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Ilaria
mi racconta tutto ciò con l’intensità e il sentimento
della prima volta, senza rendersi conto che l’avrò ascoltata
in un silenzio uguale a questo per centinaia di volte prima d’ora.
La sua bellezza, nel pieno delle sue parole, aumenta, s’accresce
come se volesse toccare il cielo, diventa quasi spudorata, sfacciata,
la sua pelle olivastra tradisce la sua emozione e si fa più scura,
ciocche di capelli le cadono lungo il viso e prende a tremarle lo zigomo.
Un muso da felino, volitivo il suo naso, si mangia le unghie ribaltando
la mano, un filo di rimmel e un luccichio timido sulle labbra. Mi alzo
dal divano, vado sotto il lucernaio; appena buio, una luna pallida taglia
il cielo con una mezza falce. Ilaria mi chiede se sono annoiata; io neanche
mi volto. Allora lei riprende da dove si era fermata, con una forza nuova
che dà impeto alle sue parole.
Sentiva forte, ancora, la potenza del loro legame. Non era vero che eravamo
rimasti soli; non era andato perso quell’immenso amore che tutti
avevamo costruito dentro. Si stavano amando, sebbene tutto, erano insieme
anche se divisi. Ilaria non può non ricordare notti di lacrime,
di rabbia, di dubbi divini. Ricorda il suo cercare suoi respiri. E proprio
questo suo disperato tentativo di rimanere con lui, la portò quasi
al rifiuto di ogni altra cosa, di ogni altra persona: aveva bisogno di
energie estreme per sentire le sue presenze, non poteva certo perdere
forze, seppur minime, per qualcosa o tanto meno qualcuno che non fosse
il suo Davidino. Sono passati tre anni, da allora, ma provo ancora paura
a ricordarla ... si stava buttando via, correva incontro al suo ultimo
giorno sperando di incontrarlo presto. È vero, se l’era presa
anche con Dio, ma in Dio ci credeva ... e, quindi, desiderava solo il
momento del loro riaversi, del loro ritrovarsi per liberarsi finalmente
in un mondo diverso da questo, dove è vero che niente avrebbe più
potuto dividerli. Fu solo a quel punto della sua rinuncia alla vita, può
adesso dire sicuramente, che Davide la cinse davvero con le sue ali. Lei
sa che lui l’ha rimproverata, duramente, scrollandola da quel freddo
abbandono in cui stava facendosi scivolare. Lui la amava per la luce che
aveva dentro, diceva, e Ilaria non poteva farla spegnere ora, proprio
ora. Con un colpo di reni di cui ancora adesso, a volte, ne sente il dolore,
si è rialzata. E ha iniziato daccapo, di nuovo, col mento verso
il sole. Se non era riuscita a farlo per se stessa, è riuscita
a farlo per lui. E la sua vita ha ripreso, lenta ma salda, il suo corso.
Contro le aspettative di molti, riprese serenamente gli studi, gli amici,
non dimenticava mai lo spazzolino e senza Mayo, il suo orsetto, riusciva
comunque a dormire tranquilla ... La radio era sempre accesa, a qualunque
ora, e immancabile sentiva almeno una volta al giorno la loro canzone.
E in quei momenti, certo, si abbandonava al ricordo, alla nostalgia, tornava
a martoriarsi col fatto che stava male, che non è vero che il tempo
attenua il dolore ... avrebbe solo finto di vivere la sua nuova vita,
in realtà avrebbe continuato a cercarlo, persa fra la gente, a
ricordarlo in quei cinque minuti che nelle sue giornate ricorrevano frequenti.
E dopo essersi sfogata, tornava alle sue cose, libera nei sensi, ma colma
di sentimento. Sì, la sua capacità di autocommiserazione
certe volte riusciva a stupire anche lei ... anche Davide, sicuramente,
per quanto bene la conoscesse. Ilaria riconosce molti suoi sbagli di allora,
adesso.
Errori dettati da violenti forze che si contendevano le sue ossa, i suoi
pensieri. Respirava nell’apatia verso il mondo e nell’avversione
per la gente. Anche la sua gente, quella che le stava vicino ogni giorno
con amorevoli accortezze, che sorvegliava senza farsi scoprire ogni suo
passo, ogni sua nuova condizione psichica. A partire da sua madre, da
suo padre. Scandiva reazioni fulminee che facevano male; e non era un
modo per togliere legna dal suo fuoco, era “solo” un cosciente
obiettivo di ferire per essere lasciata in pace in quel dramma, che tanto
era suo e nessuno poteva capirlo. Ha odiato con forza chi cercava di distoglierla,
di farle alzare la faccia dal cuscino; ha odiato chi ha tentato di strapparle
un sorriso, una risposta. Aveva la ferma, risoluta come mai, convinzione
di rimanere per fatti suoi; era sua intenzione abissare ogni altra forma
di vita che soffocasse le solitudini che si era creata.
Ora ringrazia Dio che quella gente non si è mai fatta vincere dalle
sue lance e dalle sue cattiverie, ringrazia e ama quella gente per avere
continuato a soffocarla, come dice lei, d’ironia, a urlare potentemente
il suo nome contro il suo viso fino a farla rispondere, fino ad averla
fatta tornare. La forza dell’amore.
Prende un respiro più profondo degli altri, poi Ilaria si avvicina
e comincia a giocare con le mie trecce; so che ancora prova una sottile,
ma tagliente colpa nei miei riguardi, ancora teme di avermi ferito troppo,
durante quei giorni. Mille e più volte l’ho rassicurata,
dicendole che la mia era solo paura di perderla: forse, mai comprenderà.
Lei aveva, e ha tuttora, il cappello di Davide blu dei New York Yankees;
glielo diede la sorella pochi giorni dopo la sua morte. Lo indossava la
sera che si erano conosciuti. Ebbene, Ilaria senza quel cappello non andava
più da nessuna parte, come non si spostava per più di un
paio d’ore senza la sua fotografia in riva al mare ... ancora adesso,
questi due oggetti, fanno gli stessi passi che fa lei, ma li vive in maniera
diversa, le colmano l’aria di serenità, ora, non di motivo
di pianto.
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