L'inarrestabile stasi
Scorre lento, lo sguardo, tra le pagine della nostalgia, accarezzando i fotogrammi di una memoria singhiozzante, tra la polvere dei gesti, nelle lacrime e nei sorrisi fermi nella carta, impressi alle pareti, eternizzati in ogni oggetto.
Avvinghiata alle trame di questa tela di malinconia una domanda, che echeggia nel vuoto del silenzio …
“Nel tempo cronologico, in che modo il ricordo di una persona o di un fatto che ora non è più, può condizionare la vita di un uomo?
E nel tempo-uno?”
Mai come in questi casi la lucida razionalità umana mostra tutte le sue lacune, la sua totale inadeguatezza ed insufficienza.
Mai come di fronte a tali quesiti la mente è così arida di certezze, spoglia di nessi cui disperatamente aggrapparsi, di precedenti cui fare precipitosamente riferimento.
Ogni singola parola ed ogni singolo carattere andrebbero denudati, privati degli strati di incoerenti significati attribuitigli dal senso comune, scardinati dovrebbero essere i vincoli che ancorano ogni vocabolo ad un unilaterale concetto, che presto risulta essere estremamente povero, e sterile.
Smascherare l’insufficienza del linguaggio e l’incanto del suo sortilegio, soffocare ogni accento, snocciolare ogni sillaba, sminuzzarla fino a giungere al cuore della parola stessa e del cosmo che descrive, che sorprendentemente risulta proprio essere un’impressione, un riflesso, un’abbagliante rappresentazione.
La parte ed il tutto, la realtà intera, tutto ciò che è stato e che sarà, in una sola, semplicemente incredibile, immagine.
L’intero universo come un ologramma.
Ogni speculazione filosofica, ogni rigida indagine logica, ogni raziocinante calcolo matematico, confluirebbero in una quanto mai inverosimile figura.
Tentenna l’intelletto dinanzi tali affermazioni, ed irrevocabilmente crolla di fronte alla possibilità che proprio tale carattere olografico della realtà possa permettere all’individuo di superare le barriere spazio-temporali.
In questo totale sradicamento di ogni punto fermo, in questo tumulto di domande impossibili ed inesaurienti risposte, dove ricollocare il “ricordo”, quando ciò che si definiva “non essere più” risulta invece eternamente presente, anche in mutata forma, nella totalità del tutto e simultaneamente in ogni sua microscopica suddivisione?
Nel tempo cronologico il ricordo è struggente lacrima del singolo, che tenta di riappropriarsi del passato, è frustrazione che nasce dall’errato tentativo di cercare nell’accaduto qualcosa che in realtà fa tuttora parte di sé; esso irrompe nella mente dell’individuo come il brivido di un ritrovamento che smaschera l’azione distruttrice di una mente che tende inarrestabilmente a seppellire gli innumerevoli frammenti di una vita trascorsa.
Nell’olomovimento di questa nuova realtà totale, il tempo-uno propone invece una visione di presente passato e futuro come di temporalità sospese, indissolubili proprio perché parti di un unico grande “tutto”: agglomerati in ogni singolo istante tutto ciò che è stato e ciò che sarà, tutte le infinite possibilità. In questo sistema di pensiero il ricordo nel senso comune del termine ossia del ri-vivere, dello sperimentare una seconda volta una determinata situazione, non può esistere se non come forma di un eterno presente che proprio per la sua unicità ed indissolubilità risulta essere sempre e soltanto “uno”.
Cosa ricordare, cosa far riaffiorare, cosa riportare nuovamente alla mente se il passato è infinitamente perpetuato nel presente? E che posto dare alla speranza, nel senso di attesa verso il futuro? Come scrisse M. Proust, “Situato fuori dal tempo, cosa mai dovrebbe l’uomo temere nell’avvenire?”.
E’ nel sogno che l’essenza delle cose riesce a liberarsi, sfuggendo alla contingenza del tempo lineare. Sonno come vero e proprio stato di coscienza quindi, e non più solo fase onirica della psiche e letargica della mente: il momento in cui ogni percezione si dilata, prendendo coscienza della propria deriva nell’oceano cosmico, in un fluttuante scorrere a-temporale di tumultuose visioni. Nel sogno il tempo-uno si esplica in tutta la sua pienezza: nella visione onirica non si rievoca un evento passato ma lo si vive al presente, non esiste il ricordo di una persona ma la persona, non esistono il ricordo di un suono, di un profumo, di una sensazione ma il suono, il profumo, l’intensa sensazione.
Nella narcolettica veglia diurna, viceversa, sensi apparentemente vigili e attenti vanno inevitabilmente ad assopirsi nell’oblio del senza senno: l’universo della visione onirica è contenuto nella nostra mente, manifestazione di noi stessi, mentre nella veglia il pensiero non riesce a svincolarsi da quella fangosa poltiglia di massa e sostanza, nella quale continuamente rischia di affogare. Quando ci si trova sperduti in dimensioni molto più vaste della limitata realtà circostante, incombente e solenne appare la rottura dei pilastri della materia, che incardina e assopisce l’uomo. Così, pressoché intangibile appare il confine tra i due mondi, fino a poco prima lontanissimi, del sonno e della veglia, il primo più ampio ed autentico, il secondo non privo di limiti e facili illusioni, che se superate potrebbero portare ad una migliore investigazione del mondo secondo nuovi criteri privi delle ferree catene spazio-temporali.
Il “ricordo”, nella nuova acquisita accezione, appare come un lampo di verità che permetterebbe di superare consapevolmente l’illusione di un tempo da sempre pensato come rigidamente regolare e lineare, secondo la “diffusa mania di ricondurre l’ignoto a tutto ciò che è noto, calcolabile e classificabile”, portando ad una visione dell’esistenza che “culla i cervelli nel vuoto di un’illusione …” (Andrè Breton, Manifesto del Surrealismo).
Citando nuovamente M.Proust, :“ noi giudichiamo il passato mediocre e non più di nostra appartenenza, perché lo pensiamo …”, ma il passato non è questo, non è pensiero, ricordo, ma un eternamente presente ‘qui ed ora’.
La palese impotenza dell’essere umano dinanzi all’inarrestabile corsa del tempo, svanisce a contatto col tempo-uno, che proprio per l’assenza di una linearità propria permette al singolo di superare l’inettitudine verso il passato e l’ignoranza verso il futuro, alimentando la sacralità dell’istante presente.
Suadente melodia risulterebbe così essere il vagito dell’uomo nuovo, che riappropriatosi della propria volontà tornerebbe a mutare con il proprio semplice intento il mondo onirico e soprattutto la realtà materiale: un uomo consapevole, artefice di se stesso e della propria esistenza, capace di plasmare e determinare la realtà circostante, trascendente o immanente che sia.
Un uomo che non si lascia condizionare, ma condiziona.
Il miracolo tuttavia non è ancora avvenuto.
Risucchiato nel vortice del tempo cronologico, imbrattato di emotività e stimoli, estasiato da futili voluttà e pulsioni, l’intelletto innalza il bianco vessillo.
Come può l’infinitesimale granello di sabbia resistere alla bufera, nel bel mezzo del deserto?
Come possono calcoli attenti e minuziosi grafici individuare traiettorie e punti di fuga, quando il sibilo del vento è così forte da coprire ogni suono, quando accecanti bagliori invadono l‘iride, quando il turbine del divenire sfalda e scioglie ogni verità nelle viscosità dell’errato e del fasullo?
Nelle pause del movimento si avvia timorosa la ricostruzione di immagini e visioni, lento lavorio di memoria e ricordo, perni del passato e chiavi del futuro.
Come nella fase onirica, rimbalzano ovunque riflessi di una coscienza di sé che pretende di essere rinsaldata, riedificata, con meticolosa acribia, prima di ripiombare rovinosamente nel vorticoso tumulto del quotidiano incedere.
Finchè, nell’attimo estremo in cui il ricordo si dissolverà nell’oblio, con la madre, sospirata, sulle labbra, verso l’ultima alba ed il primo tramonto, accecante sarà il raggio di luce che paleserà l’inganno di questa eterna, inarrestabile stasi.
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