Valentina  





Rette parallele


Esigenze, aspirazioni, sogni.
Parole forti.
Parole così forti e così troppo impropriamente usate.
Parole grandi, sulle quali si potrebbero scrivere centinaia, forse migliaia di libri ma sulle quali, riflettendoci appena un poco, non si riuscirebbe a scrivere nulla …
Parole sottili, come impronte di gabbiani sulla sabbia.
Parole bianche, come carta, sulle quali ognuno di noi potrebbe tratteggiare la propria vita.
Mettiamo, pura e semplice utopia, che ognuno di noi sia intimamente consapevole del significato di tali semplici complicate parole ed abbia individuato non dico il fine ultimo ma almeno tappe, della propria esistenza, e stia tentando di raggiungerle percorrendo il parallelo binario del quotidiano.
Strade parallele, non si incontreranno mai.
Sogni e vita.
Vita reale, vera. Non si incontreranno mai.
Non è una cosa di cui stupirsi, in un mondo in cui lo sguardo della madre non incontra quello del figlio.
Un mondo in cui la libertà di una donna sembra circoscritta all’orlo di una minigonna. Un mondo in cui eserciti di ‘alternativi’ invadono le strade, esili soldatini di piombo inconsapevoli di essere solo pedine cui è stata cambiata l’uniforme.
Un mondo in cui la violenza ha il volto sincero della maestra d’asilo e l’abito scuro del frate francescano. Un mondo in cui l’amico, il fidanzato, la cugina o la madre sono i tuoi assassini e col tuo sangue guadagnano pagine di gossip.
Un mondo in cui gli unici sogni permessi sono quelli che si possono comprare, e la felicità è divenuta un semplice attributo del possesso.
Un modo in cui la pelle si fa corteccia sulla quale magia, stupore e meraviglia, tentando di sfiorarci, finiscono per lacerarsi e sanguinare.
E la speranza, sconfitta, versa lacrime di pietra.
Il posto in cui viviamo è ormai divenuto una pattumiera a cielo aperto ed anche per noi insetti è divenuto difficile sopravvivere in questo universo maleodorante.
Un mondo ormai marcio che tentiamo invano di mascherare con sfavillanti etichette ideali, dietro le quali si accumulano sudiciumi troppo amari, che ammorbano l’aria.

Binari paralleli, non si incontreranno mai.
Sogni e vita.
Vita reale, vera. Non si incontreranno mai.
Esseri umani come isole in un oceano di solitudine.
Isole e vuoto. Vuoto. Terrificante vuoto, tutt’intorno, dappertutto.
Il gelido vuoto delle nostre certezze.
E noi a danzare la nostra vita, scivolando lenti sul ciglio di un burrone.
In una realtà così spaventosa, sogni, ideali ed aspirazioni sono l’unico nostro appiglio, radici ferme nell’umida terra, cui disperatamente aggrapparsi quando anche un lieve soffio di vento potrebbe scaraventarci a capofitto nel precipizio.
Il sogno è un’esigenza primaria, ossigeno per i nostri polmoni.
C’è bisogno di un sogno cui aggrapparsi, quando è notte fonda.
Quando la fatica ti schiaccia al punto tale da farti mollare.
Quando capisci che nessuno è capace di condividere la tua vita.
Esigenze, aspirazioni, sogni non pretendono di volare alti, tutt’altro. Essi pretendono di trainare accanto a noi il presente in avanti, arando l’aspro terreno del quotidiano. Sono ancorati al nostro corpo, cuciti su di noi; sono loro che ci raccolgono tra la polvere della caduta, tamponano il nostro sudore e spingendoci da dietro ci danno la forza di proseguire.
È necessaria questa consapevolezza, per non asfissiare nel vuoto dei falsi miti e dei falsi ideali, abilmente proposti per plasmare le menti affinché esse si assopiscano definitivamente, nell’oblio delle coscienze.
Serpeggia l’idea che a qualcuno in fondo faccia comodo privarci di questi ideali, ingabbiandoli in quella logica del profitto che non può e non deve prevedere pause di riflessione.
La storia è una serie di corsi e ricorsi…
E complici di tale triste processo siamo proprio noi stessi.

“… Corriamo sul solito vecchio terreno.
E cosa abbiamo trovato?
le solite vecchie paure ..." (1)

Paura.
La madre di ogni silenzio e di ogni rigida immobilità.
E’ la paura che avvelena anima e corpo, irrigidisce i nostri sensi, pietrifica le nostre lacrime ed estirpa la nostra volontà.
L’arte sussurra importanti quesiti…

“… Non hai forza per tentare di cambiare il tuo avvenire
per paura di scoprire libertà che non vuoi avere.
Ti sei mai chiesto quale funzione hai?…” (2)

Nel silenzio assordante delle nostre stanze echeggia inquietante una macabra risposta.
Una risposta che fa paura. Una paura tremenda. Perché in quella risposta sta il senso stesso della nostra esistenza. Seguire quel responso vorrebbe dire rischiare.
Ma tra il rischio e la noia, alla fine, è sempre più rassicurante la noia.

Linee parallele. Non si incontreranno mai.
Sogni e vita.
Vita reale, vera. Non si incontreranno mai.
Il bambino africano vede la morte accoglierlo già nel ventre della madre.
Lui, ha tutto il diritto di avere paura.
Lui, non ha la possibilità di dare forma alla propria vita, e siamo stati noi a negargliela.
Noi, avari, egoisti, luridi ed obesi cittadini del ‘mondo bene ’, continuiamo a nasconderci dietro il futile baluardo delle ‘scarse capacità individuali ’, anziché lavorare per sfruttare al massimo tali possibilità e quindi far sì che tutti possano in futuro averne.
Non esiste mediocrità, grigiore. Esiste solo la nostra paura.
Paura di scoprire che non c’è nessuna gabbia intorno, ma solo libertà.

Hai mai osservato i binari di un treno?
Alza lo sguardo verso l’infinito, oltre il limite della tua siepe.
Vedrai che quelle due linee parallele che tutti dicono, tutti esclamano, tutti gridano…
“Beh, non si incontreranno mai!”…
Vedrai che quelle due linee in un preciso punto del piano, magicamente, si fondono.
Illusione ottica, diranno.
Certamente, illusione.
In una vita che tuttavia, cos’è, se non essa stessa pura e semplice illusione?

Note:
1. Pink Floyd, Wish you were here, nell’omonimo album, 1975;
2. Franco Battiato, Ill silenzio del rumore, in “Pollution”,1972.

 

    Vuoti di silenzio
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  . Il ricordo è l'oblio
  . La propria identità
  . I pericoli dell'anima
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Il ricordo è l'oblio

Capita a tutti, prima o poi, nella vita, di trovarsi di fronte a qualcosa di spiacevole. Essere costretti a viverlo e, per continuare a sopravvivere, essere irrimediabilmente costretti a rimuoverlo, gettarlo via, offuscarlo in un turbine di ricordi.
Costringersi a dimenticare.
Chiudere ogni filtro, spegnere ogni organo di senso affinché quelle immagini non vengano fissate, assorbite, con l’anima che si avvolge su sé stessa come un serpente torturato.
Capita a tutti, prima o poi nella vita, di vedersi apparire dinanzi qualcosa di così incredibilmente bello da far spalancare i sensi, raggiungendo la loro massima apertura nell’audace tentativo di abbracciare, catturare, imprigionare per sempre nella memoria quella magnifica esperienza.
Capita infine moltissime altre volte di passeggiare in maniera distratta, inconsapevoli di ciò che in realtà sta accadendo …
In ognuno di questi casi, al di là del volere della nostra lucida ragione, le immagini del vissuto, le emozioni, i ricordi, si fissano sulla retina del nostro occhio come fotogrammi della nostra esistenza. Il dolore di una ferita, il colore vibrante di una lacrima che scivola sulle gote, l’odore intenso del suo profumo, il suono lieve di una ninna nanna, il sapore aspro della sconfitta, scalfiscono la nostra memoria come raggi di luce che filtrando da un obiettivo vanno a imprimersi su una pellicola fotografica.
Queste tessere di ricordi vanno a depositarsi tra la polvere in luoghi remoti del nostro io, sconosciuti perfino a noi stessi, finché qualcosa o qualcuno, un giorno, non decidono di andare a frugare in quelle desolate soffitte, ricomponendo l’enorme puzzle del nostro vissuto. In quegli istanti in cui il passato bussa alla porta attraverso il riemergere di un suono, di un profumo, di un brivido, i ricordi irrompono sotto forma di immagini, le emozioni trovano finalmente forma e colore. Il dolore, ridestato, si unisce al torrente di memorie snidate travolgendo ogni fragile baluardo delle nostre certezze, sradicando ogni solido punto fermo, conquistato a fatica negli anni.
Di questo rogo infernale, poco o nulla è visibile dall’esterno; i passanti non vedono che uscire un po’ di fumo dall’alto del camino, poi se ne vanno per la loro strada.
Ciò che ognuno dovrebbe tentare di capire è che la realtà dell’altro non è in ciò che ti rivela, ma in quel che non può rivelarti. Perciò, per capirlo realmente, nel profondo, non bisogna ascoltare le parole che dice ma quelle che non dice. Per comprendere chi ci sta dinanzi, e quindi di conseguenza anche noi stessi, è necessario pescare in quel mare di immagini fluttuanti sulla superficie del corpo, tra le increspature della pelle, ed indagare quei moti interiori (quei moti dell’anima tanto cari a Leonardo da Vinci) che nemmeno la più ruvida corteccia riuscirebbe a reprimere e che riemergono dalle profondità dell’io con la forza dirompente di ciò che è stato a lungo domato, nascosto, represso. Un magma incandescente misto a clasti di emozioni e ricordi “emergono in superficie, sulla pelle, con la forza di sempre”; un fiume rovente di segni, di gesti, di impercettibili tensioni nervose narrano in ogni istante ogni movimento del nostro pensiero, ogni balzo delle nostre pulsioni. E’ nell’occhio, in particolare, che questo turbine di esperienze converge ed è attraverso esso che l’anima traspare, limpida, e chiede disperatamente aiuto.
L’occhio è lo specchio dell’anima ed ogni lacrima non è altro che sangue che scorre da una sua ferita sanguinante.
Vano è il tentativo che ognuno di noi attua per celare tale sommossa.
Strati e strati di cera vengono calati sui volti, e l’intera nostra esistenza potrebbe apparire come un lento lavorio di stilizzazione di una maschera, di un profilo, che dovrebbe e vorrebbe diventare il sepolcro di noi stessi. Ogni lacrima così come ogni sorriso vengono nascosti al grande pubblico dietro questa leggerà crosta d’impassibilità, così “le labbra rifiutano il movimento e non armonizzano i suoni”, “il viso ammorbidisce il tono”.
Ma ciò che pulsa in noi preme alle pareti delle nostre membra come un fiume in piena contro i suoi argini.
Tali impulsi non possono essere violati, imbavagliati.
Ne “La montagna incantata” di Thomas Mann il dottor Krokowski spiegava ad un suo paziente come ciò che viene represso non è morto e ricompare, sia pur sotto forma mutata, e come quindi il sintomo morboso non fosse altro che attività amorosa camuffata ed ogni malattia amore trasmutato.
Ma non solo.
Io aggiungerei che l’astratto, l’irrazionale, la profonda interiorità vengono tradotte dal singolo in immagini, lettere, suoni.
Risalendo un chilometrico filo d’inchiostro blu si potrebbe vivere a ritroso l’intera esistenza di chi scrive, riesumando gli istanti cruciali, gli attimi di gioia, le emozioni perdute sotto quelle macerie di carta e segni. Ogni carattere inciso sulla pagina, ogni vibrante nota musicale, ogni tiepida pennellata conservano in se tutta la carica passionale dell’anima che li ha prodotti nello stesso modo in cui ogni corpo porta con se le tracce, le ferite, i solchi dei moti che l’hanno attraversato e che tuttora lo turbano. E’ da qui che nasce ogni opera d’arte, da un rigurgito di immagini, di pulsioni, di ricordi.
L’arte rende esplicito il tumulto interiore dell’uomo.
Il nostro corpo, la nostra carne, non possono nascondere, ma solo celare.
La pelle trasuda emozioni da ogni singolo poro.

   
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La propria identità

Mi chiedo di essere esplicita, di non aggrovigliare chilometri d’inchiostro in giri e giri di parole.
E così sia.
Premesso che non è solito per me vivere la vita attraverso fredde regole comportamentali, e partendo quindi dal presupposto che nessuno ha la presunzione di possedere tra le mani Verità assolute ed inconfutabili, ecco un decalogo di riflessioni e di annotazioni nate dal tentativo di razionalizzare la terribile sensazione che si prova, quando si sente di essersi persi, di essere lontani da ciò che si sente o si sa di essere.
1_ Prima di tutto, rendersi consapevoli della propria identità; non si può perdere ciò che in realtà non si possiede.
2_ Nella ricerca della propria identità, non perdersi in un altrove lontano e fantastico, irraggiungibile. Il primo passo da fare, per divenire ciò che si sente di essere, è iniziare ad adeguarsi a se stessi. Prendere consapevolezza delle proprie capacità individuali ma anche dei propri limiti e ricercare proprio nelle qualità migliori la chiave del nostro destino.
3_ Non cercare la propria identità al di fuori di se stessi, negli amici o nella propria dolce metà, perché non è lì che si trova. Amore ed amicizia non possono essere egoisticamente strumentalizzati per raggiungere una più che mai illusoria ed apparente calma e fermezza interiore.
E’ troppo facile vivere attraverso qualcun altro, piuttosto che diventare se stessi, in prima persona, un individuo completo.
4_ Non far coincidere la propria identità con quella che è la propria funzione sociale. L’uomo non deve necessariamente essere ciò che fa, quando questo non è liberamente scelto ma imposto dalle circostanze. Solo quando si segue ciò che si ama si sente di essere ciò che si fa e si sente di fare ciò che si è.
Una linea sottilissima divide ciò che è doveroso fare per raggiungere un bene maggiore da ciò che non può essere fatto per non compromettere definitivamente la propria dignità. Finchè non si oltrepassa tale ultimo confine, penso sia bene proseguire.
5_ Non misurare il valore della propria identità sulla base dei fini raggiunti o meno, dei traguardi tagliati o di quelli mai raggiunti. Ribellarsi alle logiche del profitto, della sporca competizione e dell’arrivismo, che vorrebbero far coincidere il nostro essere ad uno sterile curriculum di lodi, pagelle d’oro e baci accademici. Sappiamo tutti che un trenta ad un esame non si nega neanche al peggiore degli imbecilli e che essere colti non vuol necessariamente dire essere intelligenti o umanamente migliori, anzi.
6_ Non cedere al superomismo imperante nella triste società. Dubitare di se stessi è il primo segno di crescita; la coscienza di sé non è un’ acquisizione totale e completa, ma una sperimentazione continua, incessante.
7_ Non compromettere il nostro amor proprio con il disprezzo verso qualsivoglia fattore esterno. L’odio di sé è identico al gretto egoismo e produce infine il medesimo orribile isolamento, la medesima disperazione.
8_ Non affliggersi se ciò che si è non coincide esattamente con ciò che si vorrebbe essere. Se può consolare, accade così al 90% delle persone, anche se pochi hanno il coraggio di ammetterlo. Forse occorrerebbe riflettere sul fatto che magari “ ciò che si vorrebbe essere” non si realizza appunto perché è cosa che non ci appartiene, che non è nostra.
9_ Non abbandonarsi mai a rituali e costumi collettivi contro la propria volontà solo e soltanto per timore della solitudine. Se resti ciò che sei, senza scendere a compromessi, non sarai mai solo perché non perderai mai di vista la tua identità e resterai sempre nell’immacolata compagnia di te stesso.
10_ Esprimi te stesso solo e soltanto con i tuoi mezzi. Se hai un’identità e vuoi darle voce, non parlare a nome di terzi ( filosofi, letterati, artisti, politici o comici che siano). Altissimo è il rischio nell’allineare totalmente il proprio pensiero a morali precostituite. Non parafrasare testi eruditi solo per gusto di sventagliare la tua variopinta coda di pavone, la tua misera cultura. Se realmente possiedi un grande intelletto, usalo per imporre il TUO proprio pensiero. Il vero coraggio e la vera forza stanno nell’essere, vivendo, semplicemente se stessi.

Seguendo queste semplici piccole “regole”, che potrei anche chiamare “valori” se questo termine non fosse stato troppo spesso politicamente strumentalizzato e derubato del suo reale significato, sono riuscita finora e devo dire non senza fatica, a non perdere di vista ciò che penso ed in fondo so di essere.
La domanda era: esiste uno stile di vita in grado di non far perdere di vista la propria identità?
Qualche mente illustre in passato affermò che non esiste vento favorevole, per il marinaio che non sa dove andare.
Io propongo un’altra domanda: Esiste realmente in noi questa forte e convinta identità personale, o investiamo il mondo, la vita, di colpe che invece derivano solo e soltanto da una nostra mancanza?
A ciascuno, il proprio esame di coscienza.
Ad ognuno, la propria ardua sentenza.

   
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I pericoli dell'anima

Infiniti sono i rischi, i “pericoli dell’anima”, che si corrono andando contro le proprie potenze psichiche vitali, contro quella voce interiore che la coscienza impone al singolo di seguire o per lo meno di ascoltare, di tenere almeno in parte in considerazione, anche a rischio di commettere errori irreparabili.
Si rifiuta obbedienza a questa voce ogniqualvolta lo Spirito, inteso come esigenza vitale di liberazione degli istinti, delle pulsioni e degli impeti, viene imbavagliato con gli ormai logori stracci del perbenismo, del codice morale e delle sterili concezioni religiose su cui esso poggia, ogniqualvolta ad un bivio si preferisce la strada già battuta al ripido ed aspro sentiero, solo e soltanto per paura di sprecare quella che abilmente ci viene proposta come l’unica vita possibile, l’unica nostra irripetibile occasione di riscatto.
Quando non è l’immagine di un dio dall’indice imperante a ricordarci le terribili conseguenze cui possono portare l’errore ed il peccato, sta al nostro ben più temibile giudizio personale rinviare la nostra mente all’infernale baratro nel quale si rischia di essere risucchiati, al primo minimo lasciarsi andare.
Il nostro sguardo ci fissa serio e pungente dall’alto dello specchio, e nelle vetrose pupille riflettono e si incrociano lucenti come lame le speranze disattese, i limiti imposti, le frustrazioni per obbiettivi mai raggiunti o forse mai nemmeno individuati da chi ora pretenderebbe di vivere attraverso noi.
La voce interiore è troppo spesso soffocata dalle grida disperate della paura, da regole, tabù, pregiudizi, falsi ideali e futili fini di una vita da percorrere a tappe, quasi fosse un gioco da tavola, in cui ad ogni traguardo la pedina si addobba di sfavillanti trofei quali abiti bianchi, fedi, fedine e foglie d’alloro, da esibire al grande pubblico e a chi sta accanto, perché questi è sempre avversario e mai, semplicemente, compagno.
E così il giullare continua la sua mascherata, nonostante il rimorso e la frustrante sensazione di aver tradito perfino se stessi rischino di dilaniare anima e corpo, riemergendo sul volto attraverso inequivocabili tensioni nervose.
Gravi sono le conseguenze psichiche cui si va incontro violando i propri valori interiori. Un colpo improvviso blocca il viandante nel suo fermo incedere e solo allora per la prima volta si viene a conoscenza di quel lungo prolungamento grigiastro che si stira dietro il proprio corpo, al calare lento del sole: la propria Ombra, la parte più oscura della propria personalità, quella mai vista o volutamente ignorata, rimossa, dimenticata.
L’impatto è sconvolgente, anche se a tratti preannunciato.
Lo stesso Jung scrisse che l’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli dell’esistenza, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante.
Il contatto con questa nuova parte di sé è terrificante ed eccitante al tempo stesso, ed il cuore si gonfia di giubilo e di timore al contatto col mistero.
La propria Ombra è una presenza inquietante, ed è divertente osservare come anche l’uomo più maturo a contatto con essa non si comporti molto diversamente dal bambino capriccioso che passata l’euforia della scoperta, inizia a correre disperato per la stanza perseguitato da quella che fino ad un istante prima era stata la sua compagna nel gioco ed ora è il suo tormento, quell’ ombra cattiva che non si stacca dal piccolo piedino neanche rifugiandosi in alto, avvinghiandosi alla sedia.
L’istinto alla sopravvivenza, alla conservazione di Sé e della propria integrità morale è così forte da non lasciare spazio alla riflessione, quando si è sul punto di cadere.
Cicatrizzata che sia la ferita, si ha l’ingannevole sensazione di aver superato la prova, senza sapere che in realtà un grumo di inquietudine e disperazione continua a pulsare in segreto, sotto quella leggera crosta di educazione e umanità, e prima o poi esploderà.
Il rapporto con la propria oscura metà è un passaggio obbligato, che può essere sì rimandato ma mai ignorato, perché solo attraverso il contatto con essa ha termine quel processo di individuazione attraverso il quale il Sé, l’io integrale, arriva ad essere vicino al compimento.
Non è tuttavia possibile descrivere il Sé o ascoltarne l’altrui visione, ma solo viverlo, e l’unico modo per farlo è rivendicare la sovranità indiscussa ed inviolabile della propria anima, affrontare l’inferno delle proprie passioni, che solo così potranno essere superate, senza ricorrere ai discutibili e mai disinteressati consigli di terzi.

   
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L'inarrestabile stasi

Scorre lento, lo sguardo, tra le pagine della nostalgia, accarezzando i fotogrammi di una memoria singhiozzante, tra la polvere dei gesti, nelle lacrime e nei sorrisi fermi nella carta, impressi alle pareti, eternizzati in ogni oggetto.
Avvinghiata alle trame di questa tela di malinconia una domanda, che echeggia nel vuoto del silenzio …
“Nel tempo cronologico, in che modo il ricordo di una persona o di un fatto che ora non è più, può condizionare la vita di un uomo?
E nel tempo-uno?”

Mai come in questi casi la lucida razionalità umana mostra tutte le sue lacune, la sua totale inadeguatezza ed insufficienza.
Mai come di fronte a tali quesiti la mente è così arida di certezze, spoglia di nessi cui disperatamente aggrapparsi, di precedenti cui fare precipitosamente riferimento.
Ogni singola parola ed ogni singolo carattere andrebbero denudati, privati degli strati di incoerenti significati attribuitigli dal senso comune, scardinati dovrebbero essere i vincoli che ancorano ogni vocabolo ad un unilaterale concetto, che presto risulta essere estremamente povero, e sterile.
Smascherare l’insufficienza del linguaggio e l’incanto del suo sortilegio, soffocare ogni accento, snocciolare ogni sillaba, sminuzzarla fino a giungere al cuore della parola stessa e del cosmo che descrive, che sorprendentemente risulta proprio essere un’impressione, un riflesso, un’abbagliante rappresentazione.
La parte ed il tutto, la realtà intera, tutto ciò che è stato e che sarà, in una sola, semplicemente incredibile, immagine.
L’intero universo come un ologramma.
Ogni speculazione filosofica, ogni rigida indagine logica, ogni raziocinante calcolo matematico, confluirebbero in una quanto mai inverosimile figura.
Tentenna l’intelletto dinanzi tali affermazioni, ed irrevocabilmente crolla di fronte alla possibilità che proprio tale carattere olografico della realtà possa permettere all’individuo di superare le barriere spazio-temporali.
In questo totale sradicamento di ogni punto fermo, in questo tumulto di domande impossibili ed inesaurienti risposte, dove ricollocare il “ricordo”, quando ciò che si definiva “non essere più” risulta invece eternamente presente, anche in mutata forma, nella totalità del tutto e simultaneamente in ogni sua microscopica suddivisione?
Nel tempo cronologico il ricordo è struggente lacrima del singolo, che tenta di riappropriarsi del passato, è frustrazione che nasce dall’errato tentativo di cercare nell’accaduto qualcosa che in realtà fa tuttora parte di sé; esso irrompe nella mente dell’individuo come il brivido di un ritrovamento che smaschera l’azione distruttrice di una mente che tende inarrestabilmente a seppellire gli innumerevoli frammenti di una vita trascorsa.
Nell’olomovimento di questa nuova realtà totale, il tempo-uno propone invece una visione di presente passato e futuro come di temporalità sospese, indissolubili proprio perché parti di un unico grande “tutto”: agglomerati in ogni singolo istante tutto ciò che è stato e ciò che sarà, tutte le infinite possibilità. In questo sistema di pensiero il ricordo nel senso comune del termine ossia del ri-vivere, dello sperimentare una seconda volta una determinata situazione, non può esistere se non come forma di un eterno presente che proprio per la sua unicità ed indissolubilità risulta essere sempre e soltanto “uno”.
Cosa ricordare, cosa far riaffiorare, cosa riportare nuovamente alla mente se il passato è infinitamente perpetuato nel presente? E che posto dare alla speranza, nel senso di attesa verso il futuro? Come scrisse M. Proust, “Situato fuori dal tempo, cosa mai dovrebbe l’uomo temere nell’avvenire?”.
E’ nel sogno che l’essenza delle cose riesce a liberarsi, sfuggendo alla contingenza del tempo lineare. Sonno come vero e proprio stato di coscienza quindi, e non più solo fase onirica della psiche e letargica della mente: il momento in cui ogni percezione si dilata, prendendo coscienza della propria deriva nell’oceano cosmico, in un fluttuante scorrere a-temporale di tumultuose visioni. Nel sogno il tempo-uno si esplica in tutta la sua pienezza: nella visione onirica non si rievoca un evento passato ma lo si vive al presente, non esiste il ricordo di una persona ma la persona, non esistono il ricordo di un suono, di un profumo, di una sensazione ma il suono, il profumo, l’intensa sensazione.
Nella narcolettica veglia diurna, viceversa, sensi apparentemente vigili e attenti vanno inevitabilmente ad assopirsi nell’oblio del senza senno: l’universo della visione onirica è contenuto nella nostra mente, manifestazione di noi stessi, mentre nella veglia il pensiero non riesce a svincolarsi da quella fangosa poltiglia di massa e sostanza, nella quale continuamente rischia di affogare. Quando ci si trova sperduti in dimensioni molto più vaste della limitata realtà circostante, incombente e solenne appare la rottura dei pilastri della materia, che incardina e assopisce l’uomo. Così, pressoché intangibile appare il confine tra i due mondi, fino a poco prima lontanissimi, del sonno e della veglia, il primo più ampio ed autentico, il secondo non privo di limiti e facili illusioni, che se superate potrebbero portare ad una migliore investigazione del mondo secondo nuovi criteri privi delle ferree catene spazio-temporali.
Il “ricordo”, nella nuova acquisita accezione, appare come un lampo di verità che permetterebbe di superare consapevolmente l’illusione di un tempo da sempre pensato come rigidamente regolare e lineare, secondo la “diffusa mania di ricondurre l’ignoto a tutto ciò che è noto, calcolabile e classificabile”, portando ad una visione dell’esistenza che “culla i cervelli nel vuoto di un’illusione …” (Andrè Breton, Manifesto del Surrealismo).
Citando nuovamente M.Proust, :“ noi giudichiamo il passato mediocre e non più di nostra appartenenza, perché lo pensiamo …”, ma il passato non è questo, non è pensiero, ricordo, ma un eternamente presente ‘qui ed ora’.
La palese impotenza dell’essere umano dinanzi all’inarrestabile corsa del tempo, svanisce a contatto col tempo-uno, che proprio per l’assenza di una linearità propria permette al singolo di superare l’inettitudine verso il passato e l’ignoranza verso il futuro, alimentando la sacralità dell’istante presente.
Suadente melodia risulterebbe così essere il vagito dell’uomo nuovo, che riappropriatosi della propria volontà tornerebbe a mutare con il proprio semplice intento il mondo onirico e soprattutto la realtà materiale: un uomo consapevole, artefice di se stesso e della propria esistenza, capace di plasmare e determinare la realtà circostante, trascendente o immanente che sia.
Un uomo che non si lascia condizionare, ma condiziona.
Il miracolo tuttavia non è ancora avvenuto.
Risucchiato nel vortice del tempo cronologico, imbrattato di emotività e stimoli, estasiato da futili voluttà e pulsioni, l’intelletto innalza il bianco vessillo.
Come può l’infinitesimale granello di sabbia resistere alla bufera, nel bel mezzo del deserto?
Come possono calcoli attenti e minuziosi grafici individuare traiettorie e punti di fuga, quando il sibilo del vento è così forte da coprire ogni suono, quando accecanti bagliori invadono l‘iride, quando il turbine del divenire sfalda e scioglie ogni verità nelle viscosità dell’errato e del fasullo?
Nelle pause del movimento si avvia timorosa la ricostruzione di immagini e visioni, lento lavorio di memoria e ricordo, perni del passato e chiavi del futuro.
Come nella fase onirica, rimbalzano ovunque riflessi di una coscienza di sé che pretende di essere rinsaldata, riedificata, con meticolosa acribia, prima di ripiombare rovinosamente nel vorticoso tumulto del quotidiano incedere.
Finchè, nell’attimo estremo in cui il ricordo si dissolverà nell’oblio, con la madre, sospirata, sulle labbra, verso l’ultima alba ed il primo tramonto, accecante sarà il raggio di luce che paleserà l’inganno di questa eterna, inarrestabile stasi.

   
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