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Fiabe
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Nel cuore della montagna vivevano moltissimi animali. Nonostante non mancasse né acqua né cibo, c’erano ugualmente frequenti liti e stupidi dispetti. Il vecchio cervo, l’animale più saggio di tutta la montagna, preoccupato della situazione, decise di trovare una soluzione al problema, e per tre notti e tre giorni rimase sveglio a riflettere sul da farsi.
Dopo la lunga meditazione, il vecchio cervo ebbe un’intuizione geniale, e propose agli altri animali un gioco di favori per mettere pace tra tutte le creature della montagna: ognuno di loro doveva fare un favore ad un altro, che a sua volta, subito dopo averlo ricevuto, doveva restituirlo ad un altro ancora. Ben presto, se tutti avessero rispettato questa semplicissima regola, tra gli animali sarebbe tornata l’armonia.Il vecchio cervo,dopo aver  spiegato  la regola del gioco a tutti gli animali,  fu il primo a fare un favore. Infatti, digiuno com’era, dopo tre giorni di riflessione, si arrampicò sulla cima di una rupe e strappò un arbusto pieno zeppo di bacche succulente, offrendo poi da mangiare a mamma lepre che era rimasta senza scorte per i suoi cuccioli. Il vecchio cervo, le raccomandò di restituire il favore ad un altro animale, per continuare quella meravigliosa catena di buone azioni.

Correndo per i prati fioriti mamma lepre vide uno scoiattolino privo di forze, e decise di ospitarlo nella sua tana, dividendo le provviste con il poverino. Aveva quindi restituito il favore del vecchio cervo, ed anche lo scoiattolino, riprese le energie, ringraziò mamma lepre e andò via per restituire il favore a qualche altro animale . Poco più in là lo scoiattolo si imbatté in un furetto spaventato e piuttosto malconcio. Con tutte le sue forze lo scoiattolo lo trascinò nella sua tana per dargli un rifugio sicuro. Anche lo scoiattolo era felice di poter restituire il favore, e decise di insegnare al furetto tontolone di arrampicarsi sugli alberi per sfuggire ai predatori. Il roditore per giorni cercò  di insegnare all’animaletto-babbeo la difficilissima tecnica per salire fino in cima agli alberi, e con fatica ci riuscì. La bestiolina era felice, e ringraziò lo scoiattolo della sua infinita pazienza, ma quando si allontanò rimase pensieroso. Infatti il furetto  non sapeva  a chi rendere il favore, perché era inesperto e sciocchino, e sapeva a malapena arrangiarsi da solo. Per chi è ingenuo e inesperto è facile subire l’influenza dei malvagi, ed infatti così accadde al furetto-babbeo.
Una volpe furbastra si avvicinò all’animaletto pensieroso e lo confortò a suo modo. Il furetto non sapeva come restituire il favore ad un altro animale, e la volpe malvagia gli suggerì di fare qualcosa per tutti: esibirsi in uno spettacolo, camminando sui carboni ardenti per divertire tutti quanti. Il furetto aveva paura del fuoco, ma seguì le parole del perfido animale, e si mise davvero a ballare sui carboni ardenti.  Mentre si bruciava i piedi e la coda,  per il dolore urlava così forte da attirare tutti, e qualcuno rideva insieme alla volpe, qualcun altro dispiaciuto sospirava ... Il gioco delle buone azioni terminava così  a causa di un consiglio sbagliato e dell’ingenuità del povero furetto. Da quel giorno, a causa della malvagità della volpe, il povero animale  perse la fiducia negli altri, e diventò perfido e dispettoso ... pur essendo guarito dalle ustioni, portò con sé una terribile ferita nel cuore.
Ancora oggi, infatti, il furetto viene considerato un animale scontroso e privo di sensibilità, la sua brutta esperienza l’aveva cambiato per sempre!

bach


 


In un bosco meraviglioso, lontano dai rumori e dal fumo della città, vivevano centinaia e centinaia di animali di tutte le specie. Sulle fitte fronde degli alberi, uccelli coloratissimi costruivano i loro nidi, e vivevano felici, collaborando l’un l’alto per il benessere comune. Era una società perfetta, molto più civile di quella degli uomini, che combattevano gli uni contro gli altri da secoli. Non c’erano capi né sovrani, tutti gli animali del bosco vivevano liberi ma nel rispetto di tutti.
Nello stagno viveva un bellissimo cigno, bianco e delicato come una ninfea, che però non era mai riuscito ad avvicinarsi a nessuno degli abitanti del bosco. Il cigno era ammirato da tutti per la sua bellezza, era la creatura più incantevole del bosco, ma nessuno conosceva il suo verso, perché in vita sua non aveva mai conversato con gli altri animali.
 
Sapendo di essere ammirato non solo dagli altri pennuti ma da tutte le creature di quei luoghi, era diventato superbo e aveva perso ogni interesse a far parte del gruppo, era così pieno di sé che si era rifugiato nella sua solitudine. Anzi se ne stava tutto il giorno nel suo specchio d’acqua ad ammirarsi, e lui stesso si era scordato il suono della sua voce. Gli altri animali, stanchi di osservare lo stupido pennuto, lo prendevano in giro, ma il cigno vanitoso era troppo occupato a guardarsi con compiacimento nell’acqua per dar loro retta. Un giorno, dopo lunghe ore di consultazione, tutti gli animali del bosco decisero di dargli una lezione.
Mentre il pennuto nuotava lentamente ammirando la sua immagine sull’acqua, intrecciarono delle piante costruendo una sorta di trappola. L’insidia fu collocata ai margini dello stagno, e dopo qualche minuto il cigno si impigliò e rimase intrappolato. Quando tutti gli animali giunsero sul luogo del misfatto, il cigno non volle chiedere aiuto, ma iniziò a battere le ali fino a rimanere stremato. Il più anziano degli animali, il cormorano, si avvicinò e gli suggerì di chiedere aiuto prima di affondare nelle stesse acque dello stagno, dove aveva passato tanto tempo a specchiarsi. Il cigno non riusciva ad emettere nemmeno un flebile suono, tanto tempo era passato senza parlare con nessuno! I suoi occhi scuri imploravano pietà, e fu allora che le creature del bosco si impietosirono e decisero di aiutarlo. Una volta in salvo, il cigno fu grato alle altre creature del bosco, e si sforzò di ringraziarle, senza riuscirci. Il cigno era il più bello fra tutti gli esseri, ma non aveva voce. Passò il resto della sua vita ad osservare i suoi compagni, aveva imparato la lezione!
Dopo qualche anno, il cigno era ormai invecchiato e il suo piumaggio era opaco e non più vaporoso come un tempo. Svanita la sua bellezza, il suo ultimo desiderio fu quello di cantare per ringraziare gli animali che lo avevano salvato, così fu accontentato e prima di spegnersi riuscì a cantare. Era il suono più bello che si fosse mai udito nel bosco, e tutti gli animali rimasero incantati ed ascoltarono in silenzio, poi il cigno morì.
Da allora il suo canto è diventato leggenda, e in memoria di quel suono meraviglioso gli animali anche oggi lo ricordano e lo rispettano.

 

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Un vecchio contadino possedeva una piccola fattoria ai piedi di una collinetta,  nella quale vivevano molti animali. Il contadino, nonostante la sua veneranda età, gestiva da solo la sua piccola attività di campagna, e scoppiava di salute. Il suo segreto era il lavoro duro, e una corretta alimentazione, basata essenzialmente sui prodotti della collina e dei suoi animali: Il latte che l’uomo beveva era sempre fresco, poiché le sue mucche, dopo aver brucato l’erba dei boschi, venivano munte ogni mattina.
Il formaggio era morbidissimo, le uova molto nutrienti, e la carne che mangiava era sempre tenera. Ognuno dei suoi animali era destinato a produrre per il contadino e per la sua famiglia, tranne il suo fedele cane, che per l’uomo era solo una piacevole compagnia.  Da secoli e secoli l’uomo sfrutta alcuni tipi di animali per nutrirsi, proprio come il leone mangia la gazzella per sopravvivere.
A differenza degli animali predatori però, l’uomo alleva e nutre le bestie per sfruttarle e per cibarsi. Solo il cane viene accudito dall’uomo senza alcun fine, ma solo per affetto e benevolenza. La vita a volte può sembrare ingiusta, ma nonostante ciò, nella fattoria del contadino ognuno degli animali si impegnava tantissimo, e tra di loro c’era rispetto e solidarietà. Un giorno, mentre il contadino tosava con cura le sue pecore per conservarne la lana, una di loro notò il cane sdraiato accanto al suo padrone. L’animale, ormai tosato ed infreddolito, chiese al cane perché anche lui non venisse tosato, dato che il suo pelo era lungo e lanuto. Il cane beffardo, guardò la pecora con aria di sufficienza, e senza nemmeno alzarsi da terra rispose che lui non era affatto come gli altri animali, perché era il migliore amico dell’uomo.

Anche stavolta il cane irriverente, rispose con superbia e cattiveria che i cani non erano come gli altri animali, perché erano fedeli amici dell’uomo. Dopo pochi giorni, la povera gallina, che per tutta la vita aveva deposto delle ottime uova, divenuta ormai troppo vecchia stava per essere sgozzata e messa in pentola. Il cane, avvicinandosi, ripeté la sua solita frase, e così mortificò la gallina che stava per lasciarci le penne! Tutti gli animali erano sconvolti dalla malignità del cane, che ogni giorno  si prendeva gioco delle altre bestie più sfortunate di lui. Anche il maiale, che per tutta la vita era stato ingozzato per essere bello grasso, stava per fare la stessa fine della gallina. La misera bestia se ne stava tutta sola a pensare al suo destino infausto. La sua unica consolazione era che il suo sacrificio sarebbe servito a nutrire i bambini del contadino, che potevano crescere sani e forti anche grazie a lui. L’animale, ormai rassegnato, vide il cane che si avvicinava e non gli rivolse alcuna attenzione perché sapeva già cosa gli avrebbe detto. Nonostante il maiale fosse molto triste e sconsolato, il cane, cinico come al solito, cominciò a dire che il suo destino era migliore e decantò ancora una volta il suo rapporto di amicizia con l’uomo. Il maiale fece finta di non sentire, e il cane si avvicinò per ripetere la stessa frase. L’animale fece ancora una volta finta di non sentire, e quando il cane si avvicinò abbastanza, il maiale, giustamente arrabbiato, lo morsicò in una zampa talmente forte da azzopparlo. Nessuno sa quanto forti e aguzzi siano realmente i denti del maiale, ma basta ricordare che il suo cugino più prossimo è il cinghiale, considerato da tutti un animale forte e pericoloso.
Tutti gli animali della fattoria erano soddisfatti della bella lezione che il maiale aveva dato al cane, e lo considerarono un vero eroe! Quando per la povera bestia giunse la sua ora, l’uomo si stupì del silenzio che gli altri animali mantenevano in segno di rispetto, e così, per non rendere l’esecuzione ancora più tragica, decise di portare il maiale nel bosco. Il tragitto sembrava interminabile, il maiale sembrava già morto, perché era pietrificato per la paura. Ma mentre il contadino affilava il suo coltellaccio, il maiale si mise ad annusare il terreno come un cane. Lillo provò pena per l’animale, pensando che per la paura fosse impazzito, ma quando vide che quello scavava freneticamente si avvicinò incuriosito. Il maiale aveva trovato un tartufo, l’alimento più costoso e più raro del mondo! Dopo poco il maiale trovò un altro tartufo, e un altro ancora, era una scoperta meravigliosa! La vita del maiale era salva, e il contadino era diventato ricco nel giro di un paio di minuti.
Quando il contadino tornò nella fattoria con il maiale ancora vivo, gli altri animali rimasero stupiti e quando ascoltarono la vicenda dei tartufi, capirono che la sorte  spesso può cambiare inaspettatamente per tutti. Rincuorati, si misero tutti attorno al maiale per festeggiarlo, e perfino il cane fu costretto a chiedere scusa al fortunato animale! Da quel giorno ogni animale della fattoria fu trattato con rispetto, perché ognuno di loro poteva rivelarsi molto più prezioso si quello che sembrava.
Ancora oggi alcuni maiali vengono allevati per trovare i pregiati tartufi, e la loro capacità è per i loro padroni mille volte più preziosa di qualsiasi  salsiccia o arrosto di maiale! Il tartufo, è ancora oggi l’ingrediente più prelibato del mondo!

bach


 


Un bambino di nome Enrico, durante una giornata uggiosa,  vide uno stormo di uccelli migratori diretti, verso sud per trascorrere l'inverno nei paesi caldi. Gli uccelli sembravano puntini neri nel cielo, ma formavano  tutti insieme una gigantesca V. Enrico era molto sorpreso da tanta perfezione, e sapeva che gli uccelli non erano mai andati a scuola, e che quello che conoscevano era dettato solo dall’istinto. Il giorno seguente, il bambino raccontò tutto al suo insegnante, che sorridendo disse che la scienza aveva scoperto il motivo per cui gli uccelli volano in quel modo. Infatti, quando ciascun uccello sbatte le ali, crea una spinta dal basso verso l'alto per gli altri posizionati dietro.

 

Per poter volare tutto quel tempo senza affaticarsi troppo, gli uccelli migratori volano in formazione a V, e con questa tattica l'intero stormo muove le ali creando nell’aria una spinta tale che aiuta tutti gli altri a sostenersi nell’aria senza fatica. Ciascun uccello spinge col battito delle proprie ali, quello che sta dietro di lui, e tutti insieme affrontano il lungo viaggio verso i Paesi caldi. Enrico, affascinato da quel miracolo della natura, disse all’insegnante che gli uccelli migratori dovevano essere un modello per tutti gli uomini. Infatti, se tutti ci aiutassimo a vicenda come gli uccelli che affrontano quel viaggio, non avremmo mai nessuna difficoltà nella vita. Il bambino intelligente osservò anche che gli uccelli migratori, condividono non solo una direzione comune, ma anche uno scopo comune, che è quello di migrare verso luoghi più tranquilli.
Sarebbe davvero meraviglioso se anche gli uomini avessero un simile senso della comunità, e probabilmente come gli uccelli migratori, raggiungerebbero i loro obiettivi comuni più rapidamente e facilmente, aiutandosi e rispettandosi reciprocamente. L’insegnante, soddisftto delle osservazioni di Enrico, continuò a spiegare che quando un uccello si stacca dalla formazione a V, avverte improvvisamente la resistenza dell’aria, allora rapidamente si rimette in formazione per non restare indietro sfinito dalla fatica. Il bambino capì che ciascun essere vivente ha bisogno degli altri, così, entusiasta per quello che aveva appreso, fece un bellissimo disegno dove erano rappresentati tanti bambini in formazione a V come gli uccelli che aveva visto.

Sotto il suo disegno scrisse che se anche le persone avessero il buon senso degli uccelli migratori, il mondo sarebbe un luogo tranquillo e pacifico, perché ognuno imparerebbe ad aiutare e rispettare sia chi sta “davanti che chi sta dietro a lui”. Il preside della scuola, colpito dall’arguta osservazione di Enrico, appese il disegno dietro la sua scrivania, e lo apprezzò talmente tanto che lo volle persino stampare per renderlo pubblico.

 

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