senza sapere il perché di quest'ostilità. Ho provato questo poco tempo fa, e il pensiero mi addolora e allo stesso tempo mi fa ribollire il sangue nelle vene. Alla fine, però si risolve tutto, anche se i tuoi dubbi rimangono e non si cancellano. La scuola è fatta così con gli intrighi, le gioie, i dolori, le amicizie, le feste, le interrogazioni, che si accalcano tra loro in quelle cinque ore della nostra vita quotidiana.

 
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E’ proprio in questo periodo che dovrò decidere il mio futuro
.
(dubbi, discussioni in famiglia e a scuola, preoccupazioni, ecc.)

Il Natale è alle porte la decisione che mi segnerà la vita.
Ho quasi paura al solo pensiero che tutto dipende da me e dalla scelta che farò. E’ una grande responsabilità, e ancora siamo troppo piccoli per prendere una decisione chiara e decisa, una decisione ragionata e non fatta “a caso”.
Per me il vero problema è “scegliere”.
Qualcuno può dire che non ci vuole poi tanto a compiere quest’ azione: basta capire bene le materie in cui si va meglio, quelle che ti piacciono maggiormente e in base ad altri fattori, decidere.
Sembra facile e forse lo è se hai le idee chiare; ma per una “eterna indecisa” come la sottoscritta il “compito” è dieci, cento, mille volte più difficile.
Io ho bisogno di pensare, come minimo un quarto d’ora, se prendere la maglietta rossa, o quella verde, ad esempio. Insomma non sono mai sicura delle mie scelte, anche se cerco in qualsiasi modo di non pormi tanti problemi.
Una mia amica, una volta, disse che ero così titubante perché non avevo carattere.
Io non credo che sia così. Penso invece che scaturisca dal timore dei giudizi degli altri. Da bambina, non ero così: ero schietta, decisa, sicura di me stessa. Poi sono andata alle elementari, ed eccomi qui, catapultata in un universo di parole e di cattiverie, che mi rendono minuscola, proprio come la mia scrittura. E poi sempre più giù.
Non credo di aver toccato il fondo, e non credo di esserci arrivata molto vicina. Comunque sto cercando di venirne fuori, arrampicandomi sulle impervie pareti dell’insicurezza.
Ma una decisione ti fa di nuovo scendere nel buio più totale, e allora devi ricominciare tutto daccapo.
Ancora manca quasi un mese e mezzo e ho tutto il tempo di riflettere, ma il tempo non è mai abbastanza.
Ti scivola fra le dita e non ti accorgi, e certe volte pensi che vada più veloce del normale.
Eppure è sempre lo stesso. Io credo che la cognizione del tempo sia relativa: quando vai a casa degli amici un’ora, ad esempio, passa in un lampo, e ti sembra che siano passati solo pochi minuti. Invece quando sei da sola a casa e non sai cosa fare, un’ora è così lunga che sembra durare un’eternità. Io credo che se noi vivessimo il tempo in modo più “profondo” anche se ci divertissimo, passerebbe normalmente, né velocissimo, né lentissimo.
In casa, mio padre mi lascia libera di scegliere quello che voglio, anche se, sotto, sotto, vorrebbe mandarmi a ragioneria, mentre mia madre, mi aiuta a fare la scelta “ragionata”.
All’inizio, avevo pensato ad un classico o ad un pedagogico, poi, però, avevo optato per il primo.
Tutto sembrava risolto, avevo deciso in poco tempo, ero felice e serena, fino a che mia madre non è intervenuta. Ha cominciato a dire che il classico è una scuola difficile e impegnativa. Allora ho deciso che andrò agli “open day” di entrambe – pretesto buono per non passare un’ennesima giornata davanti al camino -, in modo da decidere meglio. Siamo già arrivati a metà anno scolastico, e sembra ieri che sono ritornata a scuola dopo le vacanze estive.
E’ strano come gli anni passano e non ci si accorge.
Quando penso alla scuola penso anche ai miei compagni, che dopo questi nove mesi, probabilmente non rivedrò più. Ho vissuto tre anni della mia vita assieme a loro, e ora, buoni o cattivi che siano, hanno tutti acquistato un posto nel mio cuore, e un cassetto nei miei ricordi. E tutte le parole, i sospiri e le emozioni provate che non ho mai detto, che non ho mai mostrato. Ogni tanto, nella luce soffusa della stanza, mi viene da pensare che cosa mi riserverà il futuro, chi incontrerò, cosa accadrà, come andrà avanti la mia vita, e certe volte, anche se andrà avanti la mia vita. Il mondo è tanto strano, e se ci pensiamo, siamo strani anche noi. Vorrei sapere, ma poi penso che no, non voglio saperlo, perché tutto avviene come è già stato deciso nel firmamento, e voglio andare avanti ogni giorno che passa, curiosa di sapere cosa verrà il giorno seguente, affamata di novità e di voglia di vivere. La decisione è già stata presa, bisogna solo dare la risposta definitiva, e anche se il mio animo è costellato di dubbi, preoccupazioni, strade secondarie e ostacoli sempre pronti a farmi cadere, io proseguirò per la mia strada maestra, guidata dalla mia buona stella, che brilla nel cielo del mio cuore.
Il futuro è importante e per questo bisogna “andarci con i piedi di ferro”, perché da questa scelta dipende non solo la mia vita, ma anche la vita di tanti altri. Comunque in qualsiasi scuola andrò, darò sempre il meglio di me, anche se questo vorrebbe dire fare “l’eremita in casa”. Mia madre ha paura che scelga questa scuola, perché mi butto a capofitto nelle situazioni, come sempre, del resto. Ha timore, ed è un timore fondato, che io non riesca in latino e in greco: sono cinque ore settimanali di entrambe, e cioè dieci ore totali!
Quello che io ho capito, è che devi essere molto brava in grammatica, e per essere bravi bisogna essere intelligenti ... Insomma, io la grammatica non la capisco, le mie “rotelline” non girano più di tanto e allora come posso affrontare così tante ore?
Un altro problema, è che nella mia famiglia nessuno ha studiato il latino, - solo mia madre, ma tanto non si ricorda niente – e meno che meno il greco.
Anche in inglese e in francese, non sono mai stata aiutata da nessuno, perché nessuno parla questa lingua, perciò devo sempre fare tutto da sola e per me è, e certe volte lo è ancora, un grande problema.
Quindi, figuriamoci che confusione quando dovrò fare greco e latino. Mi vengono i brividi al solo pensiero. Ma può darsi che riesca meglio di quello che penso. Comunque, qualsiasi cosa sceglierò sarò contenta e soddisfatta della mia scelta.

 
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La pioggia, un ticchettio assiduo, meccanico, che scende ininterrottamente senza risparmiare cose e persone. Provi sensazioni di vuoto, mentre la guardi da un’appannata finestra di un palazzo solitario, con occhi assenti, vuoti, che non mirano ad osservare, scrutare, ma solo a “morire” davanti ad un paesaggio grigio, a cui non fai nemmeno caso. Occhi da cieco, che non provano niente, non vedono niente. Il tempo passa lento e accigliato, scandito dai rintocchi cupi di una vecchia pendola, che però scompaiono all’arrivo dei ricordi.
Già dai primi anni di vita, prima di andare all’asilo, quando abitavo da mia nonna, la pioggia mi appariva così. Ero piccola, piena di vita, di esuberanza, che sfogavo di nascosto, correndo nei prati ed arrampicandomi sugli alberi. Mia madre e mia nonna stavano frequentemente davanti al focolare a conversare e a lavorare a maglia, mentre io piccola e sola ero disorientata in quella casa immensa e misteriosa, che credevo essere piena di insidie, aggravate dai lampi e dai tuoni del temporale, che mi terrorizzavano.
Correvo a destra e a manca, obbligata dalla pioggia a starmene chiusa. Veniva poi un momento in cui mi dirigevo verso l’enorme portone che mi divideva dalla libertà, una libertà che desideravo ardentemente. Bastava girare una manopola per uscire, per trovare la mia felicità . Stavo lì a pensare a come arrivare in quel punto, come "evadere" per sentire il vento tra i capelli e l'odore della terra bagnata dalla pioggia, che mi ha sempre dato una sensazione di benessere.
Ma ecco di nuovo i lampi e i tuoni, allora impotente, correvo nella mia camera, mi nascondevo sotto il letto insieme al mio adorato orsetto di peluche per piangere e sfogare tutta la tristezza accumulata. Mi sono dovuta adeguare, l’ho dovuta soffocare e ora, sono pentita di averlo fatto. Tornerei indietro per ritrovarla e conservarla gelosamente, come il più prezioso dei tesori. La pioggia continua a scendere ed ecco materializzarsi il nonno scomparso da poco. Io ero felice per lui, perché poteva volare libero nel cielo, sereno per aver trovato la pace eterna. Ricordi d’infanzia, ora tristi ora gioiosi che assaporo nelle giornate grigie di pioggia, in cui il silenzio che ti avvolge e che ti ascolta, è l’elemento predominante.
Poi ritorno alla realtà. Allora mi chiedo il perché degli eventi, guardo dalla finestra e con gli occhi spazio in luoghi lontani, percorrendo pianure e montagne, vallate e mari, mentre un dolce suono di violino accompagna la mia malinconia.
Le nuvole si dissolvono, la pioggia cessa, il sole torna ad illuminare la natura ed irradia i miei occhi: è l’alba di un nuovo giorno, che mi auguro migliore per tutti!

 
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La violenza. Perché c'è? O meglio chi è così meschino da esercitarla? Eppure ci sono parecchie persone, troppe, che per vendetta, per soprusi o solo per il piacere di vedere soffrire gli altri, esercitano questa forma di odio sfrenato, direttamente o indirettamente. La violenza c'è ed è dappertutto, anche nei luoghi più impensabili, come in famiglia, a scuola, ma anche nelle vie della città o nel portone della propria abitazione. Nessuno riesce a placarla. E' l'odio che colpisce con forza sfrenata la vittima di una guerra ormai troppo sviluppata e troppo, troppo atroce. E' il cuore gonfio di potere, di danaro, di desiderio di benessere sfrenato che porta a tutto questo. Laghi di sangue si allargano nella terra dura e arida, piena di cuori che niente più provano e che più non battono nei petti assassini.
Un dolore struggente investe le anime e paura, paura di quello che hai sempre evitato, che hai sempre cercato di nascondere, ma soprattutto timore di quello che si è tramato nel buio di anni di assaporata vendetta!
La violenza può essere carnale ed è la più evidente, la più "rabbiosa", ma non la più dolorosa.
Le vittime che subiscono le maggiori conseguenze della violenza sono i bambini, le piccole creature che sono le uniche speranze di un futuro migliore.
Il bullismo, il nonnismo … sono tutti fenomeni di violenza.
La violenza esiste anche nei popoli del terzo mondo, dove religioni e regole, talvolta assurde, infliggono punizioni tremende a persone che non hanno nessuna colpa perché non hanno fatto nulla per meritare questa barbarie.
La violenza psicologica è del mondo moderno ed emancipato ed è mille volte peggiore di quella fisica. Essa agisce nel buio di un'inquieta pace e lacera dentro
stritolando soprattutto il cuore dei fanciulli ancora troppo fragili e ignari della cattiveria umana.
La violenza va fermata e spetta a noi farlo. Bisogna cominciare nel nostro piccolo, educando i giovani preparandoli al dialogo e denunciando sempre qualsiasi sopruso. Se tutti ci proveremo un giorno forse verrà cancellata per sempre e rimarrà solo un brutto ricordo, conservato nell'immaginario museo delle cose che furono.

 
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Chère Josephine,
quest’anno ha di nuovo nevicato anche qui. Era da tanto che non accadeva, da quando eravamo piccole. Mi sono svegliata la mattina e, ricordo, ancora intorpidita dal caldo tepore del sonno stropicciavo gli occhi impastati di sogni e ho aperto le tende, come ogni mattina ed ho visto aprirsi dinnanzi a me il mondo, il mio mondo che non appariva più quello, che sembrava immobile, quasi etereo, come uscito dai sogni argentati di me bambina. Non sai con quanta gioia ha sussultato il mio cuore, di quante bollenti speranze si sono gonfiati i miei occhi, di quanta amara allegria le mie labbra.
E tutto era magico, tutto fatato come quei quadri bellissimi che saziano l’anima appena lo sguardo li sfiora. Il cielo era terso, limpido, infinito a guardarlo e si apriva pieno di luce, irradiato dal fresco sole invernale. E un piccolo uccellino stava lì, posato sul davanzale della finestra e beccava i frutti rossi di una pianticella innevata.
Ti ricordi quando ero bambina ed era caduta tanta, tanta neve e tutto era bianco, tutto era silenzio, - ti ricordi? -, ed eravamo uscite, battendo piano piano le mani, con gridolini soffocati e guardavamo il mondo sparito sotto la coltrice bianca, ed eravamo corse a casa di zia Georgette a prendere la scatola di cartone delle uova, imbottendola con soffice cotone e cibo ed acqua, e l’avevamo posta sul davanzale della finestra, ti ricordi? ed ogni giorno un piccolo pettirosso svolazzava a rifocillarsi e noi lo guardavamo, quatte quatte dalle fessure delle persiane. E sempre quell’anno, andavamo insieme sulle buste del supermercato in strada, ricordi? -giù, giù, veloci fino a schiantarci in un cumulo di neve fresca. E ridere, ridere e di nuovo su, annaspando tra la neve e poi giù ancora, giù fino a ricadere esauste con le risa spezzate dalla fatica. Ricordi?
Fu l’ultimo anno quello. Poi più nulla.
E passavano le stagioni, gli anni ma quella neve, tanta, soffice, bianca non ricadeva più.
E ci vedevamo ogni tanto, un “ciao, come stai?”, di sfuggita sempre prese, tu con la tua vita, io con la mia. Giocavamo, parlavamo, senza neve, non importava. Qualche parola qualche segreto, e sogni, progetti, quanti progetti!Io, te, la vita. La vita.
E io cambiavo, e tu cambiavi. Eppure fremevamo ogni volta che venivo a trovarti.Ti ho sempre cercata, sempre e nel mio piccolo cuore sentivo che volevo avere con te un rapporto migliore. Tante volte ho pensato che in fondo non ti conoscevo, che sapevo il tuo nome, ma infondo non conoscevo altro di te se non una manciata di ricordi. Ti volevo bene, anche se non te l’ho mai detto. Ti ammiravo, anche se non l’ ho mai capito. E nella mia ottusa malinconia ho perso gli attimi che avrei potuto condividere con te, nel pensare quanto effimero era ciò che ci univa. Ti scrivo ora, solo ora, per dirti quello che avrei voluto, senza però aver mai trovato il coraggio per farlo. Io ti voglio bene. Anche se a me piaceva la fisica e a te no, se a te piaceva disegnare e a me scrivere, se a me piaceva l’inverno e a te l’estate. Non importa.
Ciò che importa però è che ho sempre creduto così scontata questa verità, così naturale, così chiara che non te l’ho mai detta. E mi dispiace.
So che tu non me l’hai mai chiesto perché anche tu sapevi che in fondo queste sono solo parole, e che ciò che racchiudono non può essere circoscritto a semplici segni d’inchiostro. In fondo siamo simili, noi, le stesse sciocche paure, gli occhi pieni di vivace dolcezza. Ed è così che mi sono sentita quella mattina, davanti a quel mondo fermo nel silenzio dell’inverno ma che pulsava di tante piccole estati del cuore di ogni giovane, di ogni anziano, di ogni bambino che fremeva di ricordi.
E con gli occhi impastati da setose ragnatele di sogni ho capito che la vita è l’imprevedibilità dell’oggi e l’ineguagliabilità del passato. Dolce come il profumo dei fiori d’estate e pura come neve d’inverno. E tu già lo sapevi.
Marie



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