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La scoperta della
memoria, e cioè di un vissuto che, ereditato o percorso, comunque gli
appartiene, fa dire all’uomo: io sono. La memoria è un sentiero nel
quale l’individuo si addentra alla ricerca di sé e del significato della
propria esistenza; una quantità smisurata di esperienze, consce ed inconsce,
di verità più o meno contraddette e di silenzi da esplorare. L’uomo costruisce
quotidianamente il suo passato e quotidianamente proietta se stesso in
un futuro in cui spera e vuole vedersi essere: è infatti in una esistenza
imperitura che ravvisa la prima e più importante condizione della sua
felicità. Il dubbio, l’incertezza di essere domani è invece la sua più
grande paura. L’uomo è allora al bivio: o trovare una soluzione per essere
felice nel finito, o subire l’intera esistenza come condanna.
L’ essere umano è la proiezione, nel tempo presente, di un passato e di
un futuro, di una realtà già vissuta e di un’altra ancora da vivere; è
la manifestazione dinamica di una fissità perenne. I giorni si susseguono,
le sere, gli attimi, i pensieri, le azioni. Tutto è raccolto nel grande
involucro della vita. Ciò che vediamo ci fa sentire vivi, ed anche ciò
che proviamo e pensiamo; vivere ci piace, anche perché non riusciremmo
mai ad immaginare una condizione diversa dall’essere. La paura del vuoto
assoluto ci spaventa, la morte ci angoscia, il grido che l’essere vivente
scaglia contro il suo destino è bisogno di sopravvivenza. Sopravvivere
è lottare, è vincere, è uccidere per non essere uccisi, è brama di vita;
sopravvivere è autoaffermarsi.
Essere è, innanzi tutto, solitudine. Si nasce soli e soli si prendono
le più importanti decisioni, e ciò nonostante l’appartenenza ad un gruppo
sociale. L’appartenenza al gruppo può servire a meglio superare le difficoltà
del viaggio, ma si è e si resta inevitabilmente soli.
Siamo noi
a volerlo: è la nostra natura che ci impedisce di aprirci completamente,
di abbattere tutte le barriere per non restare mai completamente indifesi,
per risparmiarci ed essere pronti a non cadere in agguati; è l’istinto
di sopravvivenza che ci impedisce il disarmo totale; è la necessità di
autoaffermazione che ci impone di restare individui malgrado il nostro
coinvolgimento sociale, del quale diventiamo fautori e vittime insieme.
Io mi rivolgo al singolo: per capire occorre staccarsi dalla massa, dal
rumore della strada, e desiderare di precipitare nel vuoto che è rimasto
in noi. Quanto dico è già in ognuno di noi, perché ognuno di noi è contenuto
e contenitore dell’infinito.
Scegliamo di
vivere in gruppo e dunque di appartenere ad una società: vivere insieme
offre indubbiamente vantaggi oggettivi. L’abitudine ai vantaggi impigrisce
la mente, riduce la volontà, sì da non consentirle di isolarsi per calcolare
il costo di quei vantaggi.Dobbiamo assolutamente tenere il passo se non
vogliamo essere tagliati fuori dal gruppo. Occorre far sapere che ci siamo,
convincere e convincerci di essere indispensabili. L’energia che ci muove
l’abbiamo dentro, è un istinto, una ancestrale vocazione che ci spinge
a contrastare il rischio della mediocrità, il non essere, la morte. Essere
il primo, il capobranco, è una grande ambizione. Lui è il leader che decide
la rotta. Le sorti della mandria dipendono da lui. Tutti sanno che è là
e temono per la sua incolumità, dato che alla sua vita è legata la vita
di tutti. L’ammirano, hanno fiducia in lui, lo temono e lo invidiano,
spesso a morte. Qualcuno lo sfida: può essere sconfitto e allontanato
dal branco, oppure può vincere e conservare il trono. In ogni caso tutto
torna come prima e lo stormo riprende a volare.
Si può anche scegliere di stare all’ultimo posto, tranquilli, senza responsabilità
di sorta. Che bello abbandonarti al flusso che ti porta leggero, lontano
dalla brama di potere e dalle liti pericolose che ti consumano inutilmente!
Ma pensa al rischio che corri se un predatore affamato decide di inseguire
lo stormo, o se ti mancano improvvisamente le forze e non riesci a continuare
il viaggio: sei il primo ad essere eliminato.
Vivere in una società è diventare ruolo. Mi turba essere uguale agli altri.
Da lontano, intendo, dall’ottica di chi guarda statisticamente, di chi
mi analizza come uno dei suoi numeri, di chi mi dispone in fila dietro
altre pratiche. Mi turba poter essere sostituito senza che altri s’accorgano.
La mia mente si oppone. Ciononostante la sostituibilità, l’intercambiabilità
è nei ruoli; persino il capobranco di qualche riga fa, può essere rimpiazzato
in qualsiasi momento. Ti illudevi di essere unico, indispensabile, e d’un
tratto . . . tutto finito: t’accorgi che tutto era illusione. La tua unicità,
la tua indispensabilità erano solo nel ruolo. Credevi d’essere, ed eri
solo ruolo. E’ difficile guardare all’uomo scisso dal suo ruolo; siamo
ormai identificati e fusi con ciò che facciamo, che produciamo, che possediamo,
che amiamo, al punto che è diventato arduo travalicare la funzione per
riconquistare l’uomo; riconquista peraltro non importante perché totalmente
insignificante e inavvertibile davanti all’immobilismo del tutto. Ogni
dinamicità del singolo, ogni coinvolgimento personale in eventi apparentemente
anche macroscopici, ogni realtà che in qualche modo venga a modificare
rapporti interpersonali, sono eventi di portata tanto infinitesimale e
trascurabile nel gran fiume dell’essere che è sufficiente all’uomo allontanarsi
di una spanna da essi per non sentirne più i legami del coinvolgimento,
della complicità, della corresponsabilità.Tutto è nell’immobilità: tempo,
spazio, emozioni, mutamenti, crescita, morte. L’uomo, elevandosi di quella
spanna, coglie tutto questo. Nella grandezza del tutto immobile annega
l’individualità.
Davanti all’assurdità del ruolo si aprono due strade per l’uomo: non accettare,
cedere all’ansia, allo stress, impazzire, oppure riconocersi nel gioco
di una immobilità per la quale la necessità del suo divenire quotidiano
è qualcosa di scontato e ininfluente. Una preoccupazione, per quanto forte,
cessa di procurare affanno se sovrastata da una preoccupazione più forte.
Se mi proietto nella morte tutto diventa privo di importanza, immobile.
L’uomo cancella la
sofferenza nell’annullamento del moto, nella consapevolezza dell’immobilità.
Nel moto la pretestuosità del vivere. L’uomo, animale sociale, realizza
nel gruppo i cicli della sua esistenza; il gruppo si realizza anch’esso
in percorsi ricorrenti. Di qui l’immobilismo di una dinamicità ciclica:
io amo, nessuno prova quel che io sto provando, finché non mi accorgo
che sto provando quel che lui aveva già provato. Non solo intercambiabilità
dunque, ma anche ciclicità, ricorso storico: un continuo, identico riproporsi
all’individuo di ogni stagione dello stesso menù emotivo. Qui è l’irrequieto
tendere dell’uomo all’infinito, che è sapienza, immobilità totale, infinito
che avverte dentro senza poter possedere, ma dal quale è compreso. L’autoaffermazione,
e cioè il moto, la conoscenza, è l’altra faccia della stessa medaglia:
quello che siamo nel contingente, nella storia.Scienza e conoscenza, portano
progresso, benessere, comodità; la sapienza, figlia del sacrificio, porta
la felicità. La necessità di autoaffermazione muove il mondo ed è
bene prendere coscienza di questo moto, affinché non cerchiamo risposte
là dove non possono essere trovate.
Avverto lo scorrere del tempo: è un istinto irrefrenabile quello che mi
porta ad affondare le unghie nella brama di possesso, convinto che dal
possedere venga la felicità. Il benessere mi fa dimenticare la limitatezza
dell’esistere, inebriandomi di un piacere che modifica, restringe, dilata,
obnubila, in me la dimensione tempo e mi illude di esserne, in qualche
modo, l’artefice. Ogni operazione compiuta dall’uomo per la soddisfazione
di un bisogno consta di tre stadi fondamentali: l’ identificazione dell’oggetto
e il desiderio di possederlo, il raggiungimento dello scopo, ossia il
possesso effettivo del bene e l’abitudine al bene posseduto che si traduce
in dipendenza dal bene stesso o in delusione per la sua accertata inutilità.
Di questi tre momenti il primo genera ansia, preoccupazione per il raggiungimento
dello scopo; il secondo, il momento più breve dei tre, produce l’appagamento
sperato; il terzo infine provoca scontento, noia e consapevolezza di effimero.
E questo nel caso in cui il bisogno sia soddisfatto. Come si vede il tempo
dello scontento sopravanza di gran lunga quello della gratificazione.
Ne deriva che per raggiungere una condizione di piacere è necessario pagare,
sempre; e che spesso il controvalore per un bisogno soddisfatto è ben
più oneroso del piacere provato.
Sapienza e conoscenza hanno direzioni opposte.
La conoscenza è del particolare e dà importanza all’imperfetto; la sapienza
è del tutto. Ripercorrendo noi stessi conquistiamo la sapienza; guardando
fuori di noi seguiamo l’istinto che, volto a soddisfare autoaffermazione,
possesso, benessere, ci allontana dalla sapienza. Sempre
uguali sono storia e futuro di ognuno. Saper vedere in noi stessi è capacità
di vedere negli altri. Anche se non conosco la storia del mio simile,
anche se non so immaginarne il futuro, le sue profondità mi sono manifeste.
Ogni essere umano sa chi è il suo simile. Un uomo e una donna si incontrano:
un bacio, e sanno già tutto ciò che basta alla loro felicità. Ma si scambiano
indirizzi, numeri di telefono, confidenze, ed è così che iniziano a conoscersi
e a distaccarsi sempre più l’uno dall’altra. L’osmosi delle storie, delle
memorie, dei progetti, è sgretolamento dell’eden e la conoscenza sarà
presto noia, stanchezza e insofferenza reciproca. Fu la smania di conoscenza
ad allontanare Adamo dal giardino della sapienza. La naturale attitudine
al possesso spinge l’uomo a comportarsi, nei rapporti affettivi, come
se si trovasse davanti ad un oggetto. Ti amo per soddisfare il mio bisogno
di amare e di essere amato. Egoismo e autoaffermazione sono, al fondo,
le molle che spingono ancora l’agire dell’uomo. Così amare sarà sempre
una manifestazione egoistica, che non potrà mai avere nel tempo esiti
piacevoli. Pagheremo con momenti di grande sofferenza le esuberanti emozioni
della passione.
Vedo già lo sdegno dei paladini del sentimento, dei sostenitori dell’identità
vita-passione. Costoro si alzeranno, e il loro sarà un coro di indignazione,
una crociata contro chi vuole spegnere il sentimento e con esso la stessa
vita. Il sentimento muove il pianto, e dopo le lacrime prorompe il
riso, e l’immobilità è nel ciclo. Le manifestazioni emotive sono talmente
utili all’autoaffermazione che rinunciarvi sarebbe impossibile. E’ necessario
riordinare i sentimenti per gustare pienamente l’esistenza, per non subirla.
Tentare di eliminarli sarebbe rinunciare a partecipare al gioco della
vita; abbandonarsi al loro predominio sarebbe accettare un ruolo di naufraghi
alla deriva.
La
consapevolezza, concetto che sarà definito poi, avvita la ragione al sentimento
e viceversa. Bontà e malvagità, perfezione e imperfezione, mente e cuore,
amore ed egoismo, sono posti sulla medesima retta, e solo la consapevolezza
potrà permettermi di prendere coscienza della mia reale posizione. L’uomo
soffre perché crede di trovarsi dove in realtà non è. Il male è sofferenza.
Sofferenza è inconsapevolezza. Sono, voglio esserlo e non posso fare a
meno di esserlo, un individuo diverso dagli altri. La mia diversità, al
di là di ogni fisiognomicità, è nel pensiero. In questa diversità è contenuto
il germe della mia necessità di autoaffermazione. Sono, voglio esserlo
e non posso fare a meno di esserlo, un’entità uguale agli altri. La mia
uguaglianza al di là di ogni dignità dovuta, è nella tensione e nel bisogno
di partecipazione all’assoluto. In questo è l’anelito ad una verità ora
impossibile da definire e contenere.Io sono il contenitore di un mistero.
Nel mio essere involucro, contenitore, sta la mia individualità, il mio
diversificarmi da tutti, la mia unicità, il mio essere nel tempo. Al mio
essere nel tempo appartiene la mia consapevolezza, che è soprattutto consapevolezza
del mio limite, e il mio limite segna il confine del mistero. Diversità
e uguaglianza: nel mio essere di ogni giorno, nel ruolo occupato, negli
obiettivi raggiunti e mancati, nell’orgoglio dei talenti ricevuti, sento
la mia unicità, il mio essere diverso dall’altro. Uguaglianza e diversità:
nel rapporto con l’infinito, quando conto i talenti non ricevuti, scopro
la distanza che da questo mi separa. La sottrazione di un segmento piccolo
o grande non intacca l’infinito della retta, lo scarto dovuto alla diversità
è nulla. Sono diventato uguale all’altro.
Ciò che ho mi fa diverso, ciò che mi manca mi fa uguale. Il mistero non
mi appartiene, mi sovrasta. Il mistero è di ognuno, sicché ognuno sente
se stesso uguale all’altro di fronte al mistero.
L’uomo è conflitto temporale.  |