Le parole rastrellano gli anni dispersi, fili di fieno abbandonati su un terreno ormai diventato sterile, che gli occhi di un contadino contemplerebbero da dietro una finestra, la sera, per sognarlo ancora verde e profumato come era una volta. Il campo del lavoro e dell’amore: dell’aratro sotto il sole cocente, dei baci e delle effusioni proibite vegliate dalla luna, complice discreta e maliziosa. Gli anni caduti, dimenticati, strapazzati, tormentati e uccisi, insanguinati e profumati dalla impronunciabile pienezza della vita chiedono di avere un nome, di essere pronunciati, di diventare racconto e memoria; di stupire bambini davanti ad un fuoco, di incidere segni neri sulla pagina vergine. Vogliono esistere nel tempo di una favola semplice, scontata, mitica nella sua lontananza e vicina nella sua profondità, istintiva come il vivere e il respirare. Così le parole iniziano a esaudire il desiderio, scacciano il pericolo della morte e dell’oblio, raccolgono i brandelli del tempo e li trasformano in suono. Le parole sono sagge come i nonni che guardano all’indietro, e i profeti che fissano in avanti. Sanno che quello che non viene detto non esiste e allora portano in alto, sopra il campo, gli anni, facendoli brillare alla luce del sole come mai avrebbero potuto innalzarsi da soli. Si compiacciono, talvolta, di essere ingannevoli, e così, non garantiscono che la verità non si mescoli all’immaginazione più sfrenata, quella dei sogni, delle speranze, degli umori vibranti come la felicità e la tristezza, dei mostri delle paranoie notturne. Sono bugiarde come venditori di elisir di eterna giovinezza, e sincere come il bacio della buonanotte della mamma al proprio bambino.
La voce che le conduce adesso, qui da me, è calma come il mare alla sera. Troppo dolce ascoltare come, grazie a lei, il tempo si incurva e ritorna su stesso, cucendo gli anni, rammendando gli strappi, capovolgendo la clessidra in modo che la sabbia possa nuovamente scivolare attraverso la strettoia di ciò che torna alla memoria e di quello che, invece, purtroppo, sfugge.
E’ difficile per me seguire il veloce passaggio delle immagini che mi affiorano alla mente, e mi assale il timore di non riuscire ad essere fedele alle emozioni e ai sentimenti di chi mi parla, di sprecare quelle parole che così diligentemente raccolgono gli anni, facendoli rivivere.
Mi aiuta l’affetto che nutro per la mia narratrice, il legame viscerale che ci unisce, cordone ombelicale lungo due generazioni, resistente e saldamente legato per un capo all’altro secolo e per l’altro a quest’epoca evanescente, proiettata nel domani. La tenerezza delle tue mani di nonna, che nella circolarità dei movimenti mi fanno stare dentro a quel tempo consumato e già finito, è il frutto dell’asprezza del lavoro di altri tempi, dell’abitudine di maneggiare oggetti scomparsi, della voglia di avere un
contatto fisico con il mondo che oggi, inconsapevolmente, abbiamo perduto.
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Clessidra capovolta |
La mia vita è fatta di cose semplici e poco importanti, perché doverla raccontare con il pericolo di annoiare qualcuno?”
Perché per amare te ho bisogno di vedere i luoghi dove hai camminato, di sentire gli odori a te familiari in quel tempo, e i fetori che ti accompagnavano, ogni giorno, nella tua costanza faticosa di un lavoro per me inimmaginabile; devo guardare anch’io dentro a quegli occhi che ti hanno rapito e innamorato di una passione pura e timida, che ti faceva arrossire per un bacio innocente sulla guancia, per una frase troppo esplicita, appena un po’ più libera dai tabù di tuo padre, dell’immagine sacra sopra il tuo letto, del tuo tempo; voglio trovare il coraggio di fissare in faccia la tua stessa paura, chiamata con altri nomi al tuo tempo, portata da altri fantasmi, ma in fondo uguale alla mia: un battito sballato, forse mancante, che ti fa sussultare, come se il tuo cuore si fermasse. E tu ascolti ancora, nella lunga distanza, i colpi della mitragliatrice che solcarono il terreno dietro di te provvidenzialmente già percorso, come io cerco di capire, dentro di me, quanto sono profondi i tarli delle mie ansie.
Penso che le cose più semplici, come la tua storia, siano le più difficili da raccontare: è proprio nella loro semplicità che risiede la più sconvolgente bellezza, quella che non si riesce a rilegare in una trama. Proprio da questa semplicità che ferisce me e tutta la mia generazione parte il mio bisogno di rivivere, abbandonando per un momento la complessità del nostro tempo, ciò che naufragherebbe inascoltato nel mare della Storia, travolto dalla catena delle cause, delle spiegazioni ragionate, dei fatti ricordati a menadito, dei personaggi famosi ridotti a ruoli di una soap-opera scontata.
I tuoi occhi mi implorano una domanda, la stessa che mi assilla, con la precisione e la frequenza della goccia che cade dal rubinetto in una notte insonne, quando inavvertitamente mi identifico con te, quando io sono te nella mostruosità di ciò che, molte volte, hai dovuto affrontare in quel periodo che la mia generazione può solo freddamente leggere in un libro:
“Hai avuto paura?”
“A dire la verità, se ripenso a quel tempo, ho molta più paura adesso che allora. Sai quando si è giovani c’è l’incoscienza di quello che si sta vivendo che ci salva …”.
No, non è l’incoscienza della gioventù che ti ha salvato. E’ stato il tuo amore per la vita a non farti morire, quel sentimento forte che si legge fin da subito dalle lettere del tuo nome breve e conciso nel suo messaggio: Lea, l’apertura solare delle tue vocali è come la mezza luna d’avorio che ti solca il viso quando sei capace di guardare senza rancori o rimpianti la tua vita passata.
Clessidra capovolta, parole che si muovono leggermente e vibrando mi fanno sentire che sei di nuovo nella storia, dentro la tua storia. Il tuo 1927 è stato marrone come la madia troppo ingombrante della camera in cui sei nata, come l’odore del pane sfornato ogni mattina da tua madre con l’assiduità di chi lavora per sfamarsi, come la faccia cotta dal sole di tuo padre che tornava solo il fine settimana da quei luoghi di montagna che tu adesso nomini in maniera strampalata e fanciullesca, scordando che il tempo è passato e te li ha resi inesorabilmente cambiati. Marrone è anche il colore che sceglieresti per tutti i miei indumenti, perché, forse, a livello appena percettibile ti ricorda i primi bagliori di luce che hai visto il 20 maggio 1927, in quel letto che è stato macchiato dall’amore di tua madre e dalla tua urgenza di uscire allo scoperto, la stessa di tutti i tuoi cinque fratelli.
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| Là, dove cantavano le allodole |
“Sassi, il paese dove sono nata, era un piccolo agglomerato di case isolato tra le montagne della Garfagnana, ma la sua vista era (ed è tutt’oggi) qualcosa che ripaga da tutte le scomodità del vivere lassù”. E io so che ancora ti fermi estasiata a guardare la nostra valle dalla chiesa con l’antico campanile, ogni volta che puoi permetterti di ritornare a quei luoghi segnati dai tuoi piedi scalzi di bambina, e sebbene ora tu viva poco distante, senti il richiamo di quel posto impregnato di favola dove dicono sia caduta la neve in una giornata di agosto, come un miracolo candido.
Hai respirato l’aria di un paese che, come dice il suo nome, non poteva infondere altro che robustezza e tenacia, potenziando le qualità che già avevi acquisito con il latte materno:
“Mia madre era veramente una donna forte, sia di spirito che di fisico e non avrebbe avuto nessun bisogno dell’ “ostetrica” di paese- a quell’epoca si chiamavano così le signore che non avevano studiato ma che ci sapevano fare, tranquillizzando le donne in preda alle doglie e garantendo che il parto si svolgesse in buone condizioni igieniche- ma questa accorse anche per me: mi tirò fuori, mi lavò, mi avvolse nelle fasce consegnandomi alle braccia di chi tanto mi aveva voluto, sopportando ancora il dolore ben noto, già provato altre due volte prima e nuovamente per due figli dopo di me, uno dei quali non ha raggiunto un anno di vita.”
Ecco il battito sbagliato del mio cuore. La guardo silenziosamente: io sono lei in quel dolore. Le parole non sanno come si solleva questo istante bloccato di un tempo che si è fermato: sanno dire “morte” ma niente di più. Lei, così attenta ad ogni incurvatura della mia bocca, mi ricambia lo sguardo e sa di aver un debito nei miei confronti:
“Non era come adesso. C’era il rischio di morire anche per malattie oggi ritenute banali, ma si era pronti a questa possibilità e anche il nostro dolore era di un’altra specie, di quella che tollera molto prima di esplodere, che ti corrode piano e non te ne accorgi, che ti fa sentire quasi banali cose che oggi tu non potresti nemmeno guardare in faccia. Voi giovani, al contrario, crollate per un nonnulla, pensando che vi sia dovuta una vita facile perché dovete spaccare il mondo.”
E’ vero quello che pensavo quando ero più piccola: la mia nonna è Lucinda Matlock che vive vicino allo Spoon River, fa il giardino, andando in giro, ogni tanto, dove cantano le allodole, e da sempre mi ripete la stessa cosa nelle favole e nei rimproveri: “Figli e figlie degeneri: la vita è troppo forte per voi. Ci vuole vita per amare la vita!”
Il peccato che commetto nei tuoi confronti è la mia fragilità: sono precaria nella serenità come quei castelli fatti di tante carte che scegli scrupolosamente dal mazzo ed esattamente sovrapponi l’una sull’altra , fino ad arrivare alla cima, dove una sola si merita di stare, e ad un certo punto, per vizio sconosciuto o noncuranza ne prendi una caso, ma, purtroppo, i suoi margini non sono perfettamente rifiniti e fanno crollare, appena la appoggi alla sommità, l’intero castello.
Le prime impronte |
La grande casa del “Pozzetto” è il ricordo più nitido della tua infanzia: due stanze sotto e due sopra per te e i tuoi tre fratelli, i genitori, il nonno materno - quello della fotografia che fin da piccola osservavo sopra la porta della tua cucina, affascinata dal suo sguardo che proveniva da lontano - e la donna che aveva sposato dopo aver perso la prima moglie (“una matrigna buona che mi ha cresciuto”, come tieni a sottolineare). Una famiglia numerosa che si allargava al di fuori delle mura domestiche, insegnandoti subito come si doveva trattare la gente e a riconoscere le persone dal taglio dei loro occhi: la merceria, il negozio di alimentari e il forno sono stati così per te non solo i luoghi del lavoro quotidiano e della fatica, ma sopratutto un lento apprendistato per avvicinarti al cuore di tutti quelli che ti sono passati vicino, comprando un gomitolo di lana, un po’ di farina o un bel pezzo di pane caldo, appena sfornato. Profuma ancora di te quel pane che ogni tanto torni a impastare poco dopo l’alba nel tuo giardino; non ha perso niente dopo tutti questi anni: il vento spande il fumo nell’aria fresca di una mattina di metà giugno; brucia la legna quel buco incandescente, produce fiamme, fa scintille e scoppiettii, ammucchia cenere con la stessa metodicità di allora. Ti dà sicurezza il fatto che niente sia cambiato là dentro, ma quel cibo miracoloso che ti teneva lontana la fame è adesso un di più che ti permetti di fare, quando i polsi non ti dolgono troppo. Chiedi alla Storia, non a me che sorrido quando ti vedo così affaccendata per una cosa in fondo non indispensabile, quello che si è perso di questo miracolo dove l’oro è diventato per noi deprezzata bigiotteria.
Il pesco vicino alla casa ti orientava attraverso le stagioni, nei minimi cambiamenti: quando infreddolita uscivi per la scomodità di un bagno all’aperto, i suoi rami stecchiti e apparentemente fragili si protendevano verso di te, come braccia amiche che voleva essere tue compagne di giochi durante l’autunno, o troppo carico di neve in quegli inverni che sembravano non passare mai, che sfidavi incappucciata con berretti e sciarpe pungenti. Grazie a quell’albero sai riconoscere il primo vento mite di primavera, quello che invoglia e incoraggia la comparsa dei timidi bulbi, e poi l’arrivo dell’estate, tempo da sempre troppo pieno di lavori nei campi per te, al ritmo allegro di filastrocche in dialetto e canzoncine popolari.
La tua passione per la lettura è nata in quei pochi anni di scuola elementare che si contano sulle dita, eppure tanto ti è rimasto dentro se ti sei spinta ad entrare nella grande biblioteca dello zio Alfezio, che solo già dal nome potevi confondere con un personaggio di un lunghissimo romanzo storico. Così che hai imparato a memoria indelebilmente, come un’antica litania in latino di cui si è perso il significato e ne rimane solo il vago suono, alcuni titoli di grossi tomi impolverati, finiti non sai dove: I miserabili, I misteri di Parigi, Il conte di Montecristo.
Su quei tempi pesa il carico dei 70 anni passati: entra e esce lentamente la tua memoria da quella piccola aula dove si mescolavano tante età diverse, perché non c’era spazio per le distinzioni rigide delle classi, ma tutti si potevano sentire un po’ più grandi o un po’ più piccoli a piacimento, intorno a quella stufetta alimentata con la legna che ognuno, a turno, ogni mattina doveva portare.
Il tuo sguardo basso durante la prima ora di religione, urlata da quel vecchio prete scorbutico che ficcava in testa formule vuote a suon di bacchettate sulle mani, osava alzarsi poi sui muri, sopra la cattedra, e fissare la foto che faceva irrompere nel tuo piccolo mondo di cose comuni e quotidiane la prepotenza di una Storia forse lontana ma capace di mandare, a tratti, echi sibilanti, come la richiesta di pagare la tessera delle "Piccole Italiane" o quella "Balilla" per poter andare a scuola: quell’uomo, di cui vedevi solo il viso, ti scrutava dall’alto della posizione che gli era stata destinata, e forse tu lo confondevi con uno dei tanti clienti di tuo padre, oppure ti era diventato ormai così familiare che, invece del solito saluto a schiena dritta e braccio alzato, gli avresti voluto indirizzare un semplice “buongiorno”. Non ti ha mai sentito quell’uomo, e nemmeno ha mai saputo della tua riverenza obbligata di ogni giorno. I re conoscono solo le masse, mille e mille facce confuse, sfuocate, e perciò identiche; non sanno quanto ai bambini piace vestire i loro panni con due stracci sdruciti addosso e giocare alle battaglie in mezzo all’oro di un campo di grano; non hanno mai avuto la fortuna di udire la vera voce del grande popolo da un unico cuore, che canta una fame stonata, a stomaco vuoto, tra l’erba ed il bestiame al pascolo: “Poco importa delle sanzion! Un pezzo di pane e un cipollon ...”. Adesso non ricordi altre parole, si sono perse nell’urgenza del vivere e del sopravvivere; svisceri il significato di quelle poche che ti restano in mente in maniera logica e fredda: l’Italia isolata e punita per una colpa di cui allora non sapevi niente e oggi anche troppo.
“Sapevo che c’era il re Vittorio Emanuele e Mussolini che comandava più del re. Questo e basta.”
Come è prepotente questa Storia! Spacca i portoni, entra nelle case e porta via la gente. Lascia un’unica preghiera impossibile: “Dimenticate i padri. Gli uccelli neri e il vento coprono i loro cuori.”
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Le lunghe ombre danzanti |
“Una notte non riuscivo a prendere sonno. Mi capitava raramente perché durante il giorno lavoravo duro una volta tornata da scuola, e, a cena, appena ripulito il piatto crollavo, sotto lo sguardo divertito di mio fratello Osvaldo. Quella sera però percepivo un’insolita agitazione nell’aria, sarà stata una musica lontana, non proprio una melodia: un sapore di festa, qualcosa che si avvicinava, ma più intensamente, a quelle feste paesane estive dove tutti ballano con tutti, si ride e si scherza, si allentano i lacci della decenza e gli occhi diventano furtivi come due ladri che adocchiano velocemente il bottino, e rubano una carezza o una bacio alla ragazza più bella.”
Ti rigiravi nel letto tra le coperte che ormai ti facevano sudare, residui di un passato inverno che si arrendeva alla nuova calura estiva. Il tuo maggio finiva, quel mese che adori, in cui sei nata; quello che più ti rispecchia: lo leggo dalla tua fervida passione per i fiori, il tuo debole per il ronzio degli insetti, il tuo naso raffinato che si droga degli odori della terra, i più nascosti, i meno percepibili.
Il tuo cuore prendeva la rincorsa e non si sapeva frenare. La tua fantasia gli bussava alle porte, gli chiedeva lo sforzo e il coraggio di violare il diritto paterno di non alzarsi dal letto durante la notte. Ma insistette poco, cedesti subito. Ti infilasti di soppiatto i vestiti della giornata, buttati con noncuranza sulla madia vicino al letto, e poi con il passo dei felini che sfiorano leggermente il suolo, ti avvicinasti al letto del Osvaldo sussurrando: “ Io vado a vedere cosa succede!” e lui, sempre molto meno impavido di te: “Il babbo te le suonerà di santa ragione”, e ancora tu: “Meglio! Così balleranno più a lungo quelli che festeggiano in paese!”. Via! Veloce sulle tue gambe agili che saltavano siepi di mirtilli e sassi pericolanti: oltre la staccionata di casa, sul viottolo di fronte al cortile di “Martino, reduce di guerra”, su per il poggetto dove tuo fratello Leo una volta schiacciò una vipera, e poi ancora in una corsa sfrenata sulla strada principale, con la curiosità che alimentava il fiato e ti spingeva avanti, e Osvaldo che ti richiamava indietro, non riuscendo a stare al tuo passo, spinto dalla stessa voglia di quella trasgressione da bambini, piccola, ma abbastanza grande, da marchiare il flusso delle tue memorie con un segno stenografico e deciso.
“Arrivammo a San Rocco, la chiesa del nostro paese. Già da lontano si intravedevano bagliori di fuoco e ombre che si allungavano e tremavano sul sagrato, incatenate in girotondi, oppure fuse l’una nell’altra in abbracci che si muovevano a ritmo della musica di tre filarmoniche e alcuni tamburelli. C’era solo gente grande, nessun bambino, ma io non mi sentivo fuori luogo e nemmeno un’estranea, anzi avevo la strana sensazione di stare per scoprire qualcosa di grosso, un segreto che gli altri bambini neppure potevano sognare nei loro letti.”
Nonna, a volte la fantasia si blocca perché sbatte contro i muri di una realtà troppo più astuta e maligna. Le si spezzano le ali e rimane a terra, ignorata e calpestata da tutti, affogata in una pozzanghera di acqua sporca, dove galleggia tra qualche moscerino morto e un mozzicone di sigaretta. So che tu la volevi raccogliere quella volta, per rimetterla nell’unico libro illustrato che ti eri permessa di comprare e custodirla così al sicuro, coccolata da una bellissima fanciulla dalle trecce lunghe e un principe che scende da cavallo. Non so se ci sei riuscita. Se adesso fisso dentro l’iride dei tuoi occhi forse conosco la riposta. Triste come una festa rovinata dalla pioggia.
“Mi avvicinai al macellaio del paese, amico del mio babbo, che saltellava in maniera strampalata, con un fiasco di vino rosso in mano, e senza spiegare il perché ero lì, domandai: “Cosa festeggiate?”; l’uomo mi guardò dall’alto in basso, come a dire che quello era il mondo degli adulti e io mi ci ero intrufolata senza chiedere il permesso; poi dopo un lungo sorso di vino mi rispose: “Bruciamo il Negus!” e indicando in alto, sopra le nostre teste, scoppiò in una risata fragorosa, tanto che la moglie, vicina a lui, lo strattonò per azzittirlo. Ma quella era la festa di tutti gli italiani e ognuno poteva fare quello che voleva: il vino e la guerra li avevano resi completamente sbronzi.”
Scorgesti quel fantoccio di stoffa nera appeso ad un filo che collegava due alberi di fronte alla facciata della chiesa: lo stavano consumando le fiamme e gli arti, scrupolosamente ricostruiti si polverizzavano in cenere che volava per l’aria. Era buffo come certi vestiti di carnevale che avevi visto indossare solo ai figli del dottore, quelli che “di roba nell’armadio ce ne avevano anche troppa”, e allo stesso tempo, rassomigliava sempre di più a quei teschi inquietanti che una volta il parroco ti aveva mostrato nell’ossario del cimitero. Nero, nerissimo: scompariva nella notte.
“In realtà non capivo cosa stava succedendo e perché facevano tanto chiasso! Non era mica carnevale in fondo?”
Invece sì. Era lo spettacolo del carnevale dietro le quinte, quello non mostrato ai bambini, quello in cui non si ride più e la bocca diventa un ghigno che sputa sangue e bava. Le maschere allegre di Arlecchino e Pulcinella saltellavano ancora sulla scena e si davano finte bastonate, ma se si squarciavano le tende del fondale quello che si vedeva era qualcosa di totalmente diverso, avrebbe fatto urlare di paura.
“ Solo domandando al babbo seppi che cos’era la guerra di Abissinia e la conquista italiana. Me lo spiegò brevemente il giorno dopo, mentre arrotava una falce per andare a fare l’erba agli animali.”
Poco più in là della tua casa, a qualche metro, quella sera “Martino il reduce” non riusciva a prendere sonno come te, ma a differenza di te, lui una volta aveva sbirciato dietro le quinte e la sua faccia era diventata una maschera grottesca e deformata. Non aveva più le gambe e aveva concentrato tutta la sua forza nella parte superiore del corpo: nelle mani, nelle braccia, nella bocca che sempre più spesso spalancava per dire cose che in molti ascoltavano, attese come i responsi dell’oracolo delfico. Tu non lo udisti ma quella sera lui cantò dal suo letto, immobile, con gli occhi sgranati: “Faccetta nera, bell’abissina ...”.
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Tra padre e figlia Non passava giorno che non seguivi tuo padre nei campi quando tornavi da scuola. Eri microscopica dietro quell’omone dalle spalle larghe, dalla camminata veloce e decisa che batteva il suolo troppo conosciuto, con la sicurezza di chi sente di appartenere fisiologicamente ad un terreno che l’ha sfamato e dissetato, un luogo che non nasconde più nessuna insidia, perché ogni cosa è familiare e amica. Mi ricordo del mio bisnonno in quella foto in bianco e nero, sgualcita dalla nostalgia: il suo viso scolpito come una roccia arsa dal sole e levigata dalla pioggia, gli occhi come due pozzi artesiani che esplorano profondità a me sconosciute, una bocca che non sorride spesso per mantenere il contegno del ruolo paterno. E’ difficile far coincidere questa immagine con quella che devi avere in mente tu, quando mi parli delle intere giornate passate a falciare l’erba nei campi, sotto il sole di metà giugno, quando tutto ciò che ti sta intorno ha i colori di un quadro che nessuno potrebbe mai dipingere perché troppo perfetto. Il vostro silenzio interrotto dal fruscio dell’erba che cadeva a terra tagliata o dall’abbaiare del tuo cane, la Vespina, che sfortunatamente hai perso troppo presto per colpa di un morso di vipera, era una colonna sonora insopportabile per te che hai il temperamento della persona di compagnia, a cui scappa sempre una parola vivace che come un sasso rotola via, trascinandosi dietro altre parole fino a formare una valanga, una di quelle narrazioni-fiume che ancora oggi ti contraddistinguono e fanno sorridere gli interlocutori del momento.
Mi piace pensare che c’è stato un giorno in cui ti sei fermata ad ammirare tuo padre, appoggiando la falce a terra e passandoti una mano sulla fascia rossa che sulla fronte teneva indietro i tuoi riccioli neri folti e ribelli. Probabilmente avresti voluto dire tante cose, sbilanciarti un po’ per far sentire la tua presenza, come, ognuno a loro modo, facevano gli altri tuoi fratelli: Leo con le sue marachelle, Osvaldo con le sue improbabili malattie che nessun dottore avrebbe mai potuto curare e Fosca con il suo ampio sorriso che riconciliava con il mondo chi lo incontrava.
C’erano tante domande che rimanevano bloccate sul punto interrogativo della tua curiosità: osservavi sempre tuo padre nel chiarore del giorno, anche troppo manifesta era la sua forza fisica, la sua perseveranza nel portare a termine ogni lavoro iniziato, ma alla sera, quando dovevi andare a letto, ti risucchiavano i pensieri del buio: non sapevi collocare tuo padre nella Storia, lui che non urlava, come Martino reduce di guerra, bestemmie o esclamazioni gioiose; non si vestiva elegante per tenere pubblici discorsi nella piazza dalla fontana zampillante, non portava il fazzoletto rosso al collo alla maniera del Grillo Rosso, l’estroso poeta del tuo paese che scriveva come parlava quel dialetto di cui ogni tanto rispolveri qualche modo di dire.
Tuo padre nell’ombra della Storia. Mai esposto al sole di mezzogiorno delle chiacchiere e delle promesse, dei favori che aspettano una dovuta ricompensa. Fuori dal cono di luce abbagliante per scelta, con la motivazione che ripeteva frequentemente: “Ho una bella famiglia da sfamare”. La dimostrazione del suo affetto era tutta chiusa in quelle parole, che solo adesso tu sai aprire e guardare nella loro stupefacente verità, e i tuoi occhi si muovono veloci per sfuggire ai miei, ora che sono abbastanza grande da sapere quanto bruciano i sentimenti sotto braci tenui ma mai spente, che non hanno liberato una fiamma tale da radere al suolo i paletti del contegno e dei ruoli, che non hanno ridotto a cenere quelle mura contro cui rimbalza attenuata l’eco di un banale “Ti voglio bene”.
“Successe una mattina verso la fine dell’anno scolastico. Frequentavo la quinta e l’anno dopo avrei abbandonato per sempre i banchi di scuola per dedicarmi interamente al lavoro dei campi, seguendo mio padre con i muli in montagna.
Ormai sapevo leggere e contare: un bel traguardo per quei tempi!
Entrò la maestra, una donnina rispettabile e dolce: quel giorno avrebbe interrogato per l’ultima volta e da quella interrogazione sarebbe dipeso il voto finale e nei casi più delicati la bocciatura o la promozione.”
Ti fermi un momento e ti rispetto. So che sceglierai di dire tutto l’essenziale nella maniera più semplice.
“La maestra ordinò con un insolito tono duro: “Si alzi la Lea”, ed io rimasi un attimo perplessa perché mai mi sarei aspettata di essere interrogata! Ero una delle prime della classe e molte volte alzavo la mano per rispondere alle domande più difficili. In piedi, davanti agli altri bambini, riandavo con il pensiero a quei lunghissimi scaffali di libri della biblioteca dello zio Alfezio, da lì passavo alla bottega della mia mamma e facevo scorrere con le dita il grosso pallottoliere colorato, che lei teneva sotto il banco, aiuto necessario per i calcoli più complessi. Per me ciò che tu oggi chiami “cultura” era qualcosa di concreto, spicciolo, tangibile come un pezzo di pane venduto per una manciata di monetine. Fissavo la maestra ed ero sicura di me fino a quando lei mi fece la prima domanda, la prima di una lunga serie che aumentava di difficoltà dopo ogni mia risposta corretta. Non ressi per molto. Non ricordo per quanto la mia voce teneva testa in spavalderia a quella della mia insegnante, ma arrivai ad un punto in cui non capivo nemmeno più cosa mi veniva chiesto e le sue domande rimanevano punti interrogativi sospesi a mezz’aria, su cui calava il mio silenzio e quello degli altri miei compagni, che di sicuro non conoscevano le risposte.
Infine mi ordinò di tornare a sedere ed io lo feci senza fiatare. Sentivo su di me gli sguardi degli altri e presagivo la conseguenza di quella che solo in apparenza era stata una futile prova.
Il giorno delle pagelle arrivò presto. Nella bacheca fuori dalla porta della scuola, il mio nome in rosso spiccava tra gli altri della mia classe in quella lista che categoricamente fissava i “promossi” e i “respinti”. Lessi a fatica quel “Respinta” che mal si addiceva alla Lea che amava i libri ed era un “contabile” affidabile nella bottega. Mi rodeva un senso profondo di ingiustizia, quella specie che ti porta alla rabbia e all’odio ... ma verso chi? ”.
Il tuo viso basso, attento a non incontrare gli occhi dei compagni un po’ maligni che sicuramente ti avrebbero preso in giro, guardava i sassi della via che ti portava a casa: ogni tanto il tuo piede, in un accesso di furore, ne colpiva uno che finiva di rotolare poco lontano. Arrivasti a casa e il silenzio che ti accolse ti rivelava già tutto: in famiglia sapevano che eri stata bocciata. Non avrebbero mai potuto immaginare però la tua vergogna e l’umiliazione davanti a tuoi compagni, quelli che per cinque anni ti avevano guardato dal basso, gli stessi che avevi aiutato nei dettati e nelle operazioni in colonna. Solo Osvaldo ti si avvicinò, con il suo solito fare tra il canzonatorio e l’affettuoso, dicendo: “Se mi fai un sorriso ti svelo una cosa ...”. La tua curiosità nuovamente messa alla prova non seppe resistere nemmeno questa volta e la tua bocca si allargò mostrando i denti bianchissimi.
“E’ stato il babbo a chiedere alla maestra di bocciarti, prendendo per pretesto l’ultima interrogazione difficilissima. C’ero anch’io quando si sono parlati sulla mulattiera dietro San Rocco. Lui ha chiuso dicendo: “Grazie signora del suo favore.” ... Lea! Lea, dove corri? ”.
Furiosa ti vedo correre alle stalle dei muli, in cerca di quell’omone che ti ha buttato nella vergogna. Lo trovasti là a spazzolare un mulo: stesso sguardo serio e pensieroso, stesso fare pacato e imperturbabile.
Scavalcasti quel muro dei ruoli: non eri più una figlia davanti ad un padre, eri la tua rabbia fatta persona che gridava l’ingiustizia, spregiudicata e disinibita:
“Perché mi hai fatto bocciare?”
Tuo padre non rispondeva mai subito. Passava un arco di tempo immerso nel silenzio prima che aprisse bocca. Questa volta non fu così.
“Rifarai la quinta perché solo in questo modo posso darti un anno di istruzione in più. La cultura è l’unico cannocchiale che ci permette di guardare lontano.”
Dopo l’ultima carezza al mulo, quella che tu così raramente hai provato sulla tua pelle, quell’omone prese i suoi arnesi e uscì fuori alla luce di un tramonto che ancora oggi non hai scordato, sebbene tu ne abbia visti moltissimi altri.
Guardasti lontano, molto lontano, forse lontanissimo, oltre l’orizzonte.
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Libertà: l'ho vista dormire nei campi coltivati, protetta da un filo spinato |
Rosso. La prima mestruazione e l’identico colore dell’imbarazzo; il nastro della domenica tra i capelli; il rossetto troppo sfrontato che appena messo viene lavato via per timidezza; le carcasse appese a testa in giù che sanguinano nel retro della bottega del macellaio; il vino forte, corposo e d’annata; le braci del forno che cuoce lento il pane; l’incendio del tramonto che si vede nelle belle giornate e brucia le nuvole che si attardano sulla Pania; il filo che cuce e ricuce gli strappi del tempo e forse non lo sa ma sta ricamando un sogno.
Nero. L’abito del prete che parla di peccato e di remissione della colpa; la notte senza stelle in cui Tonino vide la volpe che gli sbranava le galline; il carbone che cadeva quando meno te lo aspettavi dalla cappa, nera, del camino; il mal di denti che hai provato quando l’unico rimedio era sperare che passasse; le more che raccoglievi nella pausa del lavoro nel bosco; i tuoi capelli, lunghi, ondulati e folti; un po’ crespi per essere ribelli, un po’ disciplinati dalla spazzola per farsi guardare dai primi ragazzi. Lo stesso filo che cuce e delimita quel sogno, lo recinta; lo costringe a essere uguale a quello di tutti. E so che tu non lo vorresti, perché sei una sognatrice.
Quanti colori contengono i tuoi ricordi? Sono i pastelli, gli acquerelli o le matite che li chiazzano schiarendo il nero e scurendo il bianco?
La tua memoria è un fiume carsico che affiora, si nasconde e riaffiora alla superficie; ha impennate come il tempo, che quando non lo vorresti ti scappa via e diventa simile all’acqua di mare che raccogli nel palmo della mano: più stringi e più non trattieni niente.
Parlami dei tuoi colori, dimmi se cercavi anche tu il tesoro dove finiva l’arcobaleno.
“Nelle giornate in cui ero libera, mi ritrovavo nella piazzetta di Sassi con i miei amici. Bastava un piccolo gessetto rosso per inventarci un gioco che occupava tutto il pomeriggio. Tracciavamo in terra un rettangolo diviso in tante caselle, ognuna numerata: giocavamo a “mondo” o “campana”. Sì, ci sono: ti immagino saltellare tra un numero e l’altro; essere più avanti dei tuoi compagni di infanzia, grazie a quel senso di competizione che ti ritrovo appiccicato addosso quando giochi a carte con il nonno o invochi il numero che ti manca per fare cinquina nella consueta “tombolata di Natale”.
E vado oltre, immagino di più. Collego, abbino, sento le voci e le incollo su un viso che ho visto, un nome che ho sentito. Io sono dentro la tua giornata e sono sicura che proprio in quel giorno hai avuto la notizia. Qualcosa si è rotto in quel mondo così perfetto e calcolato. Poteva essere una casella sbagliata, un numero che, impazzito, girava su se stesso e diventa periodico e infinito. Le linee di gesso si sbiadivano e non vedevi più molto bene il confine tra te e gli altri, o forse diventavano talmente nette che ti isolavano da tutto. Eri sulla casella numero sette quando sentisti dire che al padre della Santina avevano fatto bere l’olio di ricino. Una delle donne che portava a casa il bucato, appena sciacquato nel pozzo pubblico, si ferma e fa crocchio con le altre: confessa il segreto che già corre per le vie del paese e bussa alle porte degli incubi che non sanno evaporare in fumo e ma si cementano, diventano resistenti a tutto, indistruttibili come quei gufi imbalsamati dagli occhi spalancati. Ti fermi ad ascoltare: curiosa e stimolata da tutto quello che può renderti più consapevole, come tutt’ora sei.
“Sentii che dicevano che quelli del Fascio lo avevano aspettato sulla soglia di casa, quando rincasava dopo il lavoro. Era già notte da un pezzo, perché Ugo faceva il lavoratore a cottimo, cioè si spaccava la schiena finché non aveva finito l’opera iniziata al levar del sole.”
Li confondo neri nella notte scura più di loro. Parlano bisbigliando, come nel gioco del nascondino. Lo arrestano prima che possa aprire la porta e poi lo spingono dentro. Tutti dormono e l’oltraggio non sveglia nessuno perché striscia in silenzio con la coda della prepotenza. Seduto su una sedia, Ugo non dice nulla, conosce la macchia rossa che deve lavare dai suoi panni lisi. L’olio è inghiottito dalla gola e sprigiona il suo gusto terribile. Finisce in uno stomaco che non ha mai mangiato più di tre fette di polenta nei giorni in cui le campane suonavano a festa. Cura la malattia, l’indigestione di chi mangia poco e pensa molto, la sete di chi vorrebbe colmare il bicchiere di ogni onesto lavoratore con la stessa quantità di vino.
Ti sento deglutire, immobile nella casella numero sette. Pensi che sei fortunata: a tuo padre non gli è mai successo; nonostante non sia amico di quelli del Fascio e non abbia fatto nemmeno la tessera, come ti ha da poco spifferato tuo fratello Leo.
“Quel giorno capii che qualcosa stava cambiando. Mi resi conto che gli uomini del paese non erano tutti uguali. Insomma, come se fosse stata tracciata una riga in terra: chi stava da una parte e chi dall’altra. Non sapevo bene collocare tutta la gente di Sassi rispetto a questa riga. In pochi sbandieravano ai quattro venti le loro simpatie politiche. Uno di questi era il Grillo Rosso, poeta che scriveva in dialetto. Quando un giorno quelli con la camicia nera andarono da lui minacciandolo di non so cosa se non faceva la tessera del partito, lui rispose: "Il Grillo, se viene messo in gabbia, non canta più!". Era uno spirito libero, un socialista con simpatie anarchiche, uno che diceva e scriveva sempre quello che pensava. Non aveva paura di nulla lui!”.
Mi guardi e sorridi di quel sorriso beffardo e stuzzicante, che vorrebbe ancora essere interrogato per ritornare sulle parole appena lasciate. Invece non ti chiedo niente, perché il quadro è già tutto dipinto e persino incorniciato: una finestra aperta, un uomo di spalle che scrive su un foglio ingiallito e accartocciato, l’ultimo di una pila di altre carte dello stesso tipo; tossisce a tratti, infastidito dal catarro del troppo fumo. Entra un soffio di vento dalla finestra, che diventa sempre più forte, fino a che non sparpaglia tutte le carte e le fa volare fuori, all’aria aperta, perdute. Stupendamente libere di cadere chissà dove; di impigliarsi su un albero; di finire in un giardino ben curato; di essere stracciate da un mulo carico che è spronato sulla strada della chiesa; di bagnarsi in un’umida giornata garfagnina e fare a pugni con la nebbia per farsi spazio; di perdere l’inchiostro e imbrattarsi del colore del pesco fiorito in primavera; di sporcarsi della polpa della ciliegia in mano a qualche bambino. Lette e dimenticate, perché nulla hanno da insegnare e tutto da imparare.
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