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La ricordo, la foga di quel pomeriggio impiastricciato di polvere dappertutto e calcestruzzo.
Dalla porta finestra che dava alla piazza e alla strada e al baretto con le rumene intente a sorseggiare il loro vino caldo, era pieno inverno, un freddo nel cuore, che mi faceva rabbrividire al punto da non guardarti, mentre staccavi dal muro i disegni e i ritagli di giornale. Erano tutti colorati, ingombranti. Toglievano il respiro, ma mi piacevano. Ti aiutavo; era gelata la stanza da lasciare al più presto possibile, secondo gli ordini del padrone di casa, e tuo coinquilino; bisognava fare in fretta e io andavo più veloce di te, volevo aiutarti, efficiente e sbrigativa, da amica. |
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Non era inverno, però sembrava. Faceva freddo, un freddo polare. Portavo il tuo pigiama azzurro con le righe, leggero, di flanella, lo indossavo come una madre, volevo che fosse mio, te lo avrei preso, pensavo: "E’ mio". |
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Sulla pelle dei muri rimanevano questi pezzi di colla giallina e grigio, che provavo a staccare, ma non volevano, non tutti, e restavano lì, penzolanti. Ti avrei risparmiato la fatica del dopo, quando si sarebbe dovuto intonacare la stanza. Ti amavo. Avevo la perversione che mi dessi sempre le spalle, era vero. Ma qualche volta ti giravi : " Quello lo puoi buttare, quello buttalo, buttalo …" . |
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