Miriam


  Terza generazione


  Lettera a tre generazioni

  Gaber ci diceva che la sua generazione ha perso. Tutto sommato non è male, la mia non ha neppure mai lottato; cresciuti a merendine e cartoni animati giapponesi, destinati fin da piccoli ad una crescita fatta di vacanze – studio in Inghilterra, pomeriggi a scuole di calcio, scuole di balletto, piscine e campi da tennis, e poi licei e ripetizioni per essere sempre i migliori, e l’università per diventare tutti medici, ingegneri, professori, avvocati, giornalisti, registi e pittori.
E’ disonorevole essere una commessa, una parrucchiera, un impiegato. Figuriamoci poi avere un figlio operaio, quasi meglio drogato. E allora qual è stato il salto che ci ha portati tutti ad essere intrappolati in un malessere attutito da cocaina, alcool e psicofarmaci, nell’ alienazione e nella solitudine totale?
I nostri nonni hanno visto la guerra, la fame e la miseria, sono stati ragazzini che hanno imbracciato i fucili e sono scappati in montagna.
Non avevano nulla, solo un’idea e un sogno da difendere, non avevano che la consapevolezza che nulla avrebbe potuto essere peggio di così e l’ingenuità della speranza e della propria dignitosa ignoranza.

Nonostante la tragedia di un paese intero da ricostruire, dei morti che non si finivano mai di contare c’era la speranza del futuro, un futuro migliore per i propri figli, i nostri genitori. Una speranza che prendeva la forma di una 500 e della televisione, ma che prendeva anche la forma delle lotte per i diritti dei lavoratori (e non tutte senza morti), della fede cieca nel partito e nella Casa del Popolo, ed anche nei sogni degli italiani popolati da Anita Ekberg ne “ La Dolce Vita”.
I nostri genitori si sono trovati in mezzo: dietro di loro un’ Italia povera, ingenua e contadina, di fronte un mondo sprezzante di sé fatto di contestazioni e di rivoluzioni.
Bisognava scegliere il nuovo, era la storia che lo imponeva. Non fu semplice lottare contro un sistema sociale vecchio e ottuso, ma lo fecero. Ed anche se non era la seconda guerra mondiale, qualche botta la presero. Qualcuno la prese in modo diverso ed ecco gli anni settanta, con le sue centinaia di morti e i migliaia di feriti tra poliziotti e ragazzini, di destra e di sinistra. Ma nel frattempo l’ Italia aveva riconosciuto la propria dignità di paese laico; avevamo il divorzio e l’ aborto legale, diritti impensabili fino qualche anno prima per il nostro paese.
Poi siamo nati noi, negli anni del riflusso, gli anni della tv commerciale, dei morti di eroina e dell’incubo dilagante dell’ AIDS. Erano appena passati gli anni di piombo e delle stragi di stato, Ustica e Bologna una ferita aperta e sanguinante ma nascoste tra le pieghe di una società oramai stanca delle troppe morti. La mafia continuava a uccidere ma era lontana, giù in Sicilia, e comunque non se ne parlava.
Ma a noi era riservato un mondo dorato e i nostri eroi erano Holly, Mila e Shiro, Creamy e Memole dolce Memole. I nostri genitori avevano dimenticato le lotte e si erano seduti in poltrona a guardarci mentre guardavamo la televisione.
Pensavano forse di aver fatto tutto quello che potevano per noi, per noi era riservato solo un comodo futuro in discesa.
Forse per questo non abbiamo mai imparato a combattere, abbiamo creduto non fosse necessario, e che tutto ci fosse dovuto.
Un bel giorno abbiamo scoperto che non è così…e prendiamo coscienza del fatto che non saremmo mai tutti giornalisti e avvocati. Ma a questo punto che cosa dovremmo fare con le nostre lauree in mano?
Iniziamo a fare master, corsi, stage … giriamo come trottole in un mondo che pensavamo dovesse accoglierci a braccia aperte e invece non ha alcun bisogno di noi, e per il quale siamo solo numeri senza diritti e dignità.
Come può essere? Noi siamo sempre stati i migliori…siamo i più istruiti, conosciamo le lingue eppure … non siamo nulla … e siamo soli.
Già, perché essendo cresciuti con i miti della televisione non abbiamo più nulla in cui credere e pur avendo in tasca telefonino e ipod siamo disperati.
Noi siamo la prima generazione che guarda di fronte a sé e non vede né futuro né speranza, di nessun tipo.
Impossibile avere un reale ideale politico, impossibile pensare a farsi una solida famiglia, impossibile cercare di guadagnare facendo quel lavoro che sognavamo e per il quale abbiamo studiato. Buio, nero e valium. Soli, incapaci anche solamente di trovare qualcuno con cui condividere il nostro malessere e con cui costruire qualcosa per combattere. Soli davanti a schermi sempre più grandi e sottili, a guardare il Grande Fratello, a navigare su internet, a chiederci cosa ci facciamo qui.



Ore 6 e quarantacinque  

Stamattina, alle ore 6 e 45, mi godo la mia prima sigaretta: a stomaco vuoto e a letto. Fantastico.
Finalmente ieri sera ho deciso che non avrei smesso di fumare, dopotutto non me lo merito.
E in culo a tutti quelli che non fanno che biascicare che devo smettere di rovinarmi i polmoni.
Anche se dall’altra parte del letto Luca s’incazza.
Comunque, è ora di alzarsi.
Doccetta, caffè bollente, che mimetto oggi "cazzo non ho più niente da mettere", baciobacino amore, e poi via.
Bus delle 7 e 38, gonfio di umanità incazzata, e poi incontro con Marco: appuntamento ore 08.30 al bar della piazza. Lui è già lì: alto alto, magro magro, capelli un pochino dopo le spalle.
Marco è il tipico esempio di nordico alternativo deluso, vegetariano, non beve, non fuma. L’unica sua ragione di vita è il nostro progetto di riqualificazione delle risorse socioculturali.
Ha degli occhi lunghi e tristi, gli pesa avere trentadue anni e vivere di contratti a progetto.
“ Buongiorno, cosa prendi? Dai, cappuccio e brioche, che stamattina pago io?”
Non potrei proprio permettermelo, ma almeno così sorride…
“Grazie, ma io non bevo latte … solo un succo di mirtillo … e un cornetto integrale se c’è … col miele.”
Io sono già al terzo caffè e sigaretta a stomaco vuoto, ma la mattina proprio non riesco a mangiare nulla, vabbè, mi verrà fame più tardi, ma il mio compagno di colazione si incazza. Dice che almeno qualcosina dovrei mangiare ....
Come il mio precario collega ce ne sono pochi: lui è venuto qui in Umbria da Milano perché una sera ha incontrato sulla tangenziale una ragazzina polacca di quindici anni gonfia di botte, si è fermato, si è fatto raccontare la sua storia di papponi, poi l’ha presa e la notte stessa l’ha portata in macchina da sua sorella a Monaco obbligandola a nasconderla lì per non so quanto tempo. Tornando poi a Milano gli è preso paura e la sera dopo mi ha chiamata, mi ha raccontato tutto e mi ha chiesto se potevo ospitarlo per un po’.
Poi non mi ha più detto cosa è successo alla ragazzina, cosa ha combinato la sorella ma in compenso si è preso un bell’appartamento e si è trasferito qui.
Dopo colazione, appuntamento in Provincia, ore 10.00. Stiamo lavorando da sei mesi ad un progetto, ma dopo tagli, rielaborazioni ecc. siamo ancora qui a penare.
Il responsabile ci accoglie alle 10 e 45 – scusate, una riunione importante - con tutta la cordialità dei suoi centodieci chili, ci ascolta, annuisce, risponde quattro volte al telefono, tre volte al cellulare aziendale ed una a quello personale, chiama una stagista alta, bionda riccia e sorridente che va a fare sculettando le fotocopie del progetto mentre noi siamo congedati con un “Benissimo, ne parlerò al direttore, stiamo andando bene, possiamo vederci tra tre settimane, prima non posso dirvi nulla di definitivo …”
Marco ha un sussulto. Dovevamo decidere tutto oggi: non può aspettare tre settimane … deve sapere subito se può contare su quei soldi oppure no, ne ha bisogno … proprio come me del resto.
“Scusi, forse non crede sia un po’ tardi definire il tutto tra tre settimane? Il progetto dovrebbe partire a settembre, massimo ottobre. Possiamo sapere almeno se ci sono almeno possibilità concrete di realizzazione? ”
“Il direttore è negli Stati Uniti, tornerà tra due settimane, per cui prima di tre settimane non potrò dirvi nulla di preciso. Mi dispiace.”
Anche a noi. Vabbé. Salutiamo cordialmente e ce ne andiamo tristemente.

Squillino. Luca ha finito i soldi. Richiamo: “Ciao amore! Dimmi, mi hai cercata?”
“ Come è andata?”
“Boh, sembra bene, ma prima di tre settimane non sapremo niente …”
“Cosa!?! Ma se è da sei mesi che andate avanti tra tira e molla … abbiamo bisogno di quei soldi, cazzo!”
“LO SO, LO SO! Ma che altro possiamo farci? … Marco è più nero di me …”
“ Si ma minchia, con cosa lo paghiamo l’affitto noi tra un po’? I soldi che abbiamo non ci dureranno ancora granchè, ed io non riuscirò ad essere pagato ancora per tre mesi!”
“Tre mesi? Ma come …”
“ Ragioni di bilancio, sti stronzi: vabbè, ne parliamo a casa, è inutile spendere ancora soldi. Mangiate a casa?”
“ No…tra un’ora devo andare alla SNAI.”
“E’ vero…fatti pagare stavolta, anche se con quel che prendi ci paghiamo forse la spesa di un mese … Ciao amore.”
“ Ciao.”
Rabbia infinita e quinta sigaretta, ore 12 e 30.
Come non lo pagano ancora per tre mesi …
“ Tutto bene Marti?”
“Sì, no…bè insomma … soliti casini di soldi.”
Marco sembra ancora più triste di me … anche lui conosce bene la storia. E lui non ha neanche qualcuno con cui dividere affitto, spese & dolori …
“ Bè, dai mangiamo. Io ho fame. Una piada dal Porcone?”
“ Sì dai. Non ha molto senso fare altro adesso..”
Il Porcone è il padrone di una sorta di baracchino dove a prezzi onesti si può mangiare decentemente: il suo nome non è dovuto né a carenze igieniche né a morbosità sessuali…è semplicemente un uomo molto tranquillo con un solo difetto: assomiglia incredibilmente ad un maiale: chi ha visto Delicatessen e si ricorda il macellaio può capirmi.
“Buongiorno ragazzi. Piada salsiccia e cipolle?”
Marco sorride: tutte la volta è la stessa storia …
“No grazie, sono vegetariano…piuttosto vorre i…”
“Niente carne? Allora una piada formaggio e crudo?”
“ Non posso mangiare neanche il prosciutto … mi dispiace … Va bene solamente con il formaggio … E una bottiglietta di acqua minerale, la ringrazio …”
Piggy Boy sembra deluso, poverino …
“ A me invece va benissimo la piada con salsicce e cipolle…e mi da anche una birra, una Moretti, sì quella da 66 … Grazie.”
Piggy Boy mi guarda orgoglioso come si guarda una figlia che ha preso 9 in un compito di matematica: Marco come al solito mi guarda inorridito.

Ci sediamo sui gradini del Duomo e iniziamo a consumare il nostro lauto pasto. La conversazione è sempre la stessa …
“ Sai cosa penso Marco? Gli anni dell’università sono stati quattro anni di forche caudine: a cosa servirà mai una laurea in filosofia? Perché non hai fatto ingegneria o economia … che lavoro troverai mai con una laurea del genere?
Oggi invece questo democratico precariato colpisce tutti. Economi, filosofi, letterati, ingegneri. Tutti a spasso … in qualche modo è confortante, no?”
“ E il brutto è un altro … non è che ai più meritevoli è destinata una maggior fortuna. A chi può mai servire un bravo dipendente da assumere a tempo indeterminato, a cui pagare stipendi decenti, contributi, tredicesime ecc … quando si possono trovare eserciti di stagisti ?”
Già, gli stagisti: animali da macello desiderosi di spaccarsi la schiena pur di dimostrare di essere all’altezza del lavoro e anche di più, che non fanno la minima piega di fronte alla dodicesima ora di lavoro, sempre sognando a loro volta, ma segretamente e nel profondo del loro cuore, un contratto a tempo indeterminato? Nel frattempo va bene una piccola proroga dello stage, magari un rimborso spese, due o trecento euro, poi fra qualche mese un co.pro a cinquecento euro ... E poi quel che conta è fare esperienza, no, anche a trentasei anni, poi se non si fanno dei sacrifici, se non ci si dimostra flessibili e dinamici … non si avrà mercato sul posto del lavoro.
Quando ero piccola ascoltavo per ore le storie dei partigiani, storie che parlavano di diritti dei lavoratori, di scioperi, di botte e celerini … Io cosa potrò raccontare a mio figlio se un giorno potrò permettermi di averne uno? Di come ci si piega a fare stage su stage, di come si sia costretti a dire sempre sì, di come non si trovi più il tempo di far nulla al di fuori dei nostri quattro lavori, per racimolare quegli 850 euro al mese, sufficienti appena per sopravvivere senza concedersi neppure il lusso di sognare un mondo diverso …
Siamo troppo stanchi per farlo, troppo mortificati …
L’unico pensiero che abbiamo è come pagare l’affitto il mese prossimo.
Conversazioni e pensieri da birra.
Ore 13.30, settima sigaretta, è arrivata l’ora di schizzare al lavoro: terminalista alla SNAI fino alle 19.30. Per fortuna oggi è giovedì, e non ci dovrebbe essere quella bolgia di subumani incazzati …
“Ciao capo! Giorno di stipendio?”
“Sì Martina però c’è una cosa che non va …”
“Cosa non va?”
“ Hai preso 786 euro questo mese, quasi il doppio del solito.”
“ Sì, Chiara e Laura avevano gli esami e ho coperto dei loro turni …”
“ Bè, sì … dovreste evitare di spartirvi così le ore, poi avrei problemi con la direzione, già non apprezzano il fatto che qui dentro siate in sei, non riuscirei a tenervi tutte se continuate a fare così.”
“ Va bene, ma capita che ci sono dei periodi in cui uno ha più impegni di un’altra, una volta è Laura che ha un esame, una volta sono io che devo aiutare Luca a fare i servizi …”
“ Non so cosa dirvi, ma cercate di mantenere più o meno tutte lo stesso numero di ore, altrimenti mi mettete nei guai, ok?”
“D’accordo …”
Mi fa un po’ pena Dario, il mio capo; credo che odi il proprio lavoro e che odi ancora di più la gente con cui ha a che fare, ma con un figlio piccolo è un po’ difficile fare gli schizzinosi. Per quanto mi riguarda, ho fatto così tanti lavori che difficilmente ne trovo uno che mi disgusti particolarmente.
“Allora sono in totale trecentoquindici euro … le scommesse dell’altro giorno? Come sono andate?”
“ Non mi dire niente, porca puttana … tutta colpa di quei fottuti crucchi di merda!”
“ Cosa? Hai puntato sulla sconfitta dell'Italia con la Germania?"
“ Beh, Se perdeva vincevo 536 euro … non male, no?”
Un'altra figura tipica della fauna locale: Mario, 36 anni, operaio con una laurea in giurisprudenza, vive con suo padre, non ha una donna o qualsiasi altro apparente interesse al di fuori delle scommesse. Gioca dai centocinquanta ai trecentocinquanta euro al giorno, non so dove prende i soldi perché il suo stipendio gli basterebbe a malapena per quattro giorni di gioco. Dario dice che oltre ad avere debiti con la metà dei clienti abituali, ha bruciato in tre mesi trentamila euro che la madre gli ha lasciato in eredità. Ogni giorno mi dico che dovrei impedirgli di giocare, Chiara, Laura, Cinzia, Lucia, Mary e anche Dario sono d’accordo con me, ma non possiamo: il nostro compito di terminaliste è fare bollette non le psicologhe, come ha detto il direttore quando al corso di formazione (ebbene sì, per lavorare alla SNAI bisogna fare un corso di formazione) gli abbiamo chiesto come comportarsi in questi casi, anche se Lucia è laureata in psicologia con 110 e lode .

“Ciao amore, come stai, ti sono mancata vero?”
“ Ciao, ha chiamato tuo padre…sarà un’ora fa.”
“ Lo so, mi ha chiamata al cellulare ma non ho fatto in tempo a rispondere, e non avevo abbastanza soldi per richiamarlo. Che ti ha detto?“
“ Il solito, mi ha chiesto come stavamo …”
“ E se avevamo bisogno di soldi vero? Tu che gli hai detto?”
“ Che ce la cavavamo … comunque ha detto che agli inizi è sempre dura, che lui si ricorda bene, che oggi per i giovani è un disastro, e che se vogliamo c’è quella casa, ecc. ecc.!”
“ Se ci sposiamo vero? NO, NO, NO! Ma perché non si fa i fatti suoi!”
“Lascia perdere, è fatto così … non ti arrabbiare … abbiamo già abbastanza casini. Piuttosto c’è una bella notizia. Mi ha chiamato Giulio, la prossima settimana vado a lavorare con lui.”
“ E dove vai?”
“ Marocco, un po’ in giro…due settimane, 130 euro al giorno, spesato, e forse stavolta mi fanno anche firmare le foto …. non male, no?”
“ In Marocco? Ma come … e poi che cazzo, non dovevamo partire tra quindici giorni per andare qualche giorno da Giorgio e Barbara a Trento? Saranno due anni che non facciamo un po’ di vacanze, e quando partiamo? Poi non lo so se posso cambiare il turno di ferie...Non è giusto!”
“ Lo so…ma che ci posso fare? Sono quasi duemila euro … ci farebbero proprio comodo…Perché non vai tu da sola intanto, poi appena posso ti raggiungo…anche a me dispiace amore … dai, non essere triste…magari senti domani se puoi cambiare periodo . …”
Luca ha 29 anni, e fa il fotografo naturalistico (ma con concessioni a varie ed eventuali in caso di fame nera) freelance. Stiamo insieme da quattro anni, da uno e mezzo conviviamo.
Ci siamo innamorati perché pensavamo di essere due anime libere, sognatrici e pronte a cambiare il mondo: da un po’ abbiamo smesso di pensare alla rivoluzione per cercare ossessivamente di permetterci una casa con colazione, pranzo e cena. Molto di quel che proclamavamo di non fare mai neanche sotto tortura, siamo finiti a farlo per sopravvivere; così io sotto natale vado a fare la promoter per la Nestlè nei centri commerciali (guadagnando in un mese l’equivalente di quattro mesi di lavoro alla SNAI) e lui va a fotografare i convegni di Forza Italia. Non osiamo riconoscere neppure a noi stessi quanto tutto questo ci deprime, ma cerchiamo di andare avanti sperando che un giorno …
Ma questo giorno sembra non arrivare mai.
“ Sei arrabbiata?”
“ No, no amore … però … uffa … E’ sempre così … Ma almeno cosa andresti a fotografare?”
“ Oh, i parchi naturali…dovrebbe essere molto bello…perché non vieni anche tu?”
“ Magari … ma non so se posso assentarmi per due settimane, ma non sarebbe questo il vero problema…quanto costa il biglietto?”
“ Non so, ma con le linee low cost …”
“ Credimi, costa sicuramente troppo, e Giulio di certo non può permettersi un biglietto inutile”
Dopo una cenetta a base di pasta col tonno preparata da Luca – sembra appurato infatti da recenti studi sociologici che gli uomini non sappiano cucinare altro – iniziamo a contare quanti soldi ci rimangono.
Nel portafoglio ho 48 euro, nel cassetto 120,00 più l’assegno da 786 euro. In banca dovrei avere 72 euro circa.
Luca ha 67 euro nel portafoglio, 100 nel cassetto, 284 euro in banca, un assegno di milleottocento euro in arrivo, ma tra tre mesi, un altro di quasi duemila sempre tra tre mesi se va bene.”
“Totale 1.447 euro”
Angosciante.
Sufficienti appena per un mese e mezzo di sacrificio totale. I miei scarsi quattrocento euro del mese prossimo non bastano neanche per l’affitto, ammesso che noi si viva mangiando i fiori del giardino e mettendo nella macchina acqua piovana per i prossimi due mesi. Sui soldi del progetto non posso fare il minimo affidamento.
“ Magari mi chiamano a fare una supplenza … no, e poi vai a vedere quando mi pagano … E’ quasi impossibile ... Cristo Santo, come facciamo?”
“ Non lo so.”
Quando Luca dice “non lo so” significa una cosa sola.
Che è arrivato veramente al limite, che quel suo ottimismo a volte anche un po’ ottuso è definitivamente defunto.
Quel che rimane, non lo so.
Non l’ho mai visto così.
“ Dove vai?”
“ A fare un giro, sennò inizio a spaccare tutto.”
Rumore di gomme che sgommano: scommetto che ha fatto fuori anche un paio di piantine di rosmarino.

Ore 23.45, sedicesima sigaretta: Luca è in giro da quasi due ore, ed inizio anche a preoccuparmi un po’.
Non so davvero cosa fare, potrei iniziare a dare ripetizioni, ma non credo servano a molti delle ripetizioni di storia e filosofia, potrei cercare lavoro in qualche bar ma non ne sono proprio capace, mi licenzierebbero dopo tre ore …
“ Ciao amore, sono tornato, scusa per prima …”
“ Stai tranquillo, non importa…ti sei calmato un po’?”
“ Sì, sì … mi hanno chiamato i miei, mi hanno sentito un po’ giù di morale e mi hanno chiesto cosa c’era, io gli ho detto che avevamo un po’ di problemi …”
“ E … no! No! No!”
“ Beh, si sono offerti di darci un duemila euro … per aiutarci …”
“No cazzo! Se io non peremetto ai miei di darci una lira non lo devi fare neanche tu, porca puttana! E tutte le belle parole sulla nostra indipendenza, dove le hai messe? Nel water tirando poi lo sciacquone?"
“ Vuoi morire di fame, Cristo santo? E poi non li ho chiesti io, me li hanno offerti loro …”
“Grazie al cazzo, se sanno che il figlio muore di fame anche i peggiori genitori assassini danno i soldi ai figli!!!
“ Stai calma … cosa dovevo dire, che stavamo benissimo, che facevamo l’idromassaggio con lo champagne nella Jacuzzi mangiando aragoste ripiene di ostriche? Se permetti sono i miei genitori, e se tra di noi non ci scanniamo come a casa tua, cosa ci devo fare? E poi, se proprio lo vuoi sapere, soldi o non soldi, mi fa pena come tratti quei poveri vecchietti. Sei assolutamente ridicola!"

Ok. Adesso non ragiono davvero più. Non ho più neanche la forza di dire una sola parola.
Così faccio quello che faccio sempre in questi momenti di crisi nera.
Prendo e mi chiudo a chiave in bagno.
Se Luca ne ha bisogno va dai vicini fino a che non ho voglia di uscire, di solito dopo due o tre ore.
Del resto non è colpa mia se in un bilocale questo è l’unico posto in cui posso restare da sola.



Sceneggiatura in cerca di attori ...  

Una piccola stazione palesemente abbandonata .
E’ una cupa e nebbiosa serata invernale.

Il tutto è girato in bianco e nero, e finirà con i due ragazzi che si sdraiano sui binari a ridere sguaiatamente e amaramente fumando e bevendo.

Arriva un ragazzo (Danilo), con una valigia. Si siede su di una vecchia panchina. C'è già un altro ragazzo, con un grosso zaino. Sembra aspettare da ore il treno, è infreddolito e parla molto poco (Fausto). I due non si guardano ... sembrano non accorgersi l'uno dell'altro.
Danilo ha un vecchio eskimo, la barba lunga e dei pantaloni a zampa un po' sdruciti ... ha l'aria di un fricchettone sui trent'anni. In un primo tempo Danilo sembra essere molto sicuro di sè, ironico ma quasi arrogante, per poi diventare di colpo nevrotico e disperato.

Fausto sembra avere non più di vent'anni, è vestito in modo dimesso, da " boy scout". Il suo atteggiamento è inizialmente scostante, insicuro e spaventato dall' esuberanza di Danilo, in seguito diventerà isterico parlando in modo sconnesso.

Passa ancora un po' di tempo ... i due guardano il vecchio orologio rotto della stazione ed ogni tanto Fausto guarda un vecchissimo orario dei treni.

Danilo si siede sulla panchina accanto a Fausto, tira fuori dalla tasca della giacca una fiaschetta di whisky, butta giù un lungo sorso poi si prepara una sigaretta e l' accende. Fa cenno di offrire una sigaretta a Fausto, ma con un altro cenno Fausto rifiuta, palesemente infastidito dall’offerta di Danilo.

Breve dialogo tra i due:
D." Non arriva ..."
F. " No ..."

Passa altro tempo, i due continuano a guardare orologi e orari.
Danilo ad un certo punto inizia a ridere nervosamente ...
D." Eppure mi avevano detto che passava ..."

Fausto continua ad assumere la sua aria compassata e leggermente allucinata.
"F. Già...anche a me."

Danilo smette improvvisamente di ridere: assume un’aria arrogante e guarda Fausto quasi con disprezzo e parla in tono perentorio.
D. " Che facciamo? Ce ne andiamo"

Lunga pausa. Fausto si chiude a riccio nel suo piumino, guarda fisso di fronte a sé, dopo circa mezzo minuto risponde molto timidamente.
F." No ... io …  non posso ..."
D. " Dove devi andare?"
Fausto sembra triste ... confuso ...
" Ho una ragazza che mi aspetta ...il treno prima o poi dovrà arrivar e... mi aspetta ... Anzi me l' ha detto lei che avrei potuto anche prendere il treno qui ... e tu?"
D." Oh ... beh ... io devo tornare a casa ... ho finito gli esami ..."
F. " Mi sembra di sentire come un fischio ... è il treno ... eccolo ..."
D." No ... è troppo lontano."
F." Allora cos'è ?"

Danilo inizia a cercare nelle tasche dello zaino qualcosa, poi trova e tira fuori un pacchettino di stagnola. Contiene un grosso pezzo di fumo ( dado da cucina ...). Inizia a " far su" e continua a ridere sempre più nervosamente.
D. "Non lo so!"
F. " Sembra strano che non ci sia nessuno ..."
" Forse è tardi ... saranno tutti già a casa ... già dev' essere così ... ma laggiù in fondo ... è una luce? E' il treno che arriva?"
D." No ... è solo una macchina ..."

Fausto continua a guardare l'orologio ... Danilo continua a farsi con cura la sua canna, l'accende. Sembra non essere più così tanto preoccupato per il ritardo del treno forse troppo preso dai suoi pensieri. Passa la canna a Fausto, che prima la guarda quasi atterrito, poi l'accetta ... fa due o tre tiri ... tossisce ma sembra più rilassato.
D." E se non arriva?"
F." Deve arrivare per forza ... dev'essere solo molto in ritardo ... ci dev'essere stato un incidente, magari grave ... magari un morto ... o una bomba ... comunque prima o poi dovrà arrivare ..."

Lunga pausa tra i due. Danilo fumando inizia a cambiare atteggiamento, sembra diventare triste … malinconico …
D. "Forse è meglio se questo treno non arriva … almeno per me...anche se non so davvero dove andare ... non ho più le chiavi dell'appartamento ed i miei amici sono andati tutti via ..."
F. " Perché questo cazzo di treno non dovrebbe arrivare? Elisa mi ha detto che sarebbe passato qui ... o ci credo a quello che mi dice Elisa ..."

Danilo riprende a bere dalla fiaschetta di whisky ... fa un'altra canna e la passa a Fausto che inizia a fumare avidamente.

" E quando Elisa ti avrebbe detto di prendere questo treno?"

Fausto prende la fiaschetta e fa un lungo sorso. Inizia a ridere sguaiatamente, scompostamente …di colpo si trasforma diventando isterico …
" Non lo so ... una settimana ... no ... un mese ... forse tre o quattro mesi fa ... l'ultima volta che l'ho sentita ... ma perché avrebbe dovuto prendermi in giro così? Solo perché sono un fallito? Perché non sono neanche in grado di trovarmi una donna se non su una squallida chat ... Non è colpa mia … è che sono loro…le donne…pensano tutte che io sia uno sfigato … ma non è così … non sono un frocetto papa boy come dicono tutti … anch’io voglio scopare…Elisa lo sa … ma mi prende in giro … non si fa mai viva … solo quando pare a lei … poi il buio … il vuoto … non si può fare l’ amore con una webcam … no? Basta farmi le seghe guardando le sue tette…”

Danilo si fa serio di colpo. Si alza e inizia a camminare su e giù ...
" Mia sorella è morta ieri. Non torno a casa mia da sei anni. Non mi ricordo neppure più dov'è il mio paese, né come sono fatti mio padre e mia madre. Li odio, ma volevo bene alla mia sorellina. E adesso è morta a venticinque anni … lei era l’ unica che mi voleva bene davvero … che mi tirava fuori dai guai…che mi difendeva … che mi capiva … era lei che mi passava i soldi per vivere, quando quei due stronzi hanno smesso di mantenermi … con il suo misero stipendio di cameriera di uno sperduto buco di culo della provincia di Catanzaro … diceva che dovevo diventare un grande avvocato per farla pagare a tutti quelli che ci prendevano in giro quando eravamo piccoli, perché eravamo figli di contadini che non sapevano neanche leggere e scrivere … e adesso è morta ….

Fausto inizia a guardare Danilo un po' spaventato ... sembra sconvolto dal suo brusco cambiamento ...
F. "Mi dispiace ... non avrei mai immaginato ... ecco non mi sembrava prima che tu fossi ... che tu stessi così male, ecco..."

Danilo ignora completamente quello che gli dice Fausto ... si mette a sedere per terra, incrocia le gambe ed inizia a piangere ...

Segue un lunghissimo silenzio tra i due. Fausto guarda nel vuoto davanti a sè ... Danilo seduto per terra continua a piangere.
Poi ad un tratto passa un treno, velocissimo ... che non si ferma.
Danilo e Fausto si guardano, poi scoppiano a ridere. Fausto si alza, prende in mano il grosso zaino e si sdraia sui binari.
Riprende a sghignazzare nervosamente.
F. "Così il prossimo treno non lo perdo di sicuro ..."

Danilo si alza, ha ancora il viso bagnato di lacrime. Si sdraia anche lui sui binari. Accende due sigarette. Una la passa a Fausto.
D. " Già ... sembra l' unico modo" .



  home back