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C’ era una volta un uomo grasso, che aveva la pelle unta, di pori

enormi, colanti, e la testa pelata e l' espressione da animale sotto il sole, che si riposa. Un animale qualunque va bene. 
Era un uomo che non aveva mai lavorato nella sua vita, che non aveva mai guadagnato nulla, che non conosceva la parola “orario” e nessun

 

buon motivo per rispettarne uno..
Sudava, quando camminava per le vie della città, sudava in qualsiasi stagione, quando stava fermo, quando dormiva nel suo letto, quando mangiava le solite cose da sempre, unte anche loro, nel suo piatto solo suo, che si stringeva al petto sul tavolo della sua amata cucina, con la luce che la faceva sembrare una bettola, ma accogliente …
Quest’ uomo amava la sua cucina, e questa cucina era la mia.
Questo uomo era il mio uomo. C’ eravamo sposati da ragazzi; io

 
 
lavoravo come segretaria in uno studio dentistico, avevo un bilocale decente e qualche soldo e, soprattutto, di  dormire da sola non resistevo più, era questione impellente che qualcuno venisse a riscaldarmi la casa con tutti i suoi giacigli, cesso compreso. Era una questione mia. Come il fatto che ci sposassimo.
Fu una cosa solo mia, che volli profondamente. Avevo bisogno di qualcuno che mi tenesse compagnia. Qualcuno come lui.
Questo uomo entrò nella mia vita per questo motivo, anche se io ero giovane e anche se lui era brutto e inutile. Io stavo male e volevo qualcuno. Lui non stava in nessun modo e non mi dava fastidio; parlava poco, non fu mai capace di reggere una conversazione che fosse una, e di un qualche spessore, mai … non ci riusciva …
Lo facevo io per lui. Lui viveva. Ingollando cibo, amebizzandosi davanti alle pareti di casa, cacando dalle tre alle sei volte al giorno, collassando tronfio di limoncello dopo una partita importante … Alle volte mi raccontava di qualche programma in tv, che lo aveva particolarmente divertito.
E  io ridevo, a volte. Oppure mi pregava di imparare  bene il procedimento di qualche sugo per la pasta, esattamente come li preparava sua madre. E io imparavo. Erano sughi semplici …
Erano cose semplici, quelle che lo circondavano. Insieme con lui diventavano semplici la nostra casa, le nostre parole, i nostri movimenti, e pure il mio cuore …
Mi capitava di sentire il bisogno di accarezzarlo, la notte. Semplicemente. Di ringraziarlo. Lui era lì. Era triste che non lo amassi e che fossi convinta che lui non avrebbe mai potuto amare nessuno, ma lo accarezzavo, e lo accarezzavo forse proprio per questo ...
Mi  stringevo al suo ventre flaccido e bagnato, mi toglievo la maglietta, premendomi con forza quasi dentro di lui, e mi addormentavo, felice, lasciando scorrere le dita sulla sua schiena grande, infinita. Per ore. Una specie di ninna nanna.
Fuori pioveva sempre, la notte. Neanche se mi sforzo riesco ad afferrare un ricordo di me con lui a letto senza il rumore della pioggia a farmi paura. Lui c’ era contro ogni minaccia, immobile, a permettere che la pioggia facesse paura un pò meno …
E  io, senza un sentore di minaccia al giorno, non sono mai stata capace a vivere.
Forse è così. Forse è per questo che l’ ho amato, in un modo o nell’ altro …
 

Fuori, il mio esistere era fatto di amici cari e preziosi. Assolutamente. Era intriso di gente, di locali, di domeniche passate al cinema, di festini a base di rum e carte, di fumo, e discorsi ...
Con amici preziosi, ma che non sono mai riuscita a scoparmi …
Per  un  motivo o per un altro …
E in questo fuori, lui forse non è mai esistito. Ma il mio seno piccolo, allora sodo e ben piantato contro il suo corpo enorme,  quello sì, esisteva, e andava dappertutto, e dappertutto mi avvertiva che un corpo caldo, rintronato e assente era in casa, nella mia casa, e mi aspettava, per scoraggiare ogni pericolo dell’esterno …
Ho sessantadue anni, adesso. Lui  è morto da tre mesi, cancro. Veloce come un orgasmo che desideri da giorni, neanche me ne sono accorta. Rapidissimo, nella sua agonia.
Come è sempre stata per me la sua presenza, così è stata la sua fine: una morte semplice, facile facile, che non dà  fastidio.
Fuori continua a piovere. Non mi manca il suo toccarmi, non me lo ha mi dato. E neanche  i suoi gesti, né i suoi pensieri, tenuti stretti in una mente piccola, di bambino poco curioso.
Ma fuori continua a piovere.  E non so che fare.
Andrò presto in pensione, è imminente.
Qualche amico è lontano, altri sono pure morti, stanchi …
Io mi faccio ancora le sigarette di marijuana …
Sono vecchia e sono sola.
E non posso più accarezzare nessuno, a quanto pare.
Non ne sono capace.

 
 
 

 

 
     
  Giulia  


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