Raramente si riesce a volare leggeri quando si parla di guerra: la morte impone il silenzio o il pianto, e le parole rischiano di diventare patetiche o scontate. Bisogna, al contrario, saper cogliere i dettagli diventati superflui in mezzo a tanta “banalità del male” per spiccare il volo, cogliendo il microscopico nel macroscopico con una lente d’ingrandimento di nome “ironia”, che più che ingigantire le immagini le capovolge, ce le restituisce beffarde e irriverenti, come un paio di mutande che pretendono di diventare un cappello.
Così ha saputo fare Mario Monicelli nel suo ultimo film Le rose del deserto, la coda di una carriera cinematografica che ritrae a tutto tondo la nostra italianità, il popolo di sognatori e saltimbanco, che inciampa ad ogni scalino della storia.
E’ una rosa particolare quella del deserto: non è rossa e niente ha a che vedere con il sangue della guerra. Nasce dall’aridità di un territorio battuto continuamente dal vento. Sboccia tra le tende di un esercito italiano che sembra più giocare con le armi che fare sul serio, soldatini raccattati da ogni parte della penisola, minestrone di dialetti e di temperamenti, della solidarietà genuina di chi combatte perché è rimasto abbagliato da un miraggio sotto il sole accecante dell’Etiopia a metà degli anni Trenta.
Qui la grande Storia si fa da parte. Rotolano via i nomi, le date e i luoghi troppo conosciuti; i generali -fantocci su side-car accelerati di un fascismo sbilenco- si trasformano in macchiette comiche e il fiume sotterraneo delle tante storie affiora alla superficie con le emozioni senza tempo in cui ognuno di noi può riconoscersi: il comandante dell’esercito che manda miriadi di lettere d’amore alla moglie troppo lontana; il dottore che rimane incantato da una bellissima donna velata (simbolo di una terra esotica e impenetrabile); il prete missionario che non predica il Vangelo, ma lo vive tra la polvere e le bombe. Mai aperto un libro di storia così, dove si sente il fastidio del vento che alza la sabbia negli occhi, l’odore dei falò notturni, i commenti osceni dei soldati sulle indigene, le bestemmie che invocano un dio che sembra ridere dall’alto dell’indifferenza, come certe divinità greche che osservavano gli eroi cadere a terra stremati, nelle antiche battaglie: stessa favola troppo vera, ripetuta nel tempo da cantastorie diversi, che ogni tanto appendono le cetre ai salici, vinti dalle lacrime o, come fa Monicelli, rovesciano i paradigmi della realtà, riuscendo a far sorridere, o addirittura ridere, della debolezza umana (marchio della nostra lontananza dall’Olimpo) e delle inevitabili catastrofi a cui questa conduce.
Si può ridere di tutto, ci dice il regista, anche in faccia alla morte, per esorcizzarla e renderla umana, così da non averne più paura: come il cantastorie tragico che si lacera l’abito e si pittura di rosso le labbra, diventando un clown e sapendo che ogni salto o capovolta lo vedrà di nuovo alzarsi da terra, poiché tutto è uno scherzo. In questa luce va letta l’ultima scena, di un’umanità travolgente, piena di quella dolcezza che hanno i dolori, che prima o poi, sicuramente passeranno…
Un film che va visto perché abbiamo bisogno di un po’ di leggerezza nel nostro tempo, in un mondo così pesante da spezzare la schiena alla stesso Atlante. Leggerezza che non è, necessariamente, superficialità, ma solo un modo di scorgere nel bicchiere mezzo pieno una luna impazzita, ruotata con la gobba a terra, un arcobaleno dai colori scombinati, impastocchiati l’uno nell’altro, un re in mutande che balla con un servo incoronato, un cielo stellato su cui camminare e un prato fiorito da guardare di notte, per esprimere un desiderio ogni volta che da una margherita si stacca un petalo e scivola sull’immensa distesa sopra di noi.
Dettagli di noi
Le scale sono molto vicine e quattro passi sono la giusta distanza per saltare quel sottile ronzio di solitudine che mi ha preso. Sto imparando piano piano a curarmi da me, ad ascoltare i sintomi, a diagnosticare il male, a prescrivermi lo sciroppo che bevo a piccoli sorsi, per gustare il dolce: tutto il dolce che c’è in ogni piccolo dolore. Ho passato anche troppo tempo oggi a guardare passare le ore, ad essere sospesa, senza mai completamente entrare in quello che facevo: adesso basta!
Scendo, scendo, scendo e scendo l’ultimo scalino. Penso: Ale mi ha detto che posso prendere tutti i cd che voglio ... lei che è pazza, intrisa di musica, non cede al naturale egoismo che rode dentro quando una passione è troppo forte: riesce ad essere generosa anche in questo, dicendomi che la sua musica è anche la mia, anche se io non saprei mai raccogliere una chitarra dal pavimento, dopo una notte di baldoria, ed accarezzarla con dita che sembrano staccarsi dalle mani.
Mi avvicino allo scaffale stracolmo di cd, tanto che la vista non li regge tutti e procede per minime selezioni: ora guardo quelli più in alto, adesso quelli sotto, e poi, se avrò ancora voglia, mi inginocchierò per leggere anche gli ultimi, quelli più in basso. Mi cade l’occhio proprio lì e i miei pensieri fanno una brusca inversione a “u”, per tornare a quella sera lontana in cui ridevo con il mio amico Roberto che faceva finta di non conoscere gli artisti più famosi: “Ma insomma, simo! Chi sono questi Pinc Fliod di cui hai parlato tutta la sera?”... e giù a ridere come pazzi ... per le scemate che ci rendevano leggeri, per volare sopra di noi e guardarci da distanze astrali, noi lumini lontani in una notte che volevamo buia per giocare a nascondino e cercarsi senza trovarsi. Strada bloccata, o non più percorribile: l’inversione a “u” è terminata ... torno in me, all’azione pratica di togliere un cd dallo scaffale: The dark side of the moon ... in maniera meccanica lo apro, non so nemmeno io perché ... forse la gelosia di Ale è scoppiata: dentro non c’è nessun cd ... magari sarà uno dei suoi preferiti e lo lascerà perennemente dentro il lettore, visto che lei non sa vivere in lunghi silenzi, ma cerca note in tutto quello che la circonda.
Sto per richiudere la custodia vuota ma i miei occhi sono troppo allenati ai minimi e nascosti segnali della scrittura: una dedica con la penna blu in un angolo, troppo camaleontica in mezzo alla copertina scura: “Al più grande amore della mia vita ...” ed una firma, illeggibile grazie a Dio, perché sento di aver violato anche troppo la privacy che Ale ha tenuto a sottolineare dal primo giorno che ci siamo conosciute. E così chiudo, ma i miei pensieri hanno ormai messo la quinta.
Ti penso Ale, ed indirettamente ti scrivo, anche se sono troppo rispettosa della tua riservatezza per lasciarti una lettera sul letto, tra le casse e l’amplificatore che porterai al tuo concerto a Roma il prossimo venerdì. Non so dare un volto al ragazzo della dedica, ma lo immagino da quello che mi hai raccontato una volta. E comunque non importa. Ho visto i tuoi occhi nello specchio oggi, mentre ti pettinavi prima di uscire: questo è l’importante, l’unico senso che posso dare ad una casualità che è diventata necessaria per capirti. Noi non ci guardavamo direttamente, ma facevamo interagire i riflessi di noi, e anche le parole erano inconsistenti, veritiere ma inconsistenti. Un amore finito, adesso messo in cantina, mi ha parlato di te oggi, e tradendo i tuoi segreti, come un’amica che non sa tenere la bocca chiusa, mi ha dato una tessera in più del puzzle che devo costruire per riuscire a farti voltare, dando le spalle allo specchio. E’ bastato che aprissi un porta cd per capire qualcosa di più di te: come i tuoi occhi si sono posati per la prima volta su quel regalo, come la musica ti ha rapito sulla scia del rock, come sei stata ligia ad un amore che si stava svuotando, ma che tu hai deciso di chiamarlo ancora amore per non far morire chi ti stava accanto; e poi la rabbia che hai provato ad aprire e chiudere la porta troppo spesso ad un uomo che ti guardava negli occhi, ma non aveva un riflesso.
E’ bello pensare che le persone, a volte, possono incontrarsi a distanza, magari una all’insaputa dell’altra, in assenza dell’altra. Spero che in qualche mio dettaglio impreciso, in quel “caos metodico” (come tu hai definito la mia stanza) tu possa trovare un indizio di me, un’impronta di quello che sono stata, una parola non detta, una lettera da leggersi in controluce, una fotografia che va schiarendosi nella camera oscura.
Nel sogno di Alice
Suona la sveglia e mi butto giù dal letto; poi veloce a mettere su il caffè; nel bagno per una scrosciata d’acqua fredda sotto la doccia, con la testa nell’armadio per prendere a caso una maglia che, a mia insaputa, rappresenterà il mio umore di questa giornata. Distratta e rapidissima nei movimenti: l’abitudine prende il sopravvento mentre ancora gli occhi sono pesanti per l’impalpabile sonno a cui ho dovuto dire addio. Cappuccino, tazza nell’acquaio, apri e chiudi del frigo (coscienziosamente mi sono preparata il panino per il pranzo la sera prima), un saluto ad Ale, la mia adorata coinquilina che mi chiede ironicamente: “Sono già le 8.15: ti viene a prendere l’elicottero nel cortile stamani?”. Piccola risata e penso alle ore e agli orologi, quelli a cucù, quelli a pendolo, quelli da polso, digitali e analogici, quelli colorati, come i Flick-Flack per i bambini che non vogliono crescere; quelli vecchi con la catenina, che potrebbero cadere dalla tasca, portati più per segno di distinzione che per comodità: le loro lancette si muovono e scandiscono la tua giornata.
Sull’autobus facce sempre diverse: tutti ammassati, limitati nei movimenti. Guardo la ragazza truccatissima davanti a me: anch’io a volte sbuffo come lei? Frenata brusca: sbatto contro uno dei tanti anonimi in giacca e cravatta e dico “Scusi”, girandomi dove posso trovare visi più benevoli, e incontro gli occhi di un vecchietto seduto che somiglia al mio nonno: mi verrebbe da dirgli tante cose, ma tutte sembrano in questo momento così lontane da quella situazione d’ordinaria routine, che preferisco immaginarlo seduto al camino, con un bicchiere di vino bollito in mano. Sorrido. Sorride.
Via Masserenti, Porta san Vitale, Due torri, Via Rizzoli. Bologna è ancora addormentata in una nebbia che culla i suoi sogni proibiti, ubriachi, sporchi di mozziconi di sigarette e bottiglie vuote; che parlano in lingua non italiana e hanno sfumature dal nero pece al giallo, tutte le tonalità dei colori che abbineresti ad una storia, indicibile perché sconosciuta. Sul portone del palazzo dove lavoro sta sdraiato un barbone: grigio. Vorrei pensare alla sua storia, ma le campane di Piazza Maggiore suonano le otto e tre quarti! Ritardo assurdo! Chiedo permesso: ho comunque accartocciato un sogno ...
Posso riprendere il fiato adesso che sono entrata in ufficio e vedo che tutto è a posto: adesso al lavoro! Con gli occhi che ogni tanto interrogano il display del mio telefono che detta l’ora.
Le nove, le dieci, le undici ... telefonate, fax, e-mail; poi giù in strada, una bella camminata sotto i portici per incontrare il direttore di una biblioteca che, come me, avrà poco tempo da dedicarmi. Lottare contro il tempo: il tuo e quello degli altri. Veloce perché chi si ferma è perduto; il tempo è denaro; chi ha tempo non aspetti il tempo; il tempo-spazio-velocità di Einstein e quello della “distensio animae” di sant’Agostino. Veloce perché tutti corrono e tu sei compresa in quel “tutto”.
Entro nella banca; esco dalla banca: menomale che non c’era fila ed era subito pronta la ricevuta di pagamento per la mia collega. Eppure vorrei trovare un senso a tutta questa fretta ...
Nel girare l’angolo noto un uomo con un vestito a scacchi verdi e il capello intonato, che suona una pianola posta su un carrello con alcune marionette; ai suoi piedi un cane bellissimo, signorile nel suo folto pelo marrone. Penso a quante volte li avrò visti quei due artisti di strada, perfetti in quel connubio uomo-animale, immersi in quella musica che risuona dal carrello: canzoni famose, ma suonate più lentamente, con note lunghe che si abbracciano, allungandosi l’una verso l’altra. La faccia rubiconda e solare di lui. Il muso tenero da coccolare del suo cane. Sospesi tra gli spifferi freddi che entrano nei portici e fanno alzare il collo del cappotto, quasi irreali in mezzo a quel via-vai di gente che non sta mai sulla stessa mattonella per un attimo.
Forse, due personaggi di una commedia che è finita da un pezzo.
San Petronio dice che è l’una.
Di nuovo in ufficio a prendere fiato sulla sedia: è l’ora di pranzo. Anche lo stomaco ha i suoi tempi e borbotta quando non vengono rispettati. Piadina veloce e poi nuovamente al computer.
Penso al carrello, alle marionette, al cane, all’uomo con il capello in tinta. Penso ad una storia, la prima che mi viene in mente: penso al Cappellaio matto di Alice nel paese delle meraviglie e del coniglio smemorato suo amico, che riempiono di burro tutti gli orologi che trovano, credendo che siano panini da farcire. Il mondo dei pazzi, dei “fuori dal mondo”, fuori dal tempo.
Non vedo l’ora di uscire per tornare a vedere quei due tipi che campano con quei quattro soldi gettati nella ciotola da qualche passante impietosito. Vorrei sapere la loro storia, scriverla, colorandola della luce di Bologna che, sparita la nebbia, adesso illumina il Santo sulla facciata del duomo.
Le cinque e mezzo. Mi precipito in via dell’Indipendenza, ma non trovo più l’allegro quadretto. Domando ad una commessa, che sta fumando fuori dal negozio, del signore e del cane: non mi è mai successo di non trovarli!
“Sono arrivati i carabinieri e l’hanno fatto andare via: non poteva sostare qui! Quel perditempo! ...” Non so se mi colpisce di più il divieto di sostare o l’appellativo “perditempo”. Entrambi mi toccano profondamente: vorrei replicare ma questa è solo una perdita di tempo con certa gente! ... Rientro nella confusione di Piazza Maggiore e penso ancora a quei due. Sono felice che esistano persone che perdano il tempo, per non ritrovarlo mai più; e che sostino, fermandosi ad assaporare un attimo lungo un’eternità, che suonino note di uno stesso spartito, per le quali una canzone diventa troppo familiare e la riconosceresti tra un milione di altre rapsodiche fughe.
Penso ancora al cappellaio matto e al coniglio smemorato che svaniscono nel nulla quando Alice riapre gli occhi, e auguro a quei due musicanti di strada di incontrare un’ Alice che decida di non svegliarsi mai più.
A tutti gli artisti di strada che ho conosciuto e non
Vanno, vengono, per una vera mille sono finte
Alcune volte succede con le persone la stessa cosa che accade con le nuvole. Sei sdraiato su un prato a pancia in su, magari con un filo d’erba in bocca, intento a guardare il cielo e ti fissi su una nuvola. Alla prima occhiata ha una forma definita, ma poi cambia, si trasforma e diventa leggera; mentre tu cadi dentro al cielo, lei scompare. Non c’è più la nuvola, c’è una storia. Bianca, soffice come lo zucchero filato, modellabile come la pasta frolla. Le storie, si sa, non solo bisogna saperle leggere, devono essere cullate, allevate; devono diventare nostre. Solo nostre. Ognuno la sua, senza essere gelosi degli altri, perché non è che la storia del vicino è sempre più bianca.
Il padre di Valentina è una persona insolita. La prima volta che l’ho incontrato ho guardato il suo viso: aperto, solare, con gli occhi grandi che divorano tutto quello che sta intorno. Un uomo distinto di sessant’anni passati, che ha la voglia di fare di un ragazzo e l’esperienza di chi ha vissuto molto, tra grandi soddisfazioni e strazianti dolori.
Un giorno a pranzo il signor Giorgio è diventato una storia. Ci stavo parlando quando non riuscivo più a vederlo. Mi stava raccontando di quando andò a vivere in Arabia Saudita. Rimasto orfano presto dei genitori, aveva deciso che la vita la voleva prendere per le corna: aveva ventisette anni, una valigetta nella mano e una tenda canadese arrotolata nell’altra. Partiva come si parte per una notte di baldoria nel campo vicino casa, sicuri che un letto asciutto ci aspetta il giorno seguente. Lasciava a casa una moglie molto bella e una bambina i cui occhi diventavano cuori rosa quando rideva; non aveva paura della solitudine, perché stare da soli fa paura solo a chi non ama se stesso. In Arabia aveva già dei contatti, persone che lo potevano aiutare a mettere su la ditta di infrastrutture che intendeva creare. Lontano dalla famiglia, in un paese di cui non conosceva la lingua né tantomeno la cultura, il primo passo verso l’integrazione furono i picchetti della tenda che piantò nel suolo polveroso, a circa cinquanta chilometri da Riyad. Salda come la sua volontà di rimanere in quel luogo, la canadese resisteva alle sferzate del vento arabo, che di notte si accaniva contro le pareti di stoffa verde, fischiando minacce in una lingua sconosciuta. Anche agli animali era invisa la sua estraneità di uomo europeo e non passava sera che qualche ospite non proprio invitato si insediasse nella sua tenda, armato di code biforcute o veleni letali. Il signor Giorgio però, da uomo del nord caparbio e orgoglioso, immaginava, anzi vedeva sollevarsi da quella polvere una bellissima casa con la piscina, sentiva le urla di bambini scorazzanti nella scuola americana, odorava le spezie di piatti mai assaggiati prima. Sognava e ricamava quel sogno con un filo lunghissimo, che bucava Pordenone e risbucava a Riyad. Quando ebbe trovato alcuni soci per la sua impresa, un collega italiano fece venire dal nostro paese un cuoco napoletano, perché anche la pancia chiedeva vendetta, e se l’uomo -come è stato detto- è ciò che mangia, il signor Giorgio a forza di erbette e pietanze poco consistenti avrebbe presto avuto una crisi di identità.
Vito, il cuoco, aveva un faccione largo quanto una pizza. Grassoccio, sempre di buon umore, semplice e cordiale. Accogliente come il sole delle mattine di luglio sulla costa Amalfitana, risollevò subito il morale (e anche lo stomaco) dei suoi connazionali con squisite e patriottiche ricette. Si alzava presto per far trovare pronta la colazione; decorava il tavolo come fossero stati per Natale in casa Cupiello e interpretava i sogni secondo la simbologia della Smorfia, che naturalmente sapeva a memoria, meglio del Padre Nostro e l’inno di Mameli. Sapeva stare con tutti, pregio talmente bello che sfociava però in un difetto altrettanto pericoloso: non riusciva a stare da solo. La notte, quando ognuno andava a dormire nella propria tenda, Vito non riusciva a chiudere occhio. Si sentiva a disagio con quella parte di sé che non rideva mai. Aveva paura degli incubi, del vento e degli animali. Temeva il silenzio perché credeva che quando tutto tace si avvicinano gli spiriti maligni, e contro di essi sfoderava un santino con l’immagine della Madonna Addolorata, ogni giorno sempre più scolorita.
Aveva confessato agli altri questo lato debole del suo carattere e più volte chiesto di essere rimandato a casa, almeno per un paio di settimane. Ma tutti erano sordi, come se quel silenzio, tanto temuto da lui, si stesse propagando alla maniera di una malattia mortale. Fu la sera che in tavola arrivò il pollo sbruciacchiato che il signor Giorgio ebbe il brutto presentimento che dietro quella negligenza di Vito ci fosse qualcosa di molto più grave. Si alzò dalla tavola e corse in cucina: Vito non c’era. Uscì nel cortile, fece alcuni passi, quelli che bastavano per sentire come il solito silenzio era rotto, quella sera, da strani rumori che si mescolavano all’urlo insolente del vento. Alzò la testa come un riflesso spontaneo in risposta a qualcosa che lo richiamava verso l’alto, una presenza, un’ombra, un colore fuori luogo, un uomo o un animale. Sul tetto di un edificio in malora stava Vito: si sporgeva con il busto verso il vuoto, a braccia aperte, con la bocca squarciata da ululati che quasi più nulla avevano di umano. Gli occhi fissi nel vuoto a esorcizzare quel silenzio che lo aveva tormentato per tanto tempo, a far vegliare gli incubi, a cercare amici tra gli animali, adesso che gli uomini lo aveva abbandonato, dimenticandolo nelle sue paure. Lo portarono via a forza, ancora ululante e sbracciante e lo imbarcarono giorni dopo su una nave alla volta dell’Italia. Di lui si narra che è finito pazzo in qualche centro per malati mentali.
Il signor Giorgio sostiene tutt’oggi che non fosse pazzia quella di Vito, ma semplicemente il suo bisogno di comunicare con qualcuno o qualcosa altro da lui: forse dentro di sé sperava in qualche lupo spelacchiato e affamato, che, stanco di seguire miraggi tra le dune, gli si fosse avvicinato e diventato amico, consolandolo con la sua compagnia in quelle notti che non finivano mai.
Giorgio per me è una storia. Potrebbe essere questa, in parte raccontata da lui, in parte fantasticata da me. Le storie più belle sono quelle che non vengono giudicate sul banco della verità e dell’attendibilità; sono quelle che prendono il volo quando ti cade il filo d’erba dalla bocca e tutte le nuvole se le è risucchiate il cielo.
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Se continuano a vivere dopo di lui, egli diventa immortale.
Big Fish. Le storie di una vita incredibile.
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