Miriam


  Corpo e coscienza


  Alla ricerca di un qualche tempo ...

 

Questa lettera è per chi come me si sente stanco.
Stanco di tutte queste parole, persone, giochi e movimenti che passano davanti agli occhi.
Stanco di questo tempo schiavo di se stesso e del proprio divenire scheletrico ed infinito.
Perché chi è stanco sa che cosa vuol dir questo vorticare di giochi e pasticcini che passano per passare, che svoltano ad ogni angolo di vento, che scendono a catena su scalette di vetro azzurro tinto …
Perché chi è stanco e non ne può più di balocchi fragili esige tra le sue mani bambole di legno solide come il tempo antico del ferro, e fuochi sempre accesi in vecchi focolari restii a bruciare del tutto, fuochi che esigono vestali curve, vecchie e pazienti nel delirio di una castità surrogata di brace e di sogni incerti.
Il tempo di oggi è un tempo dai mille colori senza luce e senza ombra alcuna, e chi è stanco come me di questo tempo non può voler altro che sfuggire nel delirio del dono del malato e dell’imperfetto, di chi dalla società è relegato al tempo dell’ora e del qui, del mai e del non posso più.
Un tempo innocente, cerchiamo un tempo innocente e morente, un tempo assoluto ed inconsueto, un tempo morto e non più raggiungibile, un tempo ingrato eppure regalatoci dal sogno del per sempre … Cerchiamo il tempo del domani ed il tempo del c’era una volta, mentre il tempo di oggi è un tempo del vortice dell’infinito andare e dell’infinito tornare tra giochi di potere e giochi di dovere, giochi di essere belli e giochi di essere tanti senza essere mai se stessi, ma solo altri in altri, per altri e con altri.
Cerchiamo il tempo dell’assoluto dolore, il tempo dell’assoluto amore ed il tempo dell’assoluto infinito del cuore.
Cerchiamo il tempo dello sfidare un destino che non ci appartiene, cerchiamo il tempo del combattere chi ci vuole incastrati in un falso tempo del dolore e del sapore …
Cerchiamo il tempo del saper vivere.



  E' come se fossi morta ...

   

“E’ come se non respirassi più …”

Poi nulla. Non rispose, non si mosse, nulla.
La stanzina del terzo piano oramai non vedeva aria fresca da un paio di giorni, bicchieri vuoti e cicche ricoprivano buona parte del tappeto, e tutto era ormai così opprimente da non aver più neppure la forza di odiare.

“E’ come se fossi morta.”
“ Forse lo sei davvero. In ogni caso non vedo perché dovresti venire a raccontarlo proprio a me.”
“Questo non ti interessa. Per me l’importante è solo che tu lo sappia.”

Matite, fogli bianchissimi, colori ben ordinati. Com’era diversa da lui la sua scrivania.

“Lui dov’è?”
“Neanche questo dovrebbe interessarti.”
“Già.”

So che non mi capisci. Neanche io ti capisco.

“Dunque. Ricapitoliamo. Te ne vai. Perché sei tu che te ne sei andata. E non solo te ne vai. Ma hai anche il coraggio di tornare qui. Di tornare per piangere. Ma il bello è che a me questo non interessa. E adesso per favore, aspetto Mat.”
“In questo porcile?”
“Tu sei entrata, no?”
“Già. Io sono entrata qui. Qui dentro.”

Ed era questo che non tornava né per me, né per lui. Il fatto che io fossi lì.

La gatta era lì per noi
Curiosa di tutti quei baci
E musica dal sapore swing
Suonavi soltanto per me.

Ma un giorno te ne sei andato
Ed io non vissuto più
Ora vivo soltanto perché
Ho ancora il tuo maglione blu.

Io adoravo comporre poesie buffe. Lui rideva come un pazzo. Poi si sdraiava accanto a me.
Ecco, solo ora lo ricordo. Allora, non ci facevo caso.



  Ora è forse il momento del silenzio

   

Il mio corpo è una sfida per tutti voi,
infermieri, musicisti e professori,
nell’ attesa che si riveli
nel delirio dell’esplodere di un attimo,
il mio corpo è freddo,
è una colonna bianca di marmo
in una piazza di città deserta,
il mio corpo muore
sfaldato da un futuro ingessato
ed avvolto da tanti fogli  scritti,
il mio corpo non sorride più
e resta fermo  a guardarsi
e a cercare
di sentire sé stesso vivere e respirare …
Il mio corpo è un soffio d’aria
Che vorrei non ti sfiorasse mai.
per il mio corpo non esiste più amore,
Troppo rumore e troppa confusione,
ora cerca solo il silenzio,
silenzio e nient’altro ...



  Padre raccontami

   

Raccontami la storia degli anni passati,
dei tuoi occhi,
delle dita tra le pagine dei tuoi libri.

Cosa te ne fai
di questa figlia così silenziosa
nel tempo tuo più lungo.

Il tempo di oggi è così ingrato
Ma la tua voce sa parlare,
e cosa te ne fai di una pagina bianca?

La mia anima è di fuoco,
il tuo spirito sa di terra antica,
cosa vive in me di te, padre?

Vive l’inquieta certezza della vita,
del tuo gioco splendido e antico,
dell’amore più grande,
che hai dato a me,
padre.


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