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Fiabe
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Un giovane dottore di nome Paolino si era innamorato di una ragazza bionda che non aveva ancora capito che mestiere voleva fare. Il ragazzo era rimasto colpito dal sorriso della ragazza, e dai suoi capelli biondi ... Ogni mattina, prima di andare a lavorare, Paolino passava dal paesello della ragazza per vederla uscire di casa e per poter ricevere un suo sorriso, e quando la ragazza lo degnava di una minima attenzione, Paolino toccava il cielo con un dito. Un giorno il dottore vide piangere la sua bella perché quella aveva persoli suo gatto Batuffolo. Il giovane era molto dispiaciuto, e non sapeva come fare per consolare la sua splendida ragazza.
Il gatto Batuffolo non si trovava da nessuna parte, e Paolino con tutto il cuore avrebbe voluto regalare qualcosa di prezioso alla sua bella per consolarla ... ma era impossibile. Un giorno, stranamente, il dottore decise di andare a pescare per rilassarsi ... non era suo solito, ma voleva stare tranquillo in riva al mare in santa pace. Ad un tratto, mentre se ne stava seduto sulla spiaggia a pensare, notò che due occhi azzurri azzurri lo osservavano da lontano. Paolino non era affatto preoccupato di quella presenza, ma di tanto in tanto si girava indietro per guardarsi le spalle. Proprio in quell’attimo il dottore sentì tirare forte forte la lenza ... Era un pesce enorme! Con un balzo Paolino tirò su il pesce, ma accadde una cosa inaspettata! Da dietro arrivò il gatto Batuffolo che si era perso,  e con uno salto riuscì ad appropriarsi della preda succulenta. Ma il giovane dottore si era accorto dei movimenti dell’astuto gatto, e si teneva ben pronto al suo attacco. Finalmente il grosso pesce fu tirato via dall’acqua, e Batuffolo  velocissimo lo prese al volo per la coda. Il ragazzo non voleva affatto cedere la sua preziosa preda, ma Batuffolo, a furia di tirare, riuscì ad avere la meglio e ad ottenere quello che voleva. Il giovane dottore , arrabbiato ed amareggiato per essersi fatto soffiare il pesce proprio sotto il naso, inveì contro il ladruncolo gattaccio e lo insultò. Rassegnato, Paolino decise di preparare la lenza per continuare a pescare, ma mentre si affaccendava, scoprì con enorme meraviglia che attaccato all’amo c’era una bellissima  catenina d’oro con un diamantino. Probabilmente il gioiello era dentro la bocca del pesce che gli era stato rubato, e, durante la lotta con Batuffolo, la catenina era rimasta impigliata all’amo.
Il giovane, felice per quanto gli era appena successo, ipotizzò che quella fosse la catenina di Re Carlo che, come diceva la leggenda, l ’aveva lanciata in mare perché era stato rifiutato da una donna ... La bella catenina per anni era stata trascinata dalle onde. Spesso i pesci non pensano a quello che mangiano, e forse il luccichio del gioiello aveva attirato il grosso pesce che infine lo aveva ingoiato. Poco importava per il fortunato dottore come la catenina fosse finita in bocca al pesce, tanto era entusiasta di poter portare alla ragazza il pegno del suo amore. Paolino, felice come non mai andò sotto la finestra della sua bella per cantare una canzone e darle la collanina di Re Carlo, e mentre tutti scappavano perché era stonato come un campanaccio, la ragazza si tappò le orecchie e lo baciò! In quel momento, sornione, tornò anche Batuffolo!

bach




In un bosco lontano lontano, arrivò l’ inverno, e l'aria divenne fredda mentre la neve coprì ogni cosa di bianco. Solo in casa si stava bene e faceva un bel calduccio, tutti gli animali avevano una tana. Molte creature del bosco erano già in letargo, ed avevano fatto scorta di provviste per sopravvivere alla gelida stagione, ed avevano fatto un morbido letto di foglie per coprirsi bene ! Anche i fiori erano al riparo, e se ne stavano ognuno nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve, ben protetti fino alla primavera. Un giorno, però, un raggio di sole attraversò la neve e toccò il bulbo di un fiore e lo illuminò. Così il bulbo si fece coraggio, e con un piccolo sforzo arrivò ad affacciarsi oltre il suo prezioso rifugio. Doveva passare ancora tanto tempo prima dell'estate, la neve era ancora lì, a ricoprire ogni cosa come un mantello di velluto, ma il bulbo curioso vide un ermellino bianco ancor più della neve che giocava con un guscio di noce e saltellava da un sasso all’altro. Il bulbo si sporse, fece uno starnuto per il freddo, e subito spuntò un germoglio. Si sentì solleticare, e spuntò ancora una fogliolina ...! Il piccolo bulbo aveva visto quel meraviglioso paesaggio innevato, e non voleva più rimanere nascosto nel suo rifugio. Vedendo l’ermellino giocherellare fuori lo chiamò, e lo chiamò ancora! L’animaletto si avvicinò, ma disse al bulbo di correre al calduccio, perché i fiori devono aspettare la primavera per spuntare all’aria aperta! La neve era troppo fredda per una creatura fragile come un fiore, ma l’ermellino non fu convincente. Il bulbo lo osservava, ma non lo stava a sentire, e prendendo ancora freddo starnutì e subito spuntò un’altra fogliolina. Si sentì solleticare, era il gambo che cresceva veloce! La neve era tutta illuminata, ed era vellutata, era in quell’istante sopraggiunse un meraviglioso raggio di sole che aiutò il bulbo a diventare fiore tutto d’un colpo! Il piccolo esserino fragile aveva visto l’ermellino, e pensava che ogni cosa poteva resistere all’inverno ... .ma si sbagliava!
Il fiore si allungò e prese un po’ di brina, ma faceva tanto freddo, ed il raggio di sole, che l’aveva illuminato scomparve coperto da una nuvola grigia ... Il fiore sembrava perduto, così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su un gambo verde, con foglie grandi che sembravano volerla proteggere. Il fiore si sollevò oltre la neve e le folate di vento lo accarezzarono con delicatezza, così si aprì tutto. Quando arrivò la notte, e il gelo diventò insopportabile, il fiore rischiò di congelarsi, e di cadere in pezzi come una lastra di vetro sottile frantimandosi. Fu a quel punto che l’ermellino fece capolino, e vide il piccolo fiore da solo, in mezzo alla neve, pronto per affrontare la fine! C'era un freddo pungente e se l’ermellino avesse lasciato tutto com’era, in un battibaleno un fiorellino tanto delicato sarebbe finito nel nulla. Ma l’ermellino aveva notato che il fiorellino se ne stava dritto ad aspettare la fine, perché in quella delicatissima creatura c'era molta più forza di quanto si potesse immaginare! Così l’ermellino chiamò gli scoiattoli, e gli scoiattoli chiamarono le puzzole, e le puzzole chiamarono il tasso, e così tra gli animali del bosco ci fu un veloce passaparola ! Ogni animaletto portò con se un ciuffetto di pelo, e le zampette laboriose dell’ermellino riuscirono a fabbricare in men che non si dica una piccola sciarpetta di pelliccia per riscaldare il fiorellino. Tutti gli animali dicevano al fiore di resistere, di non appassire, di non gelare! Il fiorellino grazie agli animaletti del bosco superò la notte e si sparse la notizia del fiorellino coraggioso che quella notte aveva voluto bucare la neve! Per questo fu chiamato Bucaneve.
Le piccole attenzioni dei generosi amici animali, avevano salvato il fiorellino, e le loro parole avevano riscaldato il Bucaneve come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla gioia, non si rese neppure conto di essere ancora in pieno inverno, e così, con l’aiuto delle brave creature del bosco, fu l’unico fiore della gelida stagione! il Bucaneve era bianco come la neve, come l’ermellino, come la purezza, ed un fiore così sottile e delicato e facile a spezzarsi, diventò il simbolo della forza.

bach




Un uomo di nome Tobia viveva nella sua fattoria e si prendeva cura dei suoi animali con grande passione. Oltre al duro lavoro di badare tutte le sue bestiole, la notte spesso doveva svegliarsi per difenderle dagli attacchi degli animali feroci. Non solo i lupi e le volpi tentavano spesso di sbranare le pecore, i maialini e i polli del povero fattore, ma le faine, piccoli animali simili agli ermellini ma molto più crudeli, spesso sgozzavano i conigli ed i pulcini solo per il gusto di ucciderli. D’inverno la situazione era ancora peggiore, perché tutti i suoi animali erano chiusi al caldo nella grande stalla, ma erano tutti concentrati in un luogo solo, e le bestiacce cattive lo sapevano benissimo, e conoscevano ogni piccola fessura della casupola di legno.
Tobia si disperava ogni volta che non riusciva a salvare le sue bestiole, perché dopo averle accudite sin dalla nascita, non poteva permettere a quei feroci predatori di ucciderle nel sonno senza alcuna pietà.
Così, il fattore, anche quando la neve cadeva ininterrottamente, era costretto a controllare la stalla e a tenere il fucile sotto il letto per tenersi pronto alla difesa. Fu così anche quando arrivarono le feste di Natale, e mentre tutti gli amici di Tobia erano riuniti a mangiare dolci e a bere vino, lui se ne rimase tutto solo a fare la guardia agli animali. Tobia aveva un gran timore, perché se catturare i lupi con le trappole era abbastanza facile, tenere a bada le volpi e le furbe donnole era un’impresa impossibile. La volpe si sa, è l’animale più astuto del mondo, ma la donnola, oltre ad essere molto intelligente è anche agilissima, e riesce a passare per le fessure dei tetti e del pavimento come un topolino, pur essendo ben più grande! Tobia non poteva sperare di catturare né le volpi, né tanto meno le donnole per cui aveva deciso di rafforzare le difese della sua amatissima fattoria. In occasione del Natale, si era fatto donare da un suo caro amico un cane da guardia, famoso per la sua ferocia. Il cane si ambientò ben presto nella sua nuova casa, e la sua bella cuccia fu sistemata dal fattore proprio a metà strada tra il pollaio e la gabbietta dei conigli. Per qualche notte l’uomo dormì tranquillo, ed infatti, qualche giorno più tardi, il fedelissimo cane riuscì a catturare la volpe. Dopo poco tempo, però, i poveri conigli furono di nuovo sterminati dalle donnole inferocite, che erano riuscite a sfuggire al cane, intrufolandosi da un buco nel soffitto. A niente era servito che l’animale ringhiasse ed abbaiasse all’impazzata, perché in pochi secondi tutto era perduto! L’uomo giurò che avrebbe sterminalo tutte le donnole della zona. Ma non sempre si può fare di tutta l’erba un fascio, e proprio nella notte di Natale, infatti, accadde un fatto assai insolito! Tobia, sicuro che il suo cane avrebbe fatto il suo dovere ancora una volta, andò a festeggiare la santa festa con gli amici, e poi, tornato a casa, si addormentò come un sasso. Tobia stava sognando i doni di Babbo Natale e le lucine dell’albero gli illuminavano il viso, ma qualcosa di terribile stava per accadere nella sua stanza calda! Un grosso e insidioso serpente si era svegliato improvvisamente dal letargo e cercava un luogo caldo. Il cane, fedele compagno di Tobia, non poteva certamente avvertire il flebile rumore di un serpente, che striscia nella neve, né poteva tanto meno impedire che quel terribile essere si intrufolasse in casa proprio attirata dal calduccio della stanza del fattore. Era quasi la fine per il poveruomo, quando fu svegliato da un fracasso proveniente da sotto il suo letto. Tobia, spaventato accese una candela e si accorse di una piccola donnola tutta coperta di sangue. L'uomo impugnò il fucile, ma quando stava per freddare la bestiola con un colpo preciso, si accorse del serpente morto in terra.
La donnola gli aveva salvato la vita proprio nella notte di Natale, e Tobia stava per ucciderla solo per il pregiudizio che aveva verso questi animali. La bestiola lesta e pronta, forse era stata mandata dal cielo! Il mattino seguente Tobia preparò un cestino per la sua nuova amica, che per tutte le festività natalizie fu pasciuta con biscotti e pezzi di arrosto e la ospitò nella sua fattoria per sempre; la sfamò e mise il suo cestino sotto il letto per proteggerlo dai serpenti, e per distinguerla dalle altre donnole dannose e spietate, le legò al collo un nastrino con un campanellino.
La notte di Natale aveva portato il suo miracolo!
Non bisogna mai dare niente per scontato, ed anche un animale dannoso come la donnola, talvolta può essere d’aiuto.
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L'ors



Enrico e Alessandro, due simpatici e buoni fratellini, ogni notte si addormentavano guardando il cielo stellato. Quando al mattino la luce del sole illuminava la finestra della loro stanzetta e tutte le stelle si spegnevano, Enrico e Alessandro sbadigliavano e si preparavano per andare a scuola tutti assonnati. Al loro ritorno, dopo aver fatto tutti i compiti, aspettavano con pazienza che arrivasse la notte, per ammirare il miracolo del firmamento. Ben presto arrivò l’inverno e la neve scese a coprire ogni cosa!
Era proprio un inverno gelido, e tutti quanti erano al calduccio in casa. Soltanto Enrico e Alessandro erano rimasti affacciati alla finestra della loro stanzetta, per vedere calare la notte ed assistere al loro spettacolo preferito. Nessuno si era accorto che da lontano proveniva un lamento, lugubre e potente come non si era mai udito prima. Solo i due bimbi riuscirono a sentire quei gemiti! Così, indossati i cappottini, le sciarpe ed i guanti , andarono a vedere di che cosa si trattasse. Le luci illuminavano la strada, ma per le vie del bosco era buio pesto! In un attimo i due coraggiosi bambini si trovarono sotto i piedi di un immenso abete! Dai cespugli fitti fitti, provenivano i lamenti assordanti! All’improvviso davanti ad Enrico e Alessandro apparve un gigantesco orso bianco, che li stava osservando da un po’. I bimbi terrorizzati rimasero immobili, e quando l’ orso bianco emise di nuovo il suo lugubre gemito si pietrificarono davanti a quell’enorme creatura. L’orso rimase stupito dalla reazione dei due bimbi, e pensò che fossero i più coraggiosi di tutti, perché non erano fuggiti davanti a lui. Così, si sedette insieme a loro e confidò ai due bambini il motivo di tutto il suo dolore. Enrico e Alessandro ascoltarono attenti il racconto dell’orso, che si lamentava da ben due giorni a causa di una grossa spina sul naso, ma non era riuscito a trovare nessuno disposto a toglierla da quel punto tanto fastidioso. L’orso soffriva per la spina, ma soprattutto perché aveva scoperto che tutti avevano troppa paura di lui per aiutarlo!
Era demoralizzato, si sentiva solo e abbandonato. Enrico trovò il coraggio di togliere la spina dal naso dell’orso, e Alessandro cantò una canzoncina per alleviare la sofferenza. Dopo una lunga chiacchierata, i due bimbi andarono a spasso insieme all’orso bianco per tutto il paese, e tutti gli abitanti del piccolo villaggio che assistettero a quella insolita scena, rimasero semplicemente sbalorditi, e pensarono che quello fosse un miracolo. Ci fu una gran festa nel villaggio, perché era arrivato un nuovo amico, grande e grosso ma bisognoso di affetto più di chiunque altro. La cosa curiosa fu che proprio mentre tutti tornarono in casa al caldo, l’orso e i suoi piccoli amici rimasero a guardare le stelle fino all’alba.
A volte basta poco per far contenti gli altri, ed anche una creatura imponente come l’orso, può avere bisogno dell’aiuto di due bambini minuscoli. Quella notte, era nata una meravigliosa amicizia!

 
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Tanto tempo fa, tutti gli animali che oggi riconosciamo per le loro caratteristiche, avevano un aspetto ben diverso da quello attuale. In particolare la giraffa aveva un collo simile a tutti gli altri, e l'elefante aveva la stessa statura degli altri animali. Ma accaddero due episodi assai curiosi. La giraffa era sempre stata impicciona, e si nascondeva tra i cespugli per ascoltare i discorsi delle bestie della foresta, una non riusciva mai a mantenere un segreto, e per questo non era molto amata dagli altri animali. Nonostante ciò, la giraffa continuava ad origliare e ad allungare la testolina per spiare tutti quanti. La sua curiosità, però, ben presto fu motivo di uno strano incidente: infatti, mentre un giorno la giraffa era nascosta dietro una roccia ad aspettare qualcuno da spiare, non vedendo arrivare nessuno allungò il collo, e rimanendo in quella posizione per ben tre ore alla fine si accorse che il suo corpo era cambiato. Tanto era rimasta affacciata che il suo collo si era allungato, e non sarebbe più tornato come prima! Così da quel momento la giraffa diventò un animale molto riservato, e non si impicciò mai più degli affari altrui. Nello stesso periodo avvenne un episodio molto simile a quello della giraffa. Infatti anche l’elefante, che era un animaletto piccolo ed esile, aveva un brutto vizio: era molto ingordo, e voleva essere pasciuto, servito e riverito dagli altri animali. Per di più, ogni volta che nessuno faceva la guardia alle sue provviste, l’elefante divorava ogni cosa fino all’ultima briciola.
Tutte le creature, stanche delle sue prepotenze, si riunirono di nascosto e decisero di porre fine sue alle angherie. Fino a quel momento, ogni ragionamento non era servito a niente, così si arrivò ad adottare rimedi estremi. Gli animali, avviliti per la situazione, discussero a lungo fino a che, di comune accordo, decisero di dargli una bella lezione. Anche la giraffa, che aveva già imparato ad avere rispetto per gli altri, fu pienamente d’accordo, e tutti insieme invitarono l’elefante prepotente in un prato, dove avevano preparato un ricco banchetto. L'elefante aveva accettato ben volentieri, tutto contento di essere venerato dagli altri. Ma dopo aver mangiato come solo un elefante può fare, gli furono servite altre pietanze, ed altre ancora. Sdraiato sull’erba, si sentì gonfio come un pallone. Non riuscì ad alzarsi per tre giorni, tanto si era abbuffato. L’elefante, alquanto malandato a causa di quel gonfiore, andò ad immergersi nello stagno per darsi una rinfrescata. Fu lì che specchiandosi nell'acqua dello stagno, vide che il suo corpo era rimasto tutto gonfio, enorme, pesante! La sua ingordigia lo aveva trasformato per sempre. Quando la giraffa lo vide conciato a quel modo, lo consolò raccontando la sua esperienza.
Di lì a poco, toccò alla scimmia, che a quel tempo era l’animale più vanitoso della foresta. Il motivo di tanta vanità era il suo meraviglioso pelo, molto simile a quello di uno scoiattolo. È difficile da credere, ma anche la sua coda era folta e vaporosa! La scimmia, piena di sé, guardava tutti gli altri con aria di sufficienza, perché riteneva che nessuno fosse tanto grazioso da meritare di stare accanto a lei. Anche stavolta, gli animali, sconfortati per la circostanza, discussero a lungo, e sempre di comune accordo, decisero di dare una lezione memorabile anche alla scimmia vanitosa. Dopo aver costruito una specie di passerella, ognuno di loro si procurò una torcia. Tutti insieme invitarono la scimmia a fare una sfilata per loro, e spiegarono a quella sciocca bestiola, che le torce servivano a creare le luci adatte allo spettacolo. La scimmia colse subito l’occasione di sfoggiare la sua meravigliosa pelliccia, ma l’aspettava una brutta sorpresa. Infatti, mentre la scimmia si pavoneggiava, tutti gli animali lanciarono le torce addosso alla sciagurata, che per non bruciare viva corse verso lo stagno. Quando uscì dall’acqua, la scimmia aveva il pelo così rovinato che divenne la creatura più brutta e malridotta del genere animale.
Sulle rive dello stagno c’era anche l’elefante, ed insieme, specchiandosi nell’acqua, si pentirono amaramente della loro condotta immorale. Anche la giraffa raggiunse i malcapitati per raccontare la sua storia, e tutti e tre giurarono che per il resto della loro vita, avrebbero avuto rispetto per gli altri.
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L’evento sportivo più importante del mondo, per gli uomini, è certamente quello delle Olimpiadi. Questa gara complessa e suggestiva, coinvolge tutti i popoli da tantissimi anni. Anche gli animali un tempo erano soliti gareggiare tra di loro, per dimostrare, ognuno la propria potenza: la gara più ambita era quella di velocità. Tra tutti gli animali, uno dei più veloci era, come ancora oggi è ben noto, l’elegantissimo ghepardo. L’animale era molto eccitato per l’evento, soprattutto perché finalmente poteva mostrare le sue capacità agli altri felini, essendo proprio lui il più gracile di tutti. Il ghepardo, infatti, è dotato di un corpo muscoloso e scattante, ma rispetto alla tigre, al leone ed alla pantera, che sono molto più possenti, un minuscolo micino!
Per tutti gli animali era obbligatorio partecipare alla gara di velocità, e anche i più lenti dovevano presentarsi in pista nel giorno prestabilito. Ancora oggi molti pensano che l’animale più lento sia la tartaruga, ma questo è un errore gravissimo,. Infatti, in natura, ne esiste uno cento volte più lento della tartaruga: il bradipo. Questo curioso essere impiega un’eternità a spostarsi, ed a volte è talmente immobile da sembrare addirittura imbalsamato! Ovviamente per il bradipo non esisteva nessuna possibilità di vincere la gara di velocità, ma la vita a volte riserva strane sorprese.
Il ghepardo invece, ambizioso com’era, si allenava senza sosta da giorni, e dormiva pochissimo pensando alla dura prova, che avrebbe dovuto affrontare di lì a poco. Ma proprio il giorno della gara, il povero ghepardo, dopo tanto allenamento, crollò pochi minuti prima della gara tanto attesa. Il velocista si era allenato così duramente, che si era addormentato sulla linea di partenza. Tutti gli altri concorrenti erano già partiti, solo il bradipo era ancora fermo sulla linea e si trovava proprio a pochi metri dal ghepardo addormentato. Il flemmatico animale impiegò quasi dieci minuti ad avvicinarsi al ghepardo ed altrettanti a svegliarlo. Quando il velocista capì che cosa era accaduto, per poco non svenne dalla rabbia. Il bradipo però, prima dell’inizio della gara, avendo pensato che, lento com’era, avrebbe impiegato un giorno intero, per poter arrivare al traguardo, si era portato dietro uno zuccherino. Impiegò, come era solito, un bel po’ di tempo a trovare la zolletta di zucchero e gentilmente, la offrì, per recuperare le energie, al suo amico sconcertato. E’ raro che un felino assaggi qualcosa di dolce, ma in quella circostanza il ghepardo aveva bisogno di forza.
Rincuorato dal gesto affettuoso, il velocista si alzò di colpo, si mise in groppa il curioso amico e partì veloce come un razzo! Gli altri animali non riuscivano nemmeno a distinguere le due sagome, tanto era l’impeto del ghepardo, che con un ultimo scatto tagliò il traguardo con ancora il bradipo sulle spalle. Il premio per il velocista fu triplo, perché oltre ad essere il più veloce, non soltanto era partito molto più tardi rispetto agli altri concorrenti, ma aveva perfino sopportato il peso del suo amico fino alla fine. A volte l’eccesso di zelo può essere controproducente, ed il ghepardo aveva imparato la lezione nonostante il suo clamoroso successo. Il bradipo, invece, era ben contento di quell’esperienza, perché in tutta la sua vita non aveva mai provato nulla di così emozionante!
Nei libri di animali il bradipo è ancora considerato l’animale più lento del mondo; in tutta la sua vita percorre solo pochi chilometri e passa tutto il suo tempo, appeso ad un albero a testa in giù. Forse pensa ancora alla sua meravigliosa esperienza in groppa al ghepardo!!!

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In un piccolo pesino viveva una famiglia molto povera. L’unica fonte di sostentamento, per quei poveri disgraziati, era una capretta bianca, che dava buon latte ogni mattina.
In quella famigliola modesta, il figlio maggiore era un ragazzetto esuberante ma obbediente, che non solo doveva lavorare tutto il giorno, ma si occupava anche della capretta. Ogni giorno portava a pascolare l’animale e, al ritorno dal lavoro, puliva con cura la piccola stalla. Una bella mattina il ragazzetto giudizioso, decise di portarla dove l’erba era più verde e più folta, e così seguito dalla bestiola, si spinse oltre il bosco. Ad un certo punto sentendosi stanco, decise di riposarsi sotto un albero. Si sdraiò e all'improvviso vide che tutto il prato era pieno di lepri, che saltellavano allegramente. Guardando quella contagiosa allegria pensò che quelle piccole creature erano molto fortunate, libere da ogni responsabilità invece, lui, era costretto a lavorare tutto il giorno e non aveva mai tempo per giocare. Le lepri si avvicinarono senza paura, e così cominciarono a giocare con il ragazzino, che, molto divertito e felice, si scordò della sua capretta. Arrivò la sera e le lepri, saltellando, se ne andarono verso le loro tane. Quando il ragazzo tornò indietro, non trovò più la sua capretta e subito pensò che si fosse persa nel bosco. Tornò a casa e raccontò quanto era successo alla madre. Il giorno dopo madre e figlio andarono subito alla ricerca della capretta e solo dopo lunghe ore, rassegnato per l'esito negativo, tornarono a casa. La madre si disperò molto, e si sentiva perduta senza quell'animaletto che almeno le dava un po' di latte. Passò del tempo, e il ragazzo continuò le sue ricerche senza sosta. Una bella mattina, mentre stava attraversando i boschi per andare a lavorare, sentì uno strano fruscio dietro di sé. Guardò attentamente il luogo da cui proveniva il rumore e ben presto si accorse, che in quel posto verdeggiante, c’era un branco di capre selvatiche. Grande fu la sorpresa quando vide che tra quelle bestiole silvestri c’era anche la sua preziosa capretta! Si avvicinò, cercando di saltare in groppa al suo animalema quello, indispettito, cominciò a dimenarsi e a correre giù per il prato con le sue nuove compagne.
La capretta correva e veloce, e arrivò nei pressi di una grotta. Il ragazzo raggiunse il suo animale ma, terrorizzato per l’oscurità di quell'antro, stava dicendo le sue ultime preghiere, quando scorse nel buio un baule enorme.


Probabilmente la grotta non era solo un rifugio per le capre selvatiche, ma anche una tana per chissà quale bestia pericolosa! Nella grotta però non c’erano orsi o lupi, ma solo un silenzio assordante, infatti era il nascondiglio di un gruppo di ladri senza scrupoli, che assalivano le case dei ricchi e poi nascondevano lì la loro refurtiva. Il ragazzo non poteva immaginare nulla di tutto questo, in vita sua non aveva mai visto l’oro, né altri preziosi ... capì che c’era qualcosa di magico in quella grotta buia, si girò e vide una cassa di legno abbandonata in un angolo. Il baule conteneva preziosi; non credendo ai suoi occhi, dopo qualche istante di esitazione, pensò che quel baule poteva cambiare la sua vita e quella dei suoi familiari.
 

Pensò che sicuramente quel ricco bottino sarebbe servito più ai poveri che ai ladri, e così prese il pesante baule e lo trascinò per i boschi. Soddisfatto della sua meravigliosa avventura, il ragazzo accarezzò la capretta che fuggendo via aveva portato fortuna sia a lui che a tutta la sua famiglia. Quando arrivò a casa e raccontò quello che era successo alla madre e a tutti gli altri, ci fu un lungo silenzio di esitazione. Tutti credevano che il ragazzo fosse diventato pazzo, dovette portare in casa il baule ed aprirlo davanti agli occhi sbalorditi dei presenti. La fuga della capretta, che era stata all’inizio la peggiore notizia che il ragazzo potesse dare alla sua famiglia, si era rivelata una gran fortuna. In ragazzo semplice, giudizioso ed assennato, continuò la sua vita guadagnando sempre onestamente da vivere; visse ancora per molti anni con la sua famiglia che dopo lunghi periodi di stenti, era stata baciata dalla fortuna. I ladri, in compenso, tornati nel rifugio, si mangiarono le mani.
La fortuna è una dea cieca, gira senza meta, non riconosce mai nessuno, ma a volte si serve di una capretta disobbediente per i suoi misteriosi disegni!

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In un meraviglioso giardino che dava sulla spiaggia aperta, c'era mandorlo secolare. Durante la bella stagione le cicale ed i grilli cantavano  in mezzo ai suoi rami verdeggianti e diverse specie di uccelli cinguettavano in allegria fino al calare del sole . Molti animali avevano vissuto, volato, fatto la tana su quel magnifico albero, ed erano statI felici, e quando quelle piccole creature si rivolgevano a lui, erano piene di gratitudine. L’albero però pensava a quanto breve fosse il loro tempo.
Tutti sanno che le cicale vivono solo qualche giorno, che i grilli non superano l’estate, che gli uccelli migratori vanno via con l’arrivo del freddo e che spesso non tornano più, e l’albero provava molta tristezza per questa condizione. Tuttavia quei piccoli esseri non erano affatto tristi, perché per loro tutto era così straordinariamente limpido, talmente caldo e bello, così spensierato! Il mandorlo aveva conosciuto negli anni centinaia di piccole creature, era stato loro amico, il loro punto di riferimento ... Così, ogni volta che scompariva un grillo o una cicala, o tutte le volte che gli uccelli si preparavano a partire per luoghi lontani, si disperava.
Ogni estate si ripeteva la stessa esperienza per il mandorlo, la stessa felicità, la stessa tristezza, e lo stesso sonno finale.Tuttavia tutte le creature continuavano ad essere ugualmente felici, ugualmente ottimiste.

L’albero però provava ogni volta la stessa tristezza, ed ad ogni lacrima cadeva una foglia e poi ancora un'altra! Quelle foglie servivano a coprire i piccoli corpicini delle creature che cadevano giù. L’albero si svestiva  del suo fogliame e così affrontava nudo e sconfitto il suo autunno, e poi tutto l’inverno, cadeva in un sonno profondo, e solo in primavera tornava a rivivere.
Solo i corvi si posavano a turno su di lui spoglio, ed aspettavano rassegnati le difficoltà invernali per trovare il cibo. Ma un giorno d’inverno il sole decise di splendere così forte che il mandorlosi svegliò, ed ebbe la sensazione che quella fosse una giornata di festa, e gli sembrò anche che fosse un bel giorno d'estate, tanto l'aria era calda e mite. Si ritrovò tutto coperto di corvi, e per un momento si infastidì ... poi però un piccolo corvo cominciò a parlare con lui e riuscì ad intenerirlo.
Il piccolo corvo, timido, si avvicinò al cuore dell’albero e gli chiese  di raccontargli una storia, perché i suoi compagni più grandi, parlavano sempre delle difficoltà dell’inverno e nessuno voleva giocare con lui.  L’albero aveva vissuto e visto durante i suoi lunghi anni di vita tantissime cose, ed iniziò a raccontare le sue storie al piccolo corvo. Fu come se un nuovo flusso di vita scorresse dalle più piccole radici fino ai rami più  alti. Il suo nuovo amico, avendo preso coraggio,  chiamò altri piccoli corvi ed altri uccelli che non erano partiti verso i paesi caldi. L’albero fu felice, e trovò il modo di trascorrere bene anche d’inverno.
Improvvisamente, mentre tutti gli altri alberi erano spogli e la terra grigia e fredda, la gioia e la nuova speranza del vecchi mandorlo fecero fiorire i suoi rami rinsecchiti. Erano piccoli fiori bianchi dalle sfumature rosa, un’esplosione di amore per le creature che l’avevano reso felice anche nella stagione fredda.
Ancora oggi, dopo aver perso tutte le foglie, il mandorlo aspetta i mesi più freddi per regalare al mondo i suoi fiori meravigliosi!
 
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