Giulia

 

La bambina compatta  
   

Quando tornavo da scuola, si parla di una quindicina di anni addietro, ero veramente contenta di trovare Donata a casa. Donata era la nostra donna delle pulizie e la seconda madre di mia sorella, in un certo senso. Una donna dai capelli ricci, di un rosso impossibile, impossibile come la bocca grande, e gli occhi aguzzi, da volpino appena seviziato. Ogni giorno mi faceva trovare crepes salate e pasta al burro. Era il mio pranzo. Suppongo me lo preparasse molto prima del mio arrivo, considerata la consistenza unta del parmigiano sopra la pasta. Mi mangiavo tutto sul divano, alla maniera degli antichi romani, cercando di assumere la posizione giusta, che ricordavo dal libro di storia. Con lei ero cattivissima. Mi facevo servire, guardavo i puffi, sentendomi una bambina fortunata. Lo ero. Avevo una televisione in grado di aprirmi al fantasmagorico mondo dei puffi, un piatto di pastasciutta unto da mangiarmi a strafogo e una donna delle pulizie che cucinava per me senza mandarmi al diavolo come avrebbe tranquillamente fatto qualsiasi persona con un livello di autostima nella norma. Ero una bambina stronza. Fiera della mia condizione sociale. Al tempo non la chiamavo certo così, e neanche ci pensavo in questi termini, ma credo di averne avuto chiara l’ impressione: io sono fortunata. Io mangio la pastasciutta. Mi guardo i cartoni animati. Ho una certa autorità su una donna che cucina per me e non mi rimprovera. Non so se vi potesse essere del sarcasmo in una bambina mediamente agevolata e di sensibilità medio-alta che ancora non aveva letto nulla. Però era questo che sentivo. Lo sentivo e mi turbava. Come è bello, ad esempio, andare al super mercato, avere la possibilità di scegliere i biscotti che più mi piacciono. Come sono calde le luci dei negozi, le luci dei lampioni in centro, di sera, e come mi tiene caldo il mio cappotto, mentre li guardo illuminare i viali verso casa. Quanto quaderni ho, quanti! Come è bella la mia mamma, quanto mi fa ridere ...
Donata ... La odiavo. Forte soltanto come si può odiare il proprio prigioniero.
La odiavo perché era passiva e si muoveva molleggiata, facendosi danzare tutta, piacendosi molto. Mi piaceva molto. Depressa, malinconica, francese. Sensuale. Il sesso per lei era fondamentale ed i rapporti con il suo uomo quotidiani
Chissà se Donata era felice. Ero piccola. Ero una bambina, e sarei diventata una donna diversa dall’immagine che Donata mi rimandava attraverso il riflesso violento di ogni spostamento piccolo della sua carne.
Mi faceva incazzare, Donata. Non era mai nervosa, eppure sembrava perennemente stanca. E anche quando le capitava di piangere, pulendo le piastrelle della cucina, era bella.
Invece le donne della mia casa erano e sono tuttora diverse. La sottoscritta, sua madre e sua sorella, per quanto distanti anni luce l’una dall’altra, hanno un tempo per tutto, e c’è sempre un tempo per tutto. Quando hai le mestruazioni, sei gonfia e tiri calci alle porte. Quando riesci in qualcosa, invece, diventi automaticamente insopportabile, sei irrefrenabile. Quando hai bevuto, vomiti, e fai pulire a qualcun altro. Se sei innamorata, sei sola. Funziona così, da sempre.
Ma per Donata era diverso. Per molte persone credo lo sia. Molte persone sanno o hanno avuto modo di concedersi qualche sfumatura in più, nella vita, nei loro gesti e forse anche dentro la loro testa.
Così era Donata, che si concesse. Si concesse quando mi fece notare che ero una bambina grassottella, seppur graziosa. Mi parlò. Mi disse che anche per lei il peso era un problema, lo era addirittura per le sue figlie, anche se bellissime.
Timorosa mi rivelò due segretucci infallibili per supplire ai chili di troppo e metterla nel culo a tutto il mondo: tirare la pancia forte forte, per tutto il giorno. E bere. Bere bere bere senza paura, per pulire via tutto il grasso del mondo.
Al discorso della pancia non credetti mai.
Per ciò che riguarda il bere, invece, ancora non ho smesso.
Una mattina finii per pisciarmi a letto senza neanche accorgermene. E fu proprio Donata a sorprendermi satolla di liquido, quasi informe sul materasso completamente zuppo, mentre stringevo una bottiglia di acqua minerale come se fosse il mio orsacchiotto preferito.
Ci scambiammo un’occhiata sporca, piena di dolore.
Poi Donata morì nel giro di pochi mesi, cancro. Non ricordo in che parte del corpo.
Spero non la pancia. Mia sorella tenne il lutto per molto tempo, e un silenzio stretto in bocca che mi svegliò per lunghi anni, nelle notti più ventose, quando mi capitava di pensarla.
Io in compenso di bere non ho ancora smesso. E non credo sia riconducibile a Donata, o a tutte le donne che non sarò mai capace di amare.  


A scuola mi è sempre piaciuto andare, ma preferivo dire ‘alla scuola’. ‘Io vado alla scuola’, come a dire ‘mi unisco una divinità ancestrale, mi aggrego ai pellegrini in marcia verso la purificazione, mi ci voglio mettere tutta, in te, tutto-scuola, pieno di tutto, di tutti, evviva la scuola’. Ero brava, competente, ogni volta azzeccavo le risposte giuste. Studiavo a memoria, puntuale come un bidello di altri tempi. E priva di sfumature, ovviamente … Non sottovalutavo nemmeno i compiti di religione, sia mai! E ci tenevo ad accompagnare il riassunto delle parabole con disegni accurati, che avessero sulla maestra un certo effetto di meraviglia. Avevo successo, ero metodica, nel piacere e nel farmi piacere tutto. Portata ad esempio. Agli altri, altri bambini zeppi di sfumature. Diversi, ancora una volta, da me. Bambini che a volte si dimenticavano di studiare, che si inventavano delle bugie, che già allora erano incasinatissimi, nell’infame ruolo di assistenti sociali dei propri genitori. Bambini per i quali la scuola rappresentava una fra le tante boiate che occoreva imparare a gestire, e possibilmente veloce, visto l’andazzo…
Bambini bellissimi, che mi piacevano.
Bambini sfumati, dei quali, e credo a ragione, mi sfumò presto pure l’amicizia e la complicità. Avevo soltanto una amica, si chiamava Luisa. L’intera classe la disprezzava, perché era una stravagante e inopportuna. Si strappava il capelli per la maggior parte del tempo e il resto lo passava a giocarci. Con uno sguardo tra il diabolico e il patologico, lei si rigirava il capello sacrificato fra le dita, tirandolo e muovendolo alla maniera di una corda per saltare, instancabile. Un po’ mi faceva paura, ma mi piaceva. Mi piacevano soprattutto le sue alzate d’ingegno, come quella volta in cui in classe si stava parlando di nei e lei pensò bene di mostrare al suo amato un neo piccolo. Fu un affronto quando si tirò giù le mutandine esordendo con un ‘non ci credi? Guarda un po’! ...’. La marcò a vita. Le permise di ottenere la mia amicizia per sempre. Luisa non ci ha mai creduto all’affetto che nutrivo per lei, e in parte suppongo avesse le sue buone ragioni; il mio avvicinamento iniziò per il fatto che anche lei, come me, era una esclusa, e di lei sostanzialmente era l’aspetto folcloristico a interessarmi; se fosse di punto in bianco diventata normale probabilmente le avrei tolto il saluto senza pensarci un istante. Ma Luisa normale non ci diventò mai. E anche adesso, che è più democristiana di La Malfa e si è tinta i capelli biondo platino, la saluto ancora con immenso piacere.
E ha tantissimi capelli, se la cosa può interessare a qualcuno.
Se li è strappati per tanto tempo, ma sono ancora lì, più forti.


Con il mio corpo, con l’universo dei corpi, avevo un rapporto deleterio, tutto avviluppato in una morsa di considerazioni continue, sfiancanti. Trascorrevo ore intere a pensare a cosa potesse significare averlo veramente, un corpo. Non lo sapevo. Avevo una fantasia accesa, sì, soprattutto durante le ore diurne, fra l’ora di aritmetica e italiano, o a catechismo, oppure dopo l’imperdibile appuntamento con il ‘puffi’, oppure nel rimirare la figura di Donata, la donna delle pulizie. Come era bella…
Nonostante questo, perdurai nel vedermi bambina per lunghissimo tempo: ciò che il corpo sentiva veniva di getto tradotto in asserzioni sulla vita, si dava fuori di me finendo con il non riguardarmi più. Era il mio modo per crescere senza sentire forte il senso di colpa, perché io, il senso di colpa, proprio non l’ho mai retto. E non mi sarei potuta permettere di sommare a quelli semplici che interessano la sfera degli affetti, sensi di colpa riguardanti il sesso. I miei nervi da sempre a fior di pelle avrebbero ceduto e sarei morta bambina. Invece sono sopravvissuta, perché facevo l’opinionista e di me stessa mi dimenticavo. Quando ricevetti la mia prima e credo unica dichiarazione d’amore avevo dieci anni, al matrimonio di una delle tante babysitter cielline che mi toccarono durante l’infanzia. Questo bambino decantò i miei occhi ‘belli perché guardano dappertutto’ invitandomi poi a una passeggiata al parco. Ero lusingata, davvero. A tratti commossa. Ma l’indomani al telefono rifiutai decisa, dovevo vedermi con Luisa, non potevo proprio. E anche negli anni dell’adolescenza la mia risposta fu più o meno sempre la stessa: ‘mi dispiace, non posso, ho un impegno, devo studiare, in questo momento voglio solo divertirmi ...’
Appunto …
Con chi? Con quale corpo?

 

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