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La mia ombra, che solo io conosco e riconosco.

Mi richiama, mi invita, mi consiglia, mi prende e mi abbandona in nome del libero arbitrio e della sua non scritta legalità; mi fa stridere un leggero spasimo dentro quando non l’ascolto, come quando hai un dente cariato, e non puoi parlare di dolore vero e proprio, ma una di “nenia” snervante e stonata. I grilli nella mia stanza sono tanti e quante volte avrei voluto non spiaccicarli contro il muro, non essere un burattino, che risponde solo agli strattoni dei fili dell’educazione, della religione, della morale di “chi è perbene”, dell’abitudine, della tradizione, di quelli che dicono “fai così perché te lo dico io che ho più esperienza”. Per ogni grillo scacciato c’è una parte di me che sprofonda e si rende irriconoscibile: finché rimango davanti allo specchio e mi comporto secondo le regole del gioco che tutti conoscono, so chi sono, vedo la persona di sempre con cui ho imparato a essere familiare, la stessa che conoscono anche gli altri; ma quando sono in riva al fiume e ascolto i grilli che le prime ore della notte spingono a cantare, non trovo la mia faccia riflessa sull’acqua oscura, ma solo qualche parvenza del fondo, qualche residuo o rimasuglio, qualcosa di incastrato nella sabbia immobile e pesante, le parti perse di me, atrofizzate e senza vita. Allora mi chiedo perché non mi impegno in uno sforzo di libertà a dare retta alla mia ombra.
Avevo nove o dieci anni, non ricordo di preciso. Ricordo bene però che era estate, uno dei tanti pomeriggi in cui giocavo a palla nella strada davanti al bar dei miei zii. Quel giorno c’era un marocchino che veniva spesso a bussare anche alle porte della mia nonna materna: un tipo un po’ scortese e prepotente, che apriva la sacca di nylon azzurro e buttava per terra calze, asciugamani e accendini; logorroico e petulante, con poco rispetto per le persone anziane. Non sapevo quasi niente di lui, ma abbastanza per non chiudermi in una sorta di razzismo infantile e gratuito: aveva lasciato la sua famiglia da nove mesi in Marocco, una moglie giovanissima e due bambini piccoli, uno di loro gravemente malato. Provava a racimolare dei soldi qua in Italia per potersi permettere, un giorno, di far curare suo figlio in un ospedale italiano. Un sogno da poco, ai confini con l’incubo. Un sogno scontato, necessario, naturale come il respirare. Un futuro per suo figlio. La mia famiglia lo accoglieva ogni volta con molto calore, lo faceva sedere a tavola con noi, gli versava nel piatto lo stesso minestrone caldo, identica porzione per tutti. Anch’io, grazie alla tolleranza e generosità dei miei, avevo imparato a volergli bene, a saperlo trattare con la stessa naturalità di un amico che viene a trovarti e ti porta un soffio di esotico, da lontano.
Se ne andava sempre con qualche soldo in più in tasca e un paio di calzini in meno nello borsa: non voleva la carità, lui era un venditore ambulante.
Quel giorno, in un momento di pausa del gioco, ero corsa veloce nel bar per un bicchier d’acqua: “Fai pure!” mi aveva detto mia zia, seduto al fresco, su una panchina fuori, lasciando il bar vuoto per la troppa afa. Mi ricordo che ho sceso i tre scalini della sala e ho guardato verso il bancone, con la voglia smaniosa di dissetarmi: lui era là dietro, con le mani dentro la cassa, veloce e concentrato come quando assaporava il minestrone della mia nonna: una fame e un istinto da placare. Bloccata e non scorta, ero rimasta in piedi tra un tavolino e il grande finestrone che dava sulla strada, inondato dalla luce e dalle mosche. Le decisioni più difficili sono da prendere in un attimo, giusto il tempo di un flash, che si blocca in una fotografia in bianco e nero di quello che potevi fare e non hai fatto. Ho pensato in quei brevi istanti a una porta che si chiude; a una moneta da mille lire in più da spendere in figurine Panini, alla mia famiglia che la domenica sta più larga a tavola; alla mia mamma che tiene sempre il Vangelo sul comodino; ai carabinieri che arrestano Pinocchio e alla Fata Turchina che continua a volergli bene  anche se è bugiardo e meschino. Ho pensato alla parola “ladro” e “spia”, più sinonimi che contrari. Ho pensato al proverbio che tira in ballo la Madonna e suo Figlio. Ho pensato a mia zia che la notte non dorme perché soffre di nervi, troppo dedita al lavoro e al senso del dovere. Ho pensato che dire la verità rimette i coperchi alle pentole. Ho pensato che dovevo; che era giusto, corretto, lodevole, premiato, rispettoso. E l’ho fatto: “Zia! Rientra nel bar veloce!”.
Il mio grillo, quella notte, non ha smesso di cantare. Mi chiedeva perché, ed io, ancora così piccola, non ho trovato le parole per rispondere: potevo solo dire quello che avrei voluto fare e non ho fatto; quello che spero ancora oggi quando penso a questo storia: che ci sia un bimbo che è diventato adulto e porta uno di quei cappelli colorati che la gente mette nei paesi caldi per ripararsi dal sole.
Continuo a calpestare la mia ombra, che mi segue ovunque, e so che più cerco di calpestarla, più mi sfugge.  

 
 
   
 
 
   
 
Mi domando se davvero, a lungo andare, le potrei far male, e fino a quando avrà voglia di incrociare i suoi piedi con i miei; se un giorno si stancherà, come certi grilli smettono di cantare esausti,  e si staccherà da me, in una figura lunga e sottile alla luce di un tardo pomeriggio.
 
     
  Simona  


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