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C’era una volta una donnina di carta, che viveva in una piccola casetta al centro della Città di Fumo, una casetta nascosta sotto terra, con fragili finestrelle sul soffitto, dai vetri di seta, e un cucinotto fatto di argilla e insetti.
Ogni volta che un amico la veniva a trovare, lei non sapeva mai come comportarsi. Iniziava con il guardare di qua e di là, emettendo buffi versetti dalla piccola bocca storta incollata in mezzo al visetto intriso di sudore. Sudava e sudava.Come riusciva a imbarazzarsi la donnina di carta! Ogni volta che un amico la veniva a trovare, lei lo faceva sedere, e un poco turbata, andava a prendergli qualcosa da bere. – Ho sempre una scorta di succhi di frutta, per i miei ospiti più speciali
 
 
 
- diceva. Apriva il frigorifero e sceglieva il succo di frutta in base all’odore della persona che era venuta da lei. Anche se questo le costava fatica e le portava via un poco di tempo, riusciva sempre ad azzeccare il gusto del suo ospite.  Fino a che venne a farle visita Coniglio di stoffa, vecchio compagno di scuola a cui quel giorno serviva un grosso foglio parlante. La donnina di carta disponeva di questi fogli da sempre e lui lo sapeva. La donnina di carta sarebbe stata ben contenta di dargliene uno e magari anche di più, non prima però che lui si sedesse e aspettasse il succo di frutta che lei avrebbe scelto per lui. – Hai qualche preferenza, Coniglio di stoffa? – Il coniglio disse di no, gli andava bene quello che c’era. Come ogni volta la donnina di carta aprì il frigorifero, per scegliere il succo di frutta che più si intonasse all’odore del suo vecchio amico. Pensa che ti ripensa, la donnina di carta questa volta non riusciva proprio a decidersi. L’odore di Coniglio di stoffa era di una in indicibilità mai provata  prima. Qualcosa di mai sentito, che faceva una gran confusione.
– Un succo alla pesca? Dolce e morbido come l’estate dei bambini? Oppure un succo alla fragola? Spugnoso e piccante come il sogno di un’ adolescente? Un succo all’arancia rossa, forse…allegro perdigiorno, come un uomo obeso che si ripara all’ombra di un albero da frutta, leccandosi il pelo… non lo so… – E si disperava. Il frigorifero aperto illuminava le gocce di sudore della donnina di carta, che ormai in preda al panico aveva iniziato a emettere strani lamenti, prima veloci e buffi, poi sempre più strazianti del solito. Il coniglio si spaventò.
– Torno domani – disse, e la lasciò sola. La donnina di carta a quel punto smise di piagnucolare. Richiuse il frigorifero e andò ad asciugarsi il sudore. Prese la scala e aprì una delle finestrelle della sua piccola casetta. Il vento correva piacevolmente sulla sua carta bagnata, ristorandola. Il vento correva come se niente fosse accaduto; domani il coniglio di stoffa sarebbe tornato, pensò la donnina di carta. Non c’era troppo da sentirsi in colpa. E infatti il giorno dopo Coniglio di stoffa tornò. Si mise ad aspettare il suo succo di frutta con pazienza, ma il tempo passava e la donnina di carta non seppe decidersi neanche questa volta.
– Non ho bisogno di un succo di frutta in particolare, sai? – disse il coniglio – Apri il frigorifero e prendi il primo che capita…sarà sicuramente di mio gradimento – 
La donnina di carta allora chiuse gli occhi e afferrò di scatto un succo di frutta a caso, senza pensarci troppo su. 
– Ma che razza di succo è questo?- urlò Coniglio di stoffa – Mi fa tanta paura, che cosa mi hai fatto bere?-
La donnina di carta lo sapeva. Lo sapeva che avrebbe dovuto scegliere con cura il succo di frutta per il suo vecchio amico. Quello che scese nelle budella vuote del coniglio di stoffa, infatti, era un succo ambiguo e puzzolente, una miscela spaventosa di tutti i frutti della terra e di tutti i tipi di frutta non ancora inventati e di tutti i tipi di frutta che dall’ inizio dei tempi erano esistiti e poi scomparsi e di tutti i tipi di frutta di cui si potesse immaginare il sapore e di tutta la frutta insomma del tempo dello spazio della vita e della morte. Un succo di frutta terribile, insopportabile. La donnina di carta era così affranta, così dispiaciuta che cominciò a lamentarsi fino a tagliarsi il viso, perché i lamenti erano tanto grandi da squarciarle la piccola bocca storta, incollata in mezzo al visetto intriso di sudore. Sudò così tanto da bagnarsi tutta, fino a piegarsi in due. Le sua urla si fecero stridule e diaboliche, strapparono la seta delle finestrelle della sua piccola casetta; il vento si fermò e divenne bollente, gli insetti del cucinotto si seccarono e creparono, l’argilla si frantumò, il frigorifero improvvisò una ridicola ‘danza della pazzia’, le viscere della terra tremavano, e si paralizzava l’intera Città di Fumo sopra. Coniglio di stoffa se la diede a gambe levate. – Domani verrò di nuovo. Quel foglio parlante mi serve, lo voglio... Ma questa è l’ultima volta, ti avverto –
Il giorno seguente la donnina di carta si mise ad aspettare. Ma il coniglio non arrivava. La donnina di carta iniziò a disperarsi sul serio. La rabbia la bruciava, il vento aveva invaso la sua piccola casetta. Sembrava una foglia secca, attaccata a tradimento dai raggi del sole. Si riempì di buchi neri di fuoco. – Perché non viene? Che si sia davvero preso un bello spavento?…-
Decise di rischiare: sarebbe andata lei dal coniglio. Aveva bisogno di alcuni chiarimenti e in testa le cominciò a balenare una proposta, che il coniglio difficilmente avrebbe rifiutato. Dal momento che non era in grado di scegliere per lui il succo di frutta più adatto, gli avrebbe concesso qualcosa che gli sarebbe risultato di certo gradito! Prese la scala e uscì da una delle finestrelle della sua piccola casetta, con dentro un gran smania di incontrare il suo vecchio amico. Che si stesse innamorando? O era semplice urgenza di capire?. La donnina di carta non lo sapeva ma non le importava, correva e correva e il vento la attraversava fischiando tra i bucherelli del suo esile corpicino di carta, la Città di Fumo non le era mai apparsa così facile da attraversare; intorno l’aria sapeva di bosco in fiamme, ma la donnina di carta si sentiva molto felice. Salterellando di qua e di là, camminando, rotolando e poi correndo così veloce fino a impazzire, giunse al quartiere di Ramo Secco, dove il coniglio di stoffa abitava insieme ai suoi quattro amici: Ludo-robot, PelodiCane, Cucchiaina e Cokkaina.
– Fatemi entrare, ho delle nuove per il coniglio di stoffa!- (Il suo tono di voce autoritario fece sorridere l’intero quartiere, ma la donnina di carta non se ne curò). Si fece ricevere.
– Cosa vuoi? – chiese Coniglio di stoffa, rigido alla maniera delle pietre che stanno per disintegrarsi.
– Mi dispiace averti turbato con quell' odioso intruglio fruttaceo, Coniglio di stoffa! E sono addolorata per la tua mancata presenza oggi, nella mia piccola casetta. Per dimostrarti quanto sia in pena per te, voglio concederti il miglior foglio di carta parlante che tu possa mai trovare in questa città: io stessa-
 

La donnina di carta inventò un spazioso sorriso, spazioso tanto quanto il suo viso ancora bruciacchiato dalla rabbia di prima, ma il coniglio non ricambiò e con la sua, di faccia, non fece proprio nessuna espressione. Se ne stava fermo, immobile sopra la poltrona di violino, fermi i suoi occhietti, ferme le zampe sporche di terra, fermi gli amici che gli si erano appollaiti attorno e ferma se ne stava adesso anche la donnina di carta, ben consapevole della decisività del momento. Poi, racimolato del coraggio dal fondo delle misteriose filigrane della carta di cui era fatta, parlò.
-Allora? Come vogliamo fare? Come può risolversi una tale gravosa situazione tra di noi, Coniglio di stoffa?-
-Non c’è proprio niente da risolvere, sai? Voglio un foglio parlante, non una donnina di carta che si brucia con il sole, che si bagna con la pioggia, che vuole decidere per me il succo di frutta più adatto, che piange come un uccellino del diavolaccio, che vive sotto terra ma in combutta con il vento di sopra. Non voglio te, insomma. Voglio soltanto un foglio parlante, grande e grosso per poterci disegnare, che impari la mia lingua e stia sempre lì immobile a ricordarmi i miei sogni, quando lo gradisco-
Gli amici del coniglio di stoffa annuirono severi: Ludo-robot grattandosi la ferrea mandibola, Pelodi Cane battendosi il pugno sul petto, Cucchiana e Cokkaina armonizzandosi in un rutto feroce. Alla donnina di carta, ormai zuppa di sudore, non rimaneva che ritornare nella sua piccola casetta, nascosta sotto terra, al centro della Città di Fumo e meditare sul fatto che certi animali vogliono altro, rispetto a ciò che vuole lei e che può capitare, che alle volte, non vogliano neppure lei.

 
 
 

 

 
     
  Giulia  


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