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  Colori a cera  
   
Colori a cera
La ricordo, la foga di quel pomeriggio impiastricciato di polvere dappertutto e calcestruzzo.
Dalla porta finestra che dava alla piazza e alla strada e al baretto con le rumene intente a sorseggiare il loro vino caldo, era pieno inverno, un freddo nel cuore, che mi faceva rabbrividire al punto da non guardarti, mentre staccavi dal muro i disegni e i ritagli di giornale.
Erano tutti colorati, ingombranti. Toglievano il respiro, ma mi piacevano. Ti aiutavo; era gelata la stanza da lasciare al più presto possibile, secondo gli ordini del padrone di casa, e tuo coinquilino; bisognava fare in fretta e io andavo più veloce di te, volevo aiutarti, efficiente e sbrigativa, da amica.
 
Non era inverno, però sembrava. Faceva freddo, un freddo polare. Portavo il tuo pigiama azzurro con le righe, leggero, di flanella, lo indossavo come una madre, volevo che fosse mio, te lo avrei preso, pensavo: "E’ mio".
 
 

Sulla pelle dei muri rimanevano questi pezzi di colla giallina e grigio, che provavo a staccare, ma non volevano, non tutti, e restavano lì, penzolanti. Ti avrei risparmiato la fatica del dopo, quando si sarebbe dovuto intonacare la stanza. Ti amavo. Avevo la perversione che mi dessi sempre le spalle, era vero. Ma qualche volta ti giravi : " Quello lo puoi buttare, quello buttalo, buttalo …" .
Alcuni schizzi che ti ritraevano li prendevo io, li appoggiavo da qualche parte, intanto che pensavo a quale posto avrebbero preso negli orifizi della mia vita. Ero un po’ disperata. Quella camera mi piaceva, tutta tua che pareva vergine di ogni passato, nonostante altri tempi senza di me urlassero gai da ogni angolo, su per i muri, nell’esplosione degli oggetti sporchi a lasciarsi sparire, gettare via. Eri tu e mi piaceva. Avevi nei confronti di questi corpi fuligginosi e opachi un’indifferenza che mi stordiva; li guardavo famelica, con un bisogno a me sconosciuto, impotente. Ne avevo pena e nostalgia, avrei dovuto dirtelo. Senza parlare, un po’ alla volta, le cose sparivano dentro gli scatoloni, che qualcuno ti avrebbe aiutato a trasportare con la macchina.
Fagocitato come in una furia, tutto stava rientrando in un ordine ancora indefinito, a me più che a te, immagino. Se ne andava qualcosa, un senso di stare insieme che mi era piaciuto, che stavo salutando, che già non esisteva più.
Ricordo dei colori a cera, enormi, gettati dentro una scatolina di cartone. Non li avevi mai usati. Un regalo del tuo primo amore, assieme a un biglietto tenero, che lessi, curiosa come solo gli adulti possono essere.
In giro non era rimasto quasi più niente.
Mi avevi detto: " Te li regalo, li vuoi?".
Sarei dovuta fuggire. Prendere la mia borsa, i miei vestiti umidi e il tuo pigiama, quello sì. Infilarmi il cappotto, sigaretta alla bocca, sorridente, salutarti e raggiungere la stazione dei treni, tornare a casa, lasciarti solo, come sei, conficcato dentro i tuoi perenni traslochi, cifra di un isolamento goduto, impietoso. Ma non potevo saperlo e sono restata.
Ho detto: "Sì, li prendo io".
Sono ancora da qualche parte, stretti in un posto dove non lo perderò, come se me li avesse regalati il mio primo amore, un amore che ho perso. Nascosti.
Come se mi li avessi regalati tu.

     
     
  Giulia  
     
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