Immobilità e autoaffermazione

  Ogni uomo è costretto a un viaggio,
a un lungo viaggio, immobile, che dura tutta la vita.

         

La scoperta della memoria, e cioè di un vissuto che, ereditato o percorso, comunque gli appartiene, fa dire all’uomo: io sono. La memoria è un sentiero nel quale l’individuo si addentra alla ricerca di sé e del significato della propria esistenza; una quantità smisurata di esperienze, consce ed inconsce, di verità più o meno contraddette e di silenzi da esplorare. L’uomo costruisce quotidianamente il suo passato e quotidianamente proietta se stesso in un futuro in cui spera e vuole vedersi essere: è infatti in una esistenza imperitura che ravvisa la prima e più importante condizione della sua felicità. Il dubbio, l’incertezza di essere domani è invece la sua più grande paura. L’uomo è allora al bivio: o trovare una soluzione per essere felice nel finito, o subire l’intera esistenza come condanna.
L’ essere umano è la proiezione, nel tempo presente, di un passato e di un futuro, di una realtà già vissuta e di un’altra ancora da vivere; è la manifestazione dinamica di una fissità perenne. I giorni si susseguono, le sere, gli attimi, i pensieri, le azioni. Tutto è raccolto nel grande involucro della vita. Ciò che vediamo ci fa sentire vivi, ed anche ciò che proviamo e pensiamo; vivere ci piace, anche perché non riusciremmo mai ad immaginare una condizione diversa dall’essere. La paura del vuoto assoluto ci spaventa, la morte ci angoscia, il grido che l’essere vivente scaglia contro il suo destino è bisogno di sopravvivenza. Sopravvivere è lottare, è vincere, è uccidere per non essere uccisi, è brama di vita; sopravvivere è autoaffermarsi.
Essere è, innanzi tutto, solitudine. Si nasce soli e soli si prendono le più importanti decisioni, e ciò nonostante l’appartenenza ad un gruppo sociale. L’appartenenza al gruppo può servire a meglio superare le difficoltà del viaggio, ma si è e si resta inevitabilmente soli.
Siamo noi a volerlo: è la nostra natura che ci impedisce di aprirci completamente, di abbattere tutte le barriere per non restare mai completamente indifesi, per risparmiarci ed essere pronti a non cadere in agguati; è l’istinto di sopravvivenza che ci impedisce il disarmo totale; è la necessità di autoaffermazione che ci impone di restare individui malgrado il nostro coinvolgimento sociale, del quale diventiamo fautori e vittime insieme. Io mi rivolgo al singolo: per capire occorre staccarsi dalla massa, dal rumore della strada, e desiderare di precipitare nel vuoto che è rimasto in noi. Quanto dico è già in ognuno di noi, perché ognuno di noi è contenuto e contenitore dell’infinito.
Scegliamo di vivere in gruppo e dunque di appartenere ad una società: vivere insieme offre indubbiamente vantaggi oggettivi. L’abitudine ai vantaggi impigrisce la mente, riduce la volontà, sì da non consentirle di isolarsi per calcolare il costo di quei vantaggi.Dobbiamo assolutamente tenere il passo se non vogliamo essere tagliati fuori dal gruppo. Occorre far sapere che ci siamo, convincere e convincerci di essere indispensabili. L’energia che ci muove l’abbiamo dentro, è un istinto, una ancestrale vocazione che ci spinge a contrastare il rischio della mediocrità, il non essere, la morte. Essere il primo, il capobranco, è una grande ambizione. Lui è il leader che decide la rotta. Le sorti della mandria dipendono da lui. Tutti sanno che è là e temono per la sua incolumità, dato che alla sua vita è legata la vita di tutti. L’ammirano, hanno fiducia in lui, lo temono e lo invidiano, spesso a morte. Qualcuno lo sfida: può essere sconfitto e allontanato dal branco, oppure può vincere e conservare il trono. In ogni caso tutto torna come prima e lo stormo riprende a volare.
Si può anche scegliere di stare all’ultimo posto, tranquilli, senza responsabilità di sorta. Che bello abbandonarti al flusso che ti porta leggero, lontano dalla brama di potere e dalle liti pericolose che ti consumano inutilmente! Ma pensa al rischio che corri se un predatore affamato decide di inseguire lo stormo, o se ti mancano improvvisamente le forze e non riesci a continuare il viaggio: sei il primo ad essere eliminato.
Vivere in una società è diventare ruolo. Mi turba essere uguale agli altri. Da lontano, intendo, dall’ottica di chi guarda statisticamente, di chi mi analizza come uno dei suoi numeri, di chi mi dispone in fila dietro altre pratiche. Mi turba poter essere sostituito senza che altri s’accorgano. La mia mente si oppone. Ciononostante la sostituibilità, l’intercambiabilità è nei ruoli; persino il capobranco di qualche riga fa, può essere rimpiazzato in qualsiasi momento. Ti illudevi di essere unico, indispensabile, e d’un tratto . . . tutto finito: t’accorgi che tutto era illusione. La tua unicità, la tua indispensabilità erano solo nel ruolo. Credevi d’essere, ed eri solo ruolo. E’ difficile guardare all’uomo scisso dal suo ruolo; siamo ormai identificati e fusi con ciò che facciamo, che produciamo, che possediamo, che amiamo, al punto che è diventato arduo travalicare la funzione per riconquistare l’uomo; riconquista peraltro non importante perché totalmente insignificante e inavvertibile davanti all’immobilismo del tutto. Ogni dinamicità del singolo, ogni coinvolgimento personale in eventi apparentemente anche macroscopici, ogni realtà che in qualche modo venga a modificare rapporti interpersonali, sono eventi di portata tanto infinitesimale e trascurabile nel gran fiume dell’essere che è sufficiente all’uomo allontanarsi di una spanna da essi per non sentirne più i legami del coinvolgimento, della complicità, della corresponsabilità.Tutto è nell’immobilità: tempo, spazio, emozioni, mutamenti, crescita, morte. L’uomo, elevandosi di quella spanna, coglie tutto questo. Nella grandezza del tutto immobile annega l’individualità.
Davanti all’assurdità del ruolo si aprono due strade per l’uomo: non accettare, cedere all’ansia, allo stress, impazzire, oppure riconocersi nel gioco di una immobilità per la quale la necessità del suo divenire quotidiano è qualcosa di scontato e ininfluente. Una preoccupazione, per quanto forte, cessa di procurare affanno se sovrastata da una preoccupazione più forte. Se mi proietto nella morte tutto diventa privo di importanza, immobile. L’uomo cancella la sofferenza nell’annullamento del moto, nella consapevolezza dell’immobilità. Nel moto la pretestuosità del vivere. L’uomo, animale sociale, realizza nel gruppo i cicli della sua esistenza; il gruppo si realizza anch’esso in percorsi ricorrenti. Di qui l’immobilismo di una dinamicità ciclica: io amo, nessuno prova quel che io sto provando, finché non mi accorgo che sto provando quel che lui aveva già provato. Non solo intercambiabilità dunque, ma anche ciclicità, ricorso storico: un continuo, identico riproporsi all’individuo di ogni stagione dello stesso menù emotivo. Qui è l’irrequieto tendere dell’uomo all’infinito, che è sapienza, immobilità totale, infinito che avverte dentro senza poter possedere, ma dal quale è compreso. L’autoaffermazione, e cioè il moto, la conoscenza, è l’altra faccia della stessa medaglia: quello che siamo nel contingente, nella storia.Scienza e conoscenza, portano progresso, benessere, comodità; la sapienza, figlia del sacrificio, porta la felicità. La necessità di autoaffermazione muove il mondo ed è bene prendere coscienza di questo moto, affinché non cerchiamo risposte là dove non possono essere trovate.
Avverto lo scorrere del tempo: è un istinto irrefrenabile quello che mi porta ad affondare le unghie nella brama di possesso, convinto che dal possedere venga la felicità. Il benessere mi fa dimenticare la limitatezza dell’esistere, inebriandomi di un piacere che modifica, restringe, dilata, obnubila, in me la dimensione tempo e mi illude di esserne, in qualche modo, l’artefice. Ogni operazione compiuta dall’uomo per la soddisfazione di un bisogno consta di tre stadi fondamentali: l’ identificazione dell’oggetto e il desiderio di possederlo, il raggiungimento dello scopo, ossia il possesso effettivo del bene e l’abitudine al bene posseduto che si traduce in dipendenza dal bene stesso o in delusione per la sua accertata inutilità. Di questi tre momenti il primo genera ansia, preoccupazione per il raggiungimento dello scopo; il secondo, il momento più breve dei tre, produce l’appagamento sperato; il terzo infine provoca scontento, noia e consapevolezza di effimero. E questo nel caso in cui il bisogno sia soddisfatto. Come si vede il tempo dello scontento sopravanza di gran lunga quello della gratificazione. Ne deriva che per raggiungere una condizione di piacere è necessario pagare, sempre; e che spesso il controvalore per un bisogno soddisfatto è ben più oneroso del piacere provato. Sapienza e conoscenza hanno direzioni opposte.
La conoscenza è del particolare e dà importanza all’imperfetto; la sapienza è del tutto. Ripercorrendo noi stessi conquistiamo la sapienza; guardando fuori di noi seguiamo l’istinto che, volto a soddisfare autoaffermazione, possesso, benessere, ci allontana dalla sapienza. Sempre uguali sono storia e futuro di ognuno. Saper vedere in noi stessi è capacità di vedere negli altri. Anche se non conosco la storia del mio simile, anche se non so immaginarne il futuro, le sue profondità mi sono manifeste. Ogni essere umano sa chi è il suo simile. Un uomo e una donna si incontrano: un bacio, e sanno già tutto ciò che basta alla loro felicità. Ma si scambiano indirizzi, numeri di telefono, confidenze, ed è così che iniziano a conoscersi e a distaccarsi sempre più l’uno dall’altra. L’osmosi delle storie, delle memorie, dei progetti, è sgretolamento dell’eden e la conoscenza sarà presto noia, stanchezza e insofferenza reciproca. Fu la smania di conoscenza ad allontanare Adamo dal giardino della sapienza. La naturale attitudine al possesso spinge l’uomo a comportarsi, nei rapporti affettivi, come se si trovasse davanti ad un oggetto. Ti amo per soddisfare il mio bisogno di amare e di essere amato. Egoismo e autoaffermazione sono, al fondo, le molle che spingono ancora l’agire dell’uomo. Così amare sarà sempre una manifestazione egoistica, che non potrà mai avere nel tempo esiti piacevoli. Pagheremo con momenti di grande sofferenza le esuberanti emozioni della passione.
Vedo già lo sdegno dei paladini del sentimento, dei sostenitori dell’identità vita-passione. Costoro si alzeranno, e il loro sarà un coro di indignazione, una crociata contro chi vuole spegnere il sentimento e con esso la stessa vita. Il sentimento muove il pianto, e dopo le lacrime prorompe il riso, e l’immobilità è nel ciclo. Le manifestazioni emotive sono talmente utili all’autoaffermazione che rinunciarvi sarebbe impossibile. E’ necessario riordinare i sentimenti per gustare pienamente l’esistenza, per non subirla. Tentare di eliminarli sarebbe rinunciare a partecipare al gioco della vita; abbandonarsi al loro predominio sarebbe accettare un ruolo di naufraghi alla deriva.
La consapevolezza, concetto che sarà definito poi, avvita la ragione al sentimento e viceversa. Bontà e malvagità, perfezione e imperfezione, mente e cuore, amore ed egoismo, sono posti sulla medesima retta, e solo la consapevolezza potrà permettermi di prendere coscienza della mia reale posizione. L’uomo soffre perché crede di trovarsi dove in realtà non è. Il male è sofferenza. Sofferenza è inconsapevolezza. Sono, voglio esserlo e non posso fare a meno di esserlo, un individuo diverso dagli altri. La mia diversità, al di là di ogni fisiognomicità, è nel pensiero. In questa diversità è contenuto il germe della mia necessità di autoaffermazione. Sono, voglio esserlo e non posso fare a meno di esserlo, un’entità uguale agli altri. La mia uguaglianza al di là di ogni dignità dovuta, è nella tensione e nel bisogno di partecipazione all’assoluto. In questo è l’anelito ad una verità ora impossibile da definire e contenere.Io sono il contenitore di un mistero. Nel mio essere involucro, contenitore, sta la mia individualità, il mio diversificarmi da tutti, la mia unicità, il mio essere nel tempo. Al mio essere nel tempo appartiene la mia consapevolezza, che è soprattutto consapevolezza del mio limite, e il mio limite segna il confine del mistero. Diversità e uguaglianza: nel mio essere di ogni giorno, nel ruolo occupato, negli obiettivi raggiunti e mancati, nell’orgoglio dei talenti ricevuti, sento la mia unicità, il mio essere diverso dall’altro. Uguaglianza e diversità: nel rapporto con l’infinito, quando conto i talenti non ricevuti, scopro la distanza che da questo mi separa. La sottrazione di un segmento piccolo o grande non intacca l’infinito della retta, lo scarto dovuto alla diversità è nulla. Sono diventato uguale all’altro.
Ciò che ho mi fa diverso, ciò che mi manca mi fa uguale. Il mistero non mi appartiene, mi sovrasta. Il mistero è di ognuno, sicché ognuno sente se stesso uguale all’altro di fronte al mistero.
L’uomo è conflitto temporale. 

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  Un centro possibile per l'Universo

  Felicità e amore nella consapevolezza e
nel pieno possesso di sé.

         

L’uomo fa per propria convenienza, per proprio egoismo; né può fare diversamente, perché convenienza ed egoismo sono i cardini su cui poggia il suo istinto di autoconservazione. Inutile predicare valori antitetici nella prospettiva di possibili riscatti, di catartiche elevazioni. L’uomo è teso a identificare istintivamente felicità con autoconservazione. Qualcosa però, la ragione, mina dall’interno la verità e la solidità dell’uguaglianza felicità-autoconservazione.
La ragione non si accontenta di vedere l’uomo sopravvivere, di vederlo cioè alla pari di qualsiasi altro animale. La ragione cerca il senso dell’esistenza. Senza risposte la ragione si fa condanna, perché deve ammettere che ciò che prima era vita altro non è che sopravvivenza. L’uomo, dotato di ragione, si vede all’apice della scala naturale, dominatore e gigante; l’uomo, dotato di ragione, si scopre incapace di contenere la vastità infinta dell’esistente di cui fa parte e che lo permea. Incapace di muoversi e di agire se non per tornaconto, l’uomo ricorre alla ragione per averne vantaggi. Tale ricorso è indispensabile a colmare la sua insoddisfazione, e quindi indispensabile al raggiungimento della sua felicità. Il ricorso alla ragione è dunque atto di egoismo.
Sono razionale, pensante, capace di giudicare. Ecco il fastidio del riconoscermi egoista. I miei sentimenti si ribellano; in essi mi ritrovo buono, pio, caritatevole, disposto ad aiutare gli altri, comprensivo, commosso per le sventure altrui. Nella dolcezza dei buoni sentimenti mi sento vicino a Dio e agli uomini, mi sento particella in armonia con quell’infinito che in me si riflette. Grazie ai buoni sentimenti si tacitano disturbi, imbarazzi, fastidiose tensioni, noie; il sentimento è provvisoria copertura dell’egoismo. Il sentimento è molla per la ragione che lo ripercorre, preoccupata di ricercare e individuare la strada per la felicità. Ragione e sentimento non sono in antitesi. Dal loro procedere in simbiosi nasce la consapevolezza.
La consapevolezza: sentimento filtrato dalla ragione, epurato dalle frange sentimentalistiche, pietistiche, comunque sfuggenti ad ogni controllo, contenuto-contenitore di una ragione che a sua volta si fa contenuto-contenitore del sentimento, volàno in cui sentimento e ragione sono ad un tempo spinta e punto morto. La consapevolezza è possesso di sé.
Mi posseggo, d’accordo, ma a che prò? Devo ovviamente trarre vantaggio da ciò. Ogni vantaggio è egoismo. La consapevolezza non serve, né è finalizzata a distruggere l’egoismo. La consapevolezza, paradossalmente, mi informa che la mia tenace, ardua, gratificante lotta contro l’egoismo è combattuta solo per egoismo. Non è possibile distruggere l’egoismo. Togliere di mezzo l’egoismo è rinunciare ad essere. Tutto dunque è egoismo, persino l’amore. Amare, atto che l’uomo intende come donazione piena di sé, non è altro, in ultima analisi, che bisogno di avere, e quindi il nostro dare è sempre un dare per avere. L’uomo, nelle sue manifestazioni naturali, non può sottrarsi a questa legge. Amo perché ho bisogno di essere amato; amo, convinto di amare solo per il bene dell’altro, e invece constato che non potrei non amare pena il mio bene. Così è tra genitore e figlio, tra amici, tra uomo e donna. Così è per tutti i comportamenti umani. Sempre la gratificazione di ritorno, consapevoli o non, inquina la sublimazione dell’atto, riconducendolo alla sua natura egoistica.
Se l’egoismo è per l’uomo il suo irrinunciabile modo di essere, perché esso è oggetto di considerazione negativa, di riprovazione? L’egoismo è per l’uomo come il sangue per il corpo. E’ dunque il sangue male? Tutto dunque è egoismo. L’egoismo non è riprovevole in quanto tale, perché esso è la molla dell’agire di ogni essere vivente. La differenza fra l’agire dell’animale e l’agire dell’uomo sta nel fatto che l’uno non potrà mai raggiungere la consapevolezza del proprio egoismo e quindi il suo agire sarà per necessità d’istinto, l’altro non potrà fare a meno, se vorrà dirsi uomo, di prendere coscienza del proprio egoismo, canalizzandolo verso il conseguimento della sua felicità più autentica, e non ostinandosi a combatterlo, azione quest’ultima inutile e dai risultati deleteri.
Il male è assenza di consapevolezza.
La consapevolezza, e solo la consapevolezza, può sublimare il nostro egoismo sottraendolo alla naturale condanna e promuovendolo a strumento indispensabile per il conseguimento della felicità. L’egoismo non va dunque combattuto come forza negativa ma va esplorato e valorizzato. Sarà proprio l’estremizzazione dell’egoismo, di un egoismo consapevole, ad elevare l’uomo, a condurlo verso l’amore, verso la felicità.
Possiamo a questo punto individuare tre momenti dell’egoismo, dai quali dipendono i nostri comportamenti: l’egoismo animale, l’egoismo rifiutato e l’ egoismo consapevole. L’animale-uomo non si sottrae, come tutti gli altri animali, al primo stadio dell’egoismo, motore di tutti quei comportamenti che mirano istintivamente al processo di autoconservazione. Nel secondo stadio l’uomo, a disagio per la sua natura egoistica, inventa forme di pseudo amore, di falsa felicità, elabora stratagemmi, astuzie, malizie, che vorrebbero essere liberatorie, che dovrebbero farlo sentire buono, felice, elevarlo cioè al di sopra dell’animale. E’ solo nel terzo stadio però che l’uomo, riconosciuti subdoli, e dunque vani, i tentativi di ricorrere a ipocrite e inconsistenti sanatorie, ripiega su se stesso, si interroga sulla vera natura del suo egoismo e sulle sue potenzialità. Scopre a questo punto di poter trarre il vero vantaggio dall’egoismo, di poter giungere, grazie ad esso, alla felicità e, grazie ad esso, tendere all’amore.
 Se amare è volere disinteressatamente il bene altrui, l’uomo, comunque è sempre stretto dai lacci dell’egoismo, non potrà mai amare, perché sarà sempre in gioco, per quanto rarefatto, il suo personale vantaggio. Vantaggio che non è più stratagemma, astuzia, ipocrita voglia di bene, ma irrinunciabile beneficio, ricompensa inevitabile (il missionario trae dal suo operare beneficio per il suo spirito, e dunque il suo operare, nobilissimo, torna a lui di vantaggio; San Francesco ha tratto il suo massimo vantaggio, la sua più alta felicità, dalla più totale privazione, dall’essersi sciolto da ogni vincolo di possesso, di parentela, di amicizia, per diventare tutto per tutti). L’uomo non potrà mai amare, perché non potrà mai volere disinteressatamente il bene altrui. Anche nel suo più alto intendimento non potrà prescindere da un vantaggio di ritorno. L’uomo può soltanto tendere all’amore, voler amare. L’uomo, ormai egoismo consapevole, si fa volontà d’amare.
Dio, Dio soltanto è amore. 

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  Il pericolo dello stupore  

  Lo stupore esorcizza, fa sì che io non veda la mia quotidiana partecipazione a stragi, suicidi, misfatti di ogni genere.

         

Non è facile mantenersi in equilibrio fra desiderio di assoluto e quotidianità, tra necessità di scoprire i segreti dell'esistenza e l'istinto naturale a sopravvivere.
Il silenzio è indispensabile all'uomo che voglia capire; egli deve poter riflettere, meditare, affinché la sua vita non venga ingabbiata dall'assillo di risolvere la congerie dei problemi quotidiani; egli deve poter scoprire di essere e non solo preoccuparsi di essere e di come essere.
Riflessione e meditazione sono attività ormai quasi totalmente estranee all'uomo: parole gratuite, non necessarie, informazioni inutili, messaggi rivolti all'aridità di cervelli che non devono pensare, è questo il ciarpame che quotidianamente ci inonda con l'intento di spingerci ad efficenze produttive e smanie consumistiche, alla ricerca spasmodica di un progresso che ci distrae da qualsiasi esercizio introspettivo.
Il bisogno di autoaffermazione spinge l'uomo a conquistarsi uno spazio, ad aprirsi spiragli; se si sente minacciato, attaccato, reagisce per sentirsi vivo. La reazione può diventare trasgressione, in quanto unica risposta in quel momento formulabile.
Ribellarsi e distruggere per ricostruire un mondo che ci riconosca. Pesa l'ombra dell'inutilità. Bisogna uscirne ad ogni costo. Una vita anonima, vuota, senza stimoli, produce violenze, esplosioni di puro istinto.
E' ormai luogo comune l'intenzione collettiva di voler debellare dal mondo qualunque violenza. Risultato: crescita di omicidi, di stupri, di rapine, di guerre, di violenza. Epperò continuiamo a mostrare orrore e stupore alla vista di tanta malvagità.
La violenza continuerà a perpetuarsi fino a quando non considereremo le sue manifestazioni come ovvie e naturali reazioni di soggetti in cerca di sé. La violenza non va combattuta, ché sarebbe lotta inutile e improficua. Se l'uomo fosse consapevole che la violenza è per lui, in ogni caso, foriera di infelicità, di scontento, di male, egli non si abbandonerebbe ad essa. Il rimedio non è dunque nel divieto, nella deprecatio, nella legge, ma nel cammino che conduce alla conquista della consapevolezza di ciò che la violenza è. Soltanto nella consapevolezza l'uomo potrà comandare a se stesso la non violenza in quanto dannosa, non conveniente alla sua felicità. Il processo implosivo della violenza avrà dunque inizio solo con la conquista della consapevolezza della violenza stessa, conquista da intendersi vantaggiosa e utilitaristica dell'uomo.
Ogni diritto è violenza. Nel diritto al diritto c'è il principio del diritto alla violenza.
Se autoaffermarsi è sopravvivere, allora la violenza non è nell'uomo in quanto tale, ma nella sua necessità di esistere. E' impossibile rinunciare del tutto alla violenza, pena l'annullamento. Di qui l'impegno a conoscerla e riconoscerla, non tanto a combatterla, a ingaggiare contro di lei lotte sterili e assurde.
L'uomo uccide, ruba, prevarica.
Chi, apparentemente estraneo agli eventi, viene a conoscenza di essi, resta attonito, stupito. Immediatamente avverte la possibilità di una sua intercambiabilità con l'assassino, con il ladro, con il prevaricatore, e vuole dissociarsi (disturba il senso di colpa ed è naturale la reazione): sono le circostanze che hanno fatto sì che a compiere il misfatto sia stato luie non io; la mia mano è uguale a quella dell'assassino, ed è solo per una serie di coincidenze che non sia stata la mia a colpire. Il coinvolgimento è ormai possibilità, se non quasi certezza di identità con il malvagio. Il coinvolgimento è ormai a tal punto totale che unica via di scampo è la contemplazione attonita, stupefatta, dell'evento; contemplazione in cui voglio trovi fondamento una dissociazione che, benchè avvertita come illusoria, è momentaneamente appagante.
Davanti all'altrui malvagità non posso dunque che stupirmi: lo stupore è il rifiuto del senso di colpa, è la via di uscita dal tutto a cui partecipiamo e in cui siamo compresi, e che ci rende attori di ogni azione compiuta da chiunque.
Lo stupore esorcizza, fa sì che io non veda la mia quotidiana partecipazione a stragi, suicidi, misfatti di ogni genere.
Dopo lo stupore la condanna, e più tardi la pietà.
Dissociatosi dal fatto e da chi l'ha compiuto, l'uomo acquisisce il diritto a giudicare. Ecco allora la giusta condanna per il misfatto e il malfattore. Questo sembra dare tranquillità alla sua coscienza, sembra corroborare il suo impegno contro la violenza. Ma l'uomo fa di più: ormai placato, trova in sé la gioia del perdono. E tocca qui l'apice della sua falsità.
Egli scopre dopo l'ironia del gioco: si è stupito di se stesso, ha condannato se stesso, ha dovuto assolvere se stesso.
L'uomo è riuscito a snaturare la pietà, piegando a suo vantaggio il più nobile dei sentimenti per sentirsi eroe e travestire la sua viltà con la bontà. 

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  L'alibi

  Nella realtà il branco è illusione relazionale, fatuo interscambio, abbaglio del dare e del ricevere.

         

Nel branco trova rifugio colui che tarda a incamminarsi sulla strada della consapevolezza.
Il branco è massa, è audience, è lo stadio ricolmo, la piazza traboccante per il comizio, la società, il mondo, la famiglia. Il branco non pensa, ha bisogno di essere stimolato per agitarsi e protestare all'unisono, per reclamare eternamente panem et circenses.
Nel branco trova comodo rifugio il pigro di mente, e cioè colui che tarda a incamminarsi sulla strada della consapevolezza. Il branco è comunque da tutti considerato come un vantaggio, da meritevoli e immeritevoli, da ricchi e bisognosi, buoni e malvagi, onesti e truffatori. Nel branco si afferma il merito e il savoir faire, l'intelligenza e l'astuzia; nel branco sopravvivono il bisognoso e l'inetto, l'incapace e il malato.
Il branco non è la panacea dei mali dell'individuo, della sua solitudine, delle sue mancate affermazioni, delle sue violenze, in una parola del suo malessere esistenziale; il branco è la somma matematica degli individui che ne fanno parte, convinti di potersi realizzare all'interno della sua struttura. Nella realtà invece il branco finisce per essere luogo del non pensiero, della non responsabilità, dell'affrancamento dal peso della solitudine. Branco insomma come porto franco.
Nella realtà il branco è illusione relazionale, fatuo interscambio, abbaglio del dare e del ricevere.Dare nella convinzione di giovare agli altri è solo alimento dello jato che deve continuare a separare chi dà da chi riceve. Dare nella convinzione di giovare agli altri è la sofisticata simulazione del non voler dare mascherato da bontà. Simuliamo pure generosità, soli o in branco, acquistando magari un rododendro o l'abito di una principessa; sentiamoci pure fieri dei risultati dilatati ottenuti grazie al branco; ipotizziamo pure la risoluzione dei tanti assilli sociali dell'uomo; resta il disagio della solitudine, di una solitudine irrisolta.
Finché dare sarà gesto d'altruismo non sarà possibile guardare alla solitudine in cui ognuno è imprigionato per rigenerarla in sé positivamente, ché anzi questa sarà inevitabilmente amplificata e ispessita nella sua negatività. Perché fare il bene genera solitudine? Dovrò rivedere il senso del mio agire per far sì che l'inevitabile, esistenziale solitudine divenga ragione di vita e non di condanna.
Se nel branco il bisognoso si vede raggiunto dal sostegno degli altri, e trae da questo l'immediato vantaggio della sopravvivenza, dell'assistenza, della solidarietà, il generoso placa nell'afflato solidale il fastidio che gli viene dalla presenza del povero. E' comodo vivere insieme, usare l'aggregazione come porto franco. Il branco è un corpo inerte, pronto a diventare però attivo e responsabile ogni qualvolta sentiamo urgere il bisogno di sgusciare dai nostri impegni, dalle nostre colpe, per rimanere eretti nella nostra fierezza di uomini e di uomini civili.
Il branco, istituzione sociale, è senza volontà, e dunque senza colpe.
Nascondersi nel branco, nel branco, è l'inizio di ogni viltà. E' inutile cercare dopo attenuanti e giustificazioni. La codardia è colpa quotidiana. E' vantaggioso per tutti essere partecipi, condividere responsabilità e meriti, valori e colpe. Il vantaggio sta nel sottrarsi all'orgoglio, alla superbia, derivanti dalla rivendicazione di meriti individuali, e sta nel sentirsi alleviati dal peso di colpe altrettanto individuali.
Trae vantaggio dal branco non l'eroe che si incorona, ma quello che si fa incoronare, perché ogni individuo del branco si immedesima in lui e fa proprie le sue gesta; trae vantaggio dal branco chi in esso si nasconde, perché sa di poter spartire col branco il giudizio negativo per la malvagità compiuta. Inutile scappare: noi scuotiamo la testa e disapproviamo le colpe di una società malata, noi cerchiamo capri espiatori, inseguendo inutili retoriche. Sono pronto a fare la mia parte, quando però anche gli altri faranno la loro. Pagherò, quando pagheranno anche gli altri; aiuterò, quando aiuteranno anche gli altri; farò questo o quell'altro quando… Perché devo essere io il primo? Perché devo pretendere da me e rischiare di essere il solo, l'unico?
Pretendere dagli altri è il primo passo verso la giustizia. Lo sguardo di un bimbo affamato fora l'anima: commozione, disagio interiore. Perché l'uomo è così malvagio? Perché Dio permette che ciò avvenga? Dio non ha mai voluto la fame del terzo mondo e l'opulenza dell'occidente. Devo fare la mia offerta, se voglio risedermi tranquillo sul divano. L'agonia di quel bimbo è stata allungata di un'ora. La sua morte, adesso, non pesa più come prima. Io ho fatto ciò che potevo. Ah! Se tutti facessimo un'offerta! Se ognuno di noi desse un po' del suo superfluo!
L'ipocrisia ha trasformato la carità in solidarietà.
Fare poco non ci fa sentire la colpa di non aver fatto tutto. Non sono onesto quando dico di agire per il vantaggio di altri e non mio. Ogni azione che compio la compio unicamente per me stesso, e non importa se nel tragitto del mio agire rendo felice anche il mio prossimo. Il mio prossimo resterà sempre e comunque altro da me e meno importante di me. Quando avrò raggiunto la convinzione che dal dare mi deriva il massimo di felicità, solo allora il mio prossimo diventerà l'occasione perché io tocchi, nel dare, il vertice del mio egoismo.
Dall'inconsapevolezza nasce la solidarietà, dalla consapevolezza la carità.
L'uomo usa la solidarietà per vivere in armonia con il proprio egoismo, per non sentire il disturbo di chi chiede aiuto, per continuare la comoda vita che si è conquistato. L'uomo usa la solidarietà perché non gli venga preso ciò che non vuole dare, perché non gli venga ripreso ciò che non vuole restituire. La carità è altra cosa: è amore. Amare costa. La solidarietà è a buon mercato. 

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  Del contrappunto esteso

  Le funzioni complesse dei paesaggi frattali penetrano la natura con linguaggio nuovo.

         

Non contro i confini ma oltre i confini; non contro la storia ma oltre la storia;non contro la forma ma oltre la forma. Il tempo delle geometrie interrotte, angolari, finite, è ormai concluso; le funzioni complesse dei paesaggi frattali penetrano la natura con linguaggio nuovo. Noi, monadi umane, ritroviamo il coraggio di insistere, resistere, esistere. Se l'acqua non ci disseta più, le nostre papille chiedono vino, cola e spine di birra; stanchi di alcool e saturi di rutti sommessi ritorniamo al gusto antico e primitivo di lunghi sorsi insapori. L'altalena terrena del bisogno, del desiderio, scopre il midollo che ci sostiene; il ricorso continuo delle mode accende l'anelito di consapevolezza e di verità.
La parola è un mondo chiuso, chiusa è ogni frase, ogni periodo; leccare ogni giorno l'imperfetto, l'inutile processione delle cose tangibili, insulse quotidianità che riempiono la mente di rane, grilli e crepitanti idiozie. Se solo avessi la forza di chiudere occhi e orecchie, se avessi il coraggio di accodarmi all'insensato scorrere di notizie, non mi porrei il problema del "necessario". Un albero, una vespa, un seme di zucca sono apparentemente inutili, ma diventano necessari se messi in relazione al ciclo vitale al quale partecipano.
L'arte suscita emozioni, stimola introspezioni, considerazioni e meraviglie inattese. L'arte, per quanto inutile, diventa necessaria e indispensabile. Questo avviene quando, immersa nel circuito di fruizione, essa vi approda non come prodotto definito e perfetto, ma come seme, come possibilità di trasmissione di polline, come opportunità di prolificazione di altra vita. Questo è possibile quando l'opera d'arte, pur figlia del suo tempo, si fa figlia del tempo. Un'arte aperta dunque, non solo a parole, ma nella sua concezione strutturale.
Con quale presunzione l'artista, ultimata e firmata la sua opera, pretende di vincolarla nel tempo, di immobilizzarla nella sua potenzialità espansiva, di sottrarla alla sua stessa natura di strada al mistero, alla verità? Può un padre, per il suo orgoglio di creatore, vietare ad un figlio di essere a sua volta creatore?
Contaminazioni, fusioni, linguaggi multietnici, hanno promosso l'arte ad esperienza globale, a fatto mondiale piuttosto che a isolato tentativo di un genio wakenroderiano. Contaminazione è sfruttamnto utilitaristico di linguaggi eterogenei. Il linguaggio, la grammatica usati dall'artista per dare forma alla sua opera, se da un lato sono l'impronta dell'artista e del suo potere comunicativo, sono dall'altro il limite dell'opera, bloccata e atrofizzata nella sua impossibilità di divenire altro da sé. L'opera d'arte deve essere fermento, dilatazione, estensione. Estendere, tendere; non ci può essere estensione, tensione, in un progetto chiuso, finito.
Oriente ed occidente si incontrano, Pechino e Francoforte come stanze d'albergo comunicanti. La perfezione è nella via, nel tao, nel tutto. L'imperfezione è nel singolo elemento, nella parola, nel particolare.
L'uomo si distrae dal sentimento del tutto e si ferma al particolare. Ma l'attenzione al particolare è horror vacui, è paura di un tutto che, inafferrabile, si fa nulla, vuoto, abisso infinito. Preferire l'affermazione nel particolare all'annullamento nel tutto può darci l'illusione di contrastare il tempo, di vincerlo, di restare. Così l'uomo è doppiamente perdente perché nulla può contro il tempo e perché, nel tempo suo malgrado, preso dalla preoccupazione di restare, non si preoccupa di essere, trascura cioè di percorrere nella consapevolezza il tratto di strada a lui riservato.
L'artista non può distogliersi dal tutto. L'artista deve necessariamente tendere alla verità. L'artista è colui che nel particolare non deve trovare il suo momento di autoaffermazione, e quindi di arresto, ma l'impulso ad un vuoto che non si esaurisce in se stesso, che finirà per essere di altri necessariamente. Un vuoto che è unità di misura per rapportarsi al tutto, per comprenderlo. Io, artista, sono nella mia poca misura, iter, via, rapporto, presentimento liberatorio di raggiunta verità, proiezione del tutto nel particolare, modulo che si aggrega.
Il contrappunto ha permesso all'uomo di riconsiderare l'antica monodia e gettare le basi di un rinnovamento che mediante la polifonia arriva ai nostri giorni. Il contrappunto è contrapposizione e concerto, opposizione e fusione di melodie. Il contrappunto è l'espressione di quella poliedricità che nell'uomo è conflitto, confronto, complessità; è l'ordine in cui trovano convivenza diverso e opposto, semplice e complesso.
L'opera dell'artista la vedo immobile, inerte, in attesa. Una musica, un dipinto, un film sono là, attendono un contatto emotivo per essere. Sono in attesa di una aggregazione, di un gesto attivo. Che cosa accade quando un qualsiasi fruitore viene a contatto con l'opera l'arte? La risonanza empatica che si genera nel fruitore è tale da modificarlo e migliorarlo nell'accrescimento della consapevolezza. Che cosa può accadere quando un artista viene a contatto con l'opera d'arte? Può succedere che si comporti come un normale fruitore, ma può succedere che si scateni in lui la necessità di diventare parte in causa, per il fatto di aver individuato possibilità nuove di interazione, opportunità di estensione nella complementarità, potenzialità di sviluppi direzionali insospettati.
Ecco. L'opera d'arte mi si palesa così, come qualcosa che vive per divenire, come catena molecolare in espansione, come possibilità di aggregazione senza limite. Io, artista, sono sempre interazione; io so che l'opera da me creata per egoistica necessità, appena creata non è più mia. Non per essere fatto immobile, torre d'avorio, firma, io l'ho creata, ma per essere forza generatrice, indicazione multidirezionale, frammento di verità sempre e comunque, frammento di un tutto già contenuto e verso cui tende. Io so, ne sono pienamente consapevole, che la mia opera potrà evitare il processo di mummificazione e continuare a vivere solo se non avrò scelto per lei la condizione di hortus conclusus. Io posso dunque aggregarmi e cantare insieme. Io posso addizionare il mio modulo all'opera prima. Il prodotto risultante sarà cosa nuova e diversa da quella, e a questa potrò aggiungere un ulteriore modulo, e così illimitatamente, ottenendo sempre prodotti nuovi e diversi.
Il modulo non è qui inteso come iterazione di elemento sempre a sé identico, ma come intuizione della possibilità di un personale apporto aggregativo, tale da costituire estensione vitale e veritiera per l'opera stessa al di là di ogni barriera di tempo e di luogo. La consapevolezza di non poter trasferire nella materia plasmata tutta la verità fenomenico-emotiva, eccitatrice del fatto creativo, mi induce a mirare all'essenziale, al fine di far emergere nella nudità scarna una verità circonfusa di aloni significanti, suggeriti dai silenzi del non detto. Ogni di più diventa nocivo. Ogni di più ci toglie la possibilità di rivivere empaticamente la verità e quindi di aggregarci attivamente all'opera. L'arte non deve disturbare ciò che il silenzio crea, "aut tace, aut loquere meliora silentio".
Aggregarsi non è saturare i vuoti, colmare i silenzi, ma costruire nuove possibilità di fermentazione degli stessi attraverso un'operazione di contrappunto esteso, un'operazione cioè di affiancamento non più di un discantus linea melodica ad un cantus firmus linea melodica, ma di un discantus nuova esperienza, nuovo fatto artistico, ad un cantus firmus anch'essi fatto artistico autonomo e temporalmente fissato.
Gounod non offende Bach quando innesta sul Preludio n. 1 in do maggiore la sua ben nota Ave Maria. I baffi posti alla Gioconda da Duchamp sono una vera e propria aggregazione, dimostrativa dello spirito dissacrante di un'epoca o di una corrente. L'addizione erculea, e cioè l'ampliamento della città di Ferrara che Biagio Rossetti realizzò per Ercole I d'Este, altro non è che una contrappuntistica estensione nel campo urbanistico. Gli esempi non mancano, specie nell'architettura: tante grandi cattedrali, tante grandi basiliche, sono vere e proprie operazioni aggregative che si realizzano nel tempo e grazie ad apporti diversi. Cos'altro è, se non un'estensione contrappuntistica nell'accezione qui definita, l'Officium (insieme di brani polifonici medievali e contemporanei con l'indipendente addizione di un sassofono soprano) proposto dall'Hilliard Ensemble e Jan Garbarek?
A ben guardare l'uomo convive da sempre con l'aggregazione, l'uomo è esso stesso aggregazione. L'uomo, nella società , è una voce, una voce di un contrappunto infinito, esteso. Egli è unità completa, esaustiva, eppure naturalmente incline a completarsi, a trovare appagamento in un'estensione armonica con gli altri. Aggregazione, dunque, che non è convergenza di più unità finalizzata al raggiungimento di un risultato ( cinema, opera lirica, balletto…), che non è lavoro di équipe, dove il gruppo si riconosce negli esiti o nei compromessi raggiunti, ma contributo indipendente e personalissimo per un risultato che, sempre raggiunto, è sempre da raggiungere. E' contributo indipendente e personalissimo per quanto attiene alla tipologia e ai linguaggi di ciascuna aggregazione - posso aggregarmi oggi ad una musica vivaldiana con una musica minimalista, o con un video espressionista, o con l'uno e l'altro insieme, e posso ancora tornare ad aggregarmi nel tempo alle espansioni già avvenute con altri mezzi e con altri linguaggi -; è contributo indipendente e personalissimo per la libertà lasciata ad ogni artista di spersonalizzarsi, di annullarsi nel compimento dell'iter, della via; è infine contributo indipendente e personalissimo per l'artista che ormai, altro dalla sua opera, scegli e di aggregarsi a se stesso, sfocando e disperdendo così nel tempo le caratteristiche peculiari e contingenti del suo fare arte.
Aggregazione come imprevedibilità direzionale, come conveniente abbandono di mistificatorie finalità moralistiche diverse da quelle proprie dell'opera d'arte, come conveniente rinuncia ad ogni utilitaristica affermazione personale, ad ogni utilitaristico ritorno.
Aggregazione come atto egoistico estremo, come liberazione, esodo dal contingente per essere nella cosmicità, come rinuncia al piacere del poco per il godimento del tutto.

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  La verità: bisogno dello spirito

  L'uomo deve rivestirsi di un abito nuovo, deve
rivestirsi di verità.

         

Individuata e isolata e respinta, grazie all'egoismo consapevole, la fase dell'egoismo rifiutato e cioè dell'agire insincero e opportunistico, l'uomo, proprio come S. Franceso, si ritrova nudo. Deve rivestirsi di un abito nuovo, deve rivestirsi di verità. Verità: bisogno insopprimibile, habitat in cui muoversi, agire, essere. Verità è libertà. Verità è allora bellezza; libertà è bellezza; bellezza è arte; arte è verità e libertà.
Giacomo, Ludwig ed io siamo incantati davanti a un limpidissimo chiaro di luna. Ognuno di noi lo esprime a suo modo: io: - che spettacolo! si vede tutto: campi, orti, tetti, perfino le montagne all'orizzonte; è un plenilunio straordinario; che merivigliosa notte di luna! -; Ludwig: per Beethoven quel momento diventa la sonata per pianoforte "al chiaro di luna" op. 27 n. 2. Giacomo: "Dolce e chara è la notte . . ." Ognuno di noi, davanti al plenilunio, ha vissuto la stessa verità, si è sentito immensamente libero, ha avvertito la magia della bellezza. Giacomo e Ludwig, a differenza di me, hanno però saputo consegnare l'uno alla parola l'altro alla musica, il fascino straordinario dell'ora, e hanno saputo fissarlo in una forma talmente alta ed universale, da trascinare me e tutti a vivere il mistero di quella verità e a gioire della bellezza di quel momento.
La differenza tra noi e l'artista non è nella capacità di commozione, ma nella tormentosa tensione di dare ordine al caos emozionale vissuto, per poi raccontare noi stessi modificati. L'opera che l'artista ha creato per soddisfare a una propria esigenza personale è un prodotto del tutto inutile ed egoistico fino a quando non incontra un fruitore che quell'opera rivive e sfrutta a suo vantaggio.
Io non cerco l'artista, cerco il suo prodotto. Se il manoscritto di Leopardi o la sonata di Beethoven fossero andati perduti in un incendio, Leopardi e Beethoven sarebbero comunque, per se stessi, degli artisti, ma io non ne trarrei alcun vantaggio, né potrei mai supporre la loro grandezza. Se la poesia di Leopardi o la musica di Beethoven fossero pervenute anonime, io potrei trarne tutti i vantaggi, e i vantaggi che ne trarrei non soffrirebbero certo per la mancanza di riconducibilità ad un autore storicamente individuabile.
Troppo spesso il preconcetto impedisce di ascoltare, di vedere, di capire. Se provassimo ad etichettare, nella sala di un museo, un'opera di Eusebio da Sangiorgio come opera di Raffaello e, lì accanto, un'opera di Raffaello come lavoro di Eusebio da Sangiorgio, vedremmo la stragrande maggioranza dei visitatori incantarsi davanti ad Eusebio e non riservare a Raffaello che qualche distratta occhiata.
Davanti al prodotto anonimo si attua la condizione ottimale di giudizio.
L'opera d'arte è giuoco inutile, ma la sua inutilità è necessità per lo spirito. L'uomo può godere dell'opera d'arte a livelli diversi, e a livelli diversi può sentire la necessità di essere in essa coinvolto. L'artista è colui che imprigiona nella sua opera il mistero, la verità. La verità, che non è fuori di noi è l'oggetto della ricerca dell'uomo, il suo bisogno insopprimibile. Quando l'uomo incontra l'opera d'arte questa gli svela se stesso o, in ultima analisi, la sua volontà di possedere la verità perché, proprio come per l'amore, l'uomo o l'opera non possono identificarsi con la verità, ma con la tensione alla verità. Questo l'effetto magico, eccitante, maieutico, prodotto dall'opera sull'uomo.
E' innegabile che, conosciuta e apprezzata l'opera, sentiamo prepotente la necessità di individuare l'artista che l'ha prodotta. Conosciuta l'opera infatti scattano una serie di molle che se da un lato sono segnali di gratificazione e riconoscenza, sono dall'altro desiderio di appropriazione degli ulteriori risvolti di una personalità che ci stimola.
L'inutilità che ci è necessaria non coincide quasi mai con quella che altri vorrebbero ci diventasse indispensabile. Facciamoci sordi per non essere, come i sordi, distratti dai rumori. Sentiamoci offesi e reagiamo nei confronti di chi non ha rispetto per il nostro silenzio. Ribelliamoci contro chi profana il nostro desiderio di silenzio.
Quanta immeritevole produzione non sarebbe giunta a disturbarci e distrarci se non si fosse presentata sotto l'etichetta di nomi esaltati dal mercato. Non lasciamoci ingannare da chi non sapendo disegnare si cimenta nell'informale; da chi, per non rischiare, scrive da vent'anni la stessa canzone; dalla miriade di figli d'arte che proliferano nel cinema, nella televisione, nello spettacolo, nella politica; da tutto quel mondo insomma che del titolo di artista si fregia per sopravvalutare non altro che un mestiere che, a parità di opportunità, tutti o quasi avremmo potuto esercitare.
Troppo spesso siamo costretti a subire le vacuità del logorroico. Parlare troppo, parlare a vuoto, è colpa grave. E' parlando ad un sordo che ci rendiamo conto di quanto poche siano le cose veramente necessarie da comunicare.
L'arte, si dice, è amorale; e sta bene. L'opera d'arte però non può non farsi fatto morale: il guadagno di consapevolezza per essa raggiunto può avvenire solo dietro cessione di brutalità. L'arte: inutile, ma necessaria; prodotto egoistico dell'artista, diventa specchio per tutti; amorale per se stessa, si fa stimolo morale; massima forma di comunicazione involontaria che non frantuma l'idea nel materiale bisogno del linguaggio quotidiano, ma la trasferisce per rigenerazione nel casuale appuntamento col fruitore.
L'opera d'arte è sempre conquista di sé, non importa se proiettati verso il futuro o verso il passato. 

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