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| Scoppiare
mai: ovvero: i segreti non esistono. La moltitudine non glielo dice |
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| Uno spazio inutilizzato:
salvezza delle giovani e trepidanti teste in via di sviluppo. Mesta carenza
di tutto e il sodalizio stanco della testa più bella perché
vicina al divenire per sempre. Eterno ammucchiare e poi distruggere. Una
danza spregevole; le teste si muovono, vomitano, mangiano soldi. Di seguito.
Gli insetti promessi si stesero allora su un letto di foglia azzurra.
A riposare. Stecche di note e reali a battere il tempo di un’occasione
sprecata. Nessuno lo sospetta. (Il sorriso più bello che avessero
mai incontrato si distrae un attimo e comincia la lenta agonia della verifica).
Il sorriso in divenire si allontanò (materno). Rifugio nell’abitacolo
di pietra in una notte fragile. Abbracci sprecati come desideri di cobalto
pronti a farsi sbranare: l’infanzia che brama, senza convinzione,
punita dal silenzio, divenne flaccida curiosità. Mai appagata?
I sorrisi che si annusarono, sigillati, iniziarono a dimenticarsi. Preziose,
le teste degli insetti sorridenti. Tali che vien voglia di pensarla infinita,
quella deconcentrazione. ________Attesa: conseguenza di Dama - Delicatezza:
sempre indecisa, come il suo ventre. |
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| Donna | ||||||
Di meno è meglio. Ho provato a tratti a pensare al bene e alla premura. Ma non ci sono riuscita. Il meglio è di meno. Di ciò che mi aspettavo sintetizzerò le parole più d’effetto. Il meglio è uno schermo gigante su un sentiero di note conosciute; che parli di me quando ne ho bisogno. Al meglio finto pulito. E il mio sentiero di note che non mi conosce si perde qualcosa. Riuscita ai livelli estremi di un’infelicità che è tale perché latente. E inutile. Come far sembrare effettiva la miseria dei vermi. Sono cambiata. Le mie mani dai sentieri dalle note conosciute mi amano. Mi amano, e con questo è tutto! … Ne ho bisogno … Sono meglio di un albero e più ironico. Vedo di più. E meglio. |
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| Saburai |
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Cos' è che
inizia come un sussurro, |
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| Padre (di fronte al suo prodotto alieno) |
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Il “Grillo” ha smesso di parlare |
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| Dall’esame di una donna che non vuole parlarmi |
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Attieniti alle condizioni
di verità, |
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| Insetti nel simposio di luglio | |||||||
Emozione: definizione in potenziale di ciò che non finirà mai di far vibrare chiaro uno sguardo ridicolo. Chiaro che forse ho esagerato. Adesso che sono un corpo semiattivo non mi interessa. Vomito,prurito,acidità all’acqua di rose, al limite sei morta inadeguatamente e non è colpa mia. Vero è che io mi ingombravo. Pubertà fetida + odore di incenso ____ pericolo = La spaziosità e la libertà d’azione sono condizioni necessarie per preoccuparsi della morte e allestire. Quella che sarebbe dovuta essere la cerimonia del distacco. Denti praticamente identici: perline cinesi. Fili ed ago. Mi tengono nella colla dei loro occhi bianchi. |
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| Come nuova |
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Scorro come pietra
levigata ai margini del ricamo di una serata silenziosa. Seduta. Perfetta.
Coprotagonista di una strada del simil-entroterra marchigiano, filo di
rimbalzo pure ora, avanti e indietro, nella casa musicale di cui sono
l'Ospite; in cui tengo nelle mani cose e ne trattengo altre. Cercando
di non ridere. Di non piangere. Di non parlare. O parlare troppo. Nella
quale mi capita che possa anche piacermi pensare a tutto ciò che
ho conosciuto. Che voglia immaginarlo infranto per sorprendermi dell'impatto.
L'impatto non viene. Forse non è di questo mondo:ritagliato sulla
garza pesante del santissimo giorno pasquale. Non ne ho più voglia.
Dell'impatto, intendo. |
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| Analisi | ||||||
Se dovesse continuare così. La mia 8 a cassettini. In uno sassi sporchi, nell'altro perle e fili e poi nell'ultimo niente, perché fa studiato e io studio a meditare e imparo a ridere anche se non è divertente. La terra. Chiaro chiaro il chiaro chiaro bianco come uno spazio chiuso in cosa. Mi stai curando? Mi strappavi i capelli. Come bambole alle quali gli occhi non si chiudono mai. Il suo gioco è a tratti divertente. Allineare l'ordine degli oggetti come corpi fermi aiuta a migliorare la qualità dell'esistenza. Nulla di nuovo. Ripeti. Al più mi ascolterò per sempre e l'aver potuto mi concerà alla maniera più appropriata. Alla fine del semiovale, trovandomi sospesa, ascolterò il sibilo della conchiglia e mi ubriacherò. Sensazione mistica. Quella di non essere in me e saperlo solo io. Evidente alla maniera dei nastri rossi quando sognano i percorsi. E petali di rosa costruzione di festa. Un attimo di vicolo euforico e la folle corsa all'indietro. Nel tempo; domani tutti mi vedranno morta. Se riesco a perdere tutto è una promessa. Allora perché il cuore mi batte dappertutto? Lo sento soprattutto nelle ginocchia, dentro le mani. Sembra una biglia, vetro impazzito. A volte una palla che rimbalza. Fa muovere. È l'abbondanza di un rito che si ripete ogni giorno uguale. Le lenzuola si spostano. Non sanno della rissa su valli buie e del castello che si illumina ad intermittenza. Di rosso. È il mio stupore ad inchiodarmi. A commuovere. Ma proprio quando non riesco a urlare, lei dorme. Allora rientro veloce a scatti traballante; tento un approccio; la pancia dal respiro di diamante. Così prezioso. Carne slegata si appresta alla tregua. Durerà sempre troppo poco. Poche ore e sarà caos. |
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| I capelli fragili fanno paura |
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Lui cammina silenzioso |
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| Il narcisista alla festa di una femmina | ||||||||||
Ho iniziato col valutare ogni
stelo di pianto fissato alle pareti. Ero costretto. Non mi piaceva l'aria
del posto. Era stretto. E giallo. Ho iniziato così. Con lo scagliare
emergenze,con il rovinare la festa; una sorta di missione biblica: avanzare
pretese direttamente ai profili, a nasi proprio bellissimi, ma che non
sanno vedere. Allora argino. Perché le sovrastrutture incattivite
dei morti hanno deciso per me, decretando una lontananza comoda per il
contorno, ma avvilente per il sottoscritto … Non vedono. Io resto
impalato; tortura medievale. Proprio non capisco; come uno spirito bisognoso
possa essere allontanato in una maniera tanto irrevocabile quanto violenta!
Non ci si accorge di ciò che richiede la fragilità,della
quantità di cura che occorre rimettere nell'opera salvifica dei
puri. Io sono un puro. Sono una cosa vibrante, che pesa, che ha bisogno
di uscire. Sono l'unico e ho tante proprietà. Tantissime, innumerevoli.
E gigantesche, comiche, apprezzabili in senso universale. Comunque. So
aspettare; nella bramosia lucida indottami dall'impotenza del luogo, fremo
e osservo ogni spostamento intorno. I bicchieri,le bottiglie vuote, ciò
che è fermo mi parla, riconoscendo la mia grandezza e condividendo
con me una schizofrenia inevitabile, costruttiva. Gli uomini mi feriscono.
Mi ferisce la loro non curanza. Io sono uno, sono qui per loro, sono un
corpo armonioso all'occorrenza meccanico, urlo, fumo, mi esibisco in elaborazioni
visive dal potenziale estetico forte, sono qui per la condivisione caritatevole,
per una concessione rara, oggettivamente imperdibile … votatomi
alla rappresentazione della sola cosa che possiedo …, in cambio:
miseria, e un frizionamento malsano. Che non mi riconosce, ma che intimamente
sospetta la vicinissima divinità. Hanno paura. È evidente
che sono troppo anche per loro. |
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| Katana |
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Impugnata la katana
- neonato stretto contro il seno di un gemito infranto, disperdo con amore
il tavolino di questo bar; lucido. Disperso. Divoro i pezzi di vetro rimasti.
Mangio tutte le sospensioni che portano al delirio, alla commiserazione,
alla violenza. Distruggo. Infilzo. Massacro l'acerbo. Piango. Ogni interruzione
mi ispira, mi inspira, mi inchioda e mi libera. A correre lontano dove
il rimedio diventa necessario, un'icona bluastra, nido d'agosto, divoratore
d'uteri in fiamme. I capetti maestri silenziosi si intravedono, al lampione;
vogliono qualcosa. Nulla da spartire, teatranti, sono al limite. Sono
ubriaca. Sono ingorda e troppo poco fonda da trattenervi tutti. Sono urlo
di due labbra che si muovono, con cura, e si vedono e vedono, implorano.
Il locale è oramai esposto alle euforie notturne, fuori regola;
a chi ammira, bisognosa, la mascherata di un contatto facile,istintivo,privato
di parabole. Euforico-acceso che incendia la neve: io non sono capace.
Mi piace. Lo disintegro e lo capisco. Ho già capito. Ho delle armi
votate allo scalpo: armi misericordiose e buone e pie e miti. E riempiono
mancanze, fino alla fine non sono mai sazie, separano, accomodano, cuciono,
spiegano. Che non c'è armistizio. Non vale. Vattene. È un
universo-ristorante. Vaffanculo. Quanta ne vuoi? Che modo vuoi? Che storia
ti serve? Cosa vuoi? Ogni cosa ne richiede un'altra. |
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| La disarticolazione dell'intermezzo |
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All’accumulo
delle convinzioni al gusto di come mi devo sentire, segue un pezzo di
carta dura nascosto in bocca, che fa da maestro di stile al centro della
guerriglia; mi sono tenuta a uovo dodici lune appannate, interpretate
sotto, dalle quali ho creduto di essere osservata ogni volta che il rifiuto
entrava a cavallo degli spifferi, salutandomi. I tritoni e le nereidi
mi stanno al mito rivisitato, con sguardi impietosi; e dall’improbabile
fondo di vaso, sottoscrivono: - La cocaina è antiestetica come
il maschio dell’otaria, come il suono che fa la parola “sotto”,
come l’imene di una donna gialla seccato in mano, come pagare. -
Il nichilismo è solo un prodotto per la pelle, squisito per l’individuo
che lo sa manovrare; se lo si condivide sale la voglia di pan di stelle,
di soap opera, e il rammarico. Di non avere amanti cinesi. Ed io ci penso
ai cinesi. Fra i tanti modi di essere soli,
quello del cotone nella vasca è il più estremo; e l’allerta,
in ogni intermittenza, si conclude sempre con una richiesta: - Dammi da
mangiare. Ho bisogno del mangiare incantevole. - Della farfalla che spreca
i suoi impasti, interrompe il vivere patetico della mia dama di compagnia
e non soffre della triade di cui non afferra la crudeltà ... In
funzione del semplice volteggiare, ogni farfalla si immola a disturbare
senza voce le mie bomboniere bruciate in autunno. Al logorio delle pause.
All’appartenermi delle svolte decadute. |
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| Il sonno vitale di "Dentro" | |||||||||
Mi
esprimo di ritmo sconnesso, le labbra pulsanti, immersa nell’elemento
più furbo. È la tragedia che mi innamora: esce dagli zigomi
ad ogni saluto e impazza di severo ammiccamento di incognita x. La verità
come una fine subdola che non mi serve, cade nell’acqua a salvare
i gentili ed è frutto di una strategia precisa. Le macchine ansimano
anche d’inverno e mi ricordano come la vita diversa di cui odorano
alcune persone mandi la testa in circolo e profumi di occhio. (Lode).
Mi attacco alle cose che gli Altri hanno provato, me le faccio piacere
e poi le cancello ... Fino a restare una puntura di insetto. Il corpo
può trattenere il veleno in un solo centro, stringerlo al limite
della compassione verso se stessi, fare in modo che resti chiuso in un
pezzo di carne da parentesi. Anche il sotto pelle può farlo;blasfemo
alle sovrastrutture cariche di metastasi, può ripudiare il colonialismo
della costruzione e vincere sulla morte d’appartamento ell’impianto
umano.___________________________________________ = “In culo la
divulgazione del tempo da bar: è un gioco della mente che non esiste.
La vita muore sulla morte e le presenze svaniscono di colpo”. __________________________
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| Pensiero di un carbonario |
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Occorre imparare ad aver bisogno di tutto, del singhiozzo che sa ridere e rende gloria agli altissimi nemici del pieno, delle figure che si plasmano ad ogni risata rotta in gola, che si gonfia, trasuda bellezza, ai primordi di un lunedì notte in cui tutto è chiaro; del totale brio, inspiegabile; dell’amicizia sempre gustosa di cerimonie accecate dalla noia, a inumidire, che si impongono a cancellare gli spazi, la verità dei vuoti, la frenesia del vuoto, l’adrenalina della concentrazione; della concentrazione che trattiene perdendo, che obbedisce a recuperare i tempi giusti, i tempi buoni, quelli che nessuno regala; dei ritagli votati in pasto al film perfetto, tutto caldo a marcire quando meno ci se lo aspetta, che vomita, non rimane e si perde; di nero, di vento, a riprendere gli interni della faccia, di ogni faccia che riconosce e attende e non aspetta di venir derisa in un fermo immagine da parata notturna. Del bisogno di stringere ogni cosa per il solo fatto che si stringe senza dio: AMEN. Delle cose che non si hanno perché non si vogliono avere. |
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| Guardare i bambini: prima 1%, poi 100% | |||||||||
Dentro il sacco respira un corpo armonico di nove sporgenze che butta carbone e anela terra di occhiali da sole grandi per essere nuovi e lasciare andare di farsi vanto della violenza scura indosso agli stessi elementi in gioco a cambiare di posto sempre gli stessi sempre gli stessi gli elementi in gioco gli animali giù che non puoi vedere che per simulazione si toccano le braccia sorridono ai prati di carbone e lasciano andare i nove temporali d’agosto con gli occhiali da sole
con il mostro della faccia che fa sempre paura strizza l’occhio fa sugo consumato bomba in camera da letto nove schizzi che scattano inaspettate paralisi alle schizofrenie movimenti all’acetilene allora chiudimi i pensieri la bocca che il mio privato si riduce ad una pornografia obesa bianco su nero ad una cassa armonica a dodici pezzi che non si trovano al cullare la cura a cullare niente di vero alla maschera perfetta a mangiare e bere guarda i bambini guardali sempre i bambini sono tutti 100%: pazzi hanno tutto di dubbio che le cose non tornano non tornano non tornano non tornano hanno sempre paura che le cose si mischino che sono mischiate che non ci sono e cambiano e si fermano e poi fanno delle buche mai profonde mai che ci si possa entrare tutti i bambini spesso nella terra trovano che occorre metterci le mani fino a dove come le unghie strumenti di guerra si ottengono sorprese dentro la terra si trasformano le cose che non ci sono ma vengono fuori lo stesso le bugie ma come è possibile che i miei genitori mi vogliono bene e non si accorgono di niente come è possibile è proprio divertente è proprio divertente come infilare le dita nelle buste di plastica strette allora chiudimi la bocca dille che le bocche non servono dille che anche le bocche possono innamorarsi del mondo senza vetro guarda i bambini che si specchiano solo per giocare al circo in una mano la matita nell’altra niente. |
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