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  E così morì ogni volta  
   

Paesaggio notturno sul mare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiuse gli occhi cercando di ricordare ed una egoista sensazione di vuoto le riempì il corpo.
Respirò profondamente tentando di evadere da quella tenebra ed un piccolo frammento di luce le comparve dinnanzi a dissipare il buio che l’aveva colmata.
Si ricordò della voglia, annegata nella goffa timidezza, che riempiva gli occhi di lui nell’istante di magia prima che le labbra si toccassero. Restò ad assaporare quel minuscolo accenno di tempo ancora per un pò. Si concentrò e riuscì a sentire ancora il suo sapore prima di decidere che quel momento le aveva già fatto troppo male. Rinnegò quel pensiero così che un altro potesse prendere il suo posto domandandosi il perché, perché fra i milioni di volti che aveva incontrato, vissuto, assaporato il suo fosse quello che ricordava meglio, quello che ancora saprebbe disegnare alla perfezione.
Le apparve un trapano in azione, stava schiacciando un chiodo per incastrarlo nel mogano di una cassa da morto, sembrava indifeso a quel moto, sembrava indolore a quella violenza e sentì le urla di suo padre. Non l’aveva mai visto così. Non lo aveva mai visto piangere. Quel giorno si rese conto che anche suo padre era un uomo. Quel giorno il suo innocente e piccolo mondo bambino venne travolto da un inquietante senso di morte, che rimase lì per sempre. Poi il rumore della pioggia sommerse quell’immagine con l’istintiva voglia di uscire di casa e gettarsi sotto essa, per godere, per vivere quella distruzione ed una sensazione di inebriante fervore la sommerse. Si lasciò andare perfezionando la sua postura, la testa sprofondò nel morbido del cuscino e i pupazzi disegnati sulla moquette nella stanza di quando era bambina la inondarono di un profondo senso di quiete e rimembrò il suo peluches preferito, la paura del buio e di quanto si sentiva sicura nel dormire abbracciata ad esso. la stessa sicurezza che sentiva quando dormiva abbracciata a lui con la testa sul suo petto, con la mano nella sua e la profonda, l’ intoccabile consapevolezza di amarlo. Annegò nell’amara certezza che non avrebbe mai amato nessuno quanto lui, che non avrebbe mai permesso a nessuno di amarla quanto lui, ma sorrise sussurrando addio a quel ricordo, a quella sensazione e mentiva perché già sapeva che l’avrebbe atteso, rimpianto, cercato, sognato ancora per molto. Era un sorriso all’arsenico quello. Poi le immagini delle corse in motorino, delle serate passate a ballare, delle risate, dei brindisi in onore alla vita cancellarono la presenza di lui per lasciare posto ai boccoli oro della sua migliore amica, al suo profumo, alle sue bugie che riuscirono a farle odiare quei boccoli e quei ricordi. Si sforzò di tornare indietro, di ritrovarsi bambina, ma non ci riuscì e si convinse del fatto di essere già nata grande. Sbuffò smettendo di cercare e cercarsi perché si accorse che erano più le cose brutte che quelle belle a riempirle la memoria. Sbuffò ancora con la certezza di esserne la causa, di aver innescato un processo di autodistruzione della memoria che poi aveva finito per cancellare automaticamente tutto e quel poco che le restava non le bastava per ricordare, ma era già troppo da dimenticare.

Passarono ore, giorni, forse anni, ma decise di richiudere gli occhi, di ricordare ancora, non poteva più fuggire da sé stessa. Vide un uomo che le stringeva il braccio, era suo padre, le dita affondavano nell’arto senza permettergli la sola illusione di un movimento, era inerme davanti a quella forza, impotente davanti a tanta rabbia, si vide cadere in ginocchio e sentì il silenzio, quella sensazione di inappartenenza alla vita che ti sazia prima di percepire la paura, prima di confonderti in essa..”non farmi male”… ma la cintura aveva già affondato il suo primo colpo e non voleva fermarsi. Si rannicchiò per difendersi dai colpi fra lacrime e urla e gli occhi si fermarono su sua madre, immobile, sulla porta ... “ti odio”, “ti odio”… le ripetè fino a che non ebbe neppure più la forza di parlare. Quanto è grande la paura nell’uomo? Quanto è potente l’incapacità di realizzare la realtà? Quanto è distruttivo non riconoscere più chi ami? Quanto è mortale sentirsi impotente, incapace, succube, indifesa? Cosa è spinto a fare un uomo per sentirsi potente? Piccola martire, piccolo angelo maltrattato e deluso, lui la stava uccidendo, ma lei non faceva nulla per fermarlo. Finì per odiare davvero sua madre perché in qualsiasi contesto, qualunque cosa accadesse lei continuava a vederla lì, immobile sulla porta.
E così morì.
Sentì ancora urlare, ma questa non era la sua voce, erano i suoi fratelli, non aveva risparmiato neppure loro dal suo barbaro rituale. Questa volta però era diverso. Questa volta c’era qualcuno a difenderli, era lei, non avrebbe mai permesso che facesse loro del male ... “non osare toccarli”, gridava, “non toccarli o ti uccido”, ma tremava a quelle parole, perché sapeva che avrebbe avuto il coraggio di farlo, per difenderli avrebbe anche potuto ucciderlo. Fino a che punto si può spingere un uomo per autodifesa? Quanta è la lucidità presente in sé mentre cerca di sopravvivere? Sappiamo fino a dove potremmo arrivare?

E morì, ancora una volta.

Rivide gli occhi di suo fratello, la sua bocca, quella espressione. Per quanto avesse cercato di difenderlo, per quanto ora lo stesse supplicando di non buttarsi giù dal balcone, per quanto lo tirasse a sé, tutto questo non era sufficiente perché la sua paura e la sua rabbia erano più grandi delle sue. Non lo aveva salvato.
Non gli aveva impedito di cogliere il tremore, il sibilo del pensiero del suicidio, quell’alone di morte che sarebbe rimasto lì, per sempre.

E così morì, ancora una volta.

Quante volte, in quanti differenti modi possiamo morire?
Forse non serve una guerra per attraversare la terra di nessuno, forse non serve ricordare per aver la consapevolezza di sapere, forse non serve sperare quando si sa dove si vuole arrivare.
Forse vivendo combattiamo già numerose battaglie per la sola sopravvivenza, dove ad ogni scelta corrisponde un tentativo di vita, dove sbagliare significa solo non aver fatto la scelta opportuna, o non aver scelto il momento opportuno o non essere stati opportunamente se stessi.

Forse se quello che siamo dipende, è strettamente legato a ciò che fummo, il nostro passato è tutto ciò che ci occorre per sapere del nostro presente e per prevedere del nostro futuro.

Ora era davvero stanca, spense il suo cuore, la sua coscienza, la sua mente così che il presente che si era creata, l’io che aveva disegnato perché fosse facile, simpatico, attraente, comprensibile per la collettività non si accorgessero che era solo una bugia, una commedia, una interpretazione ... Perché decise che non era ancora il momento, che voleva rimanere lì ...

Immobile, sulla porta ...
[ma davvero quello che immaginiamo è poi così irreale?

Se ci convinciamo di essere immortali, noi siamo immortali.
Se pensiamo di essere morti, noi siamo morti.
Se crediamo di essere potenti, noi siamo potenti.
Se sappiamo di essere, noi siamo]

 
 
   
     
     
  Gaia  
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