Giulia

 

È cadere  
   

Brava. Io enfatizzo male brindisi inaspettati. Quando la luce non è come in fotografia non posso che scusarmi con te del mio fare da club. Ascoltare ritmi assoluti. Ascoltarmi che so già quanto tu abbia paura. Distanze così estreme da smettere di mangiare. Rane da passeggio. Immobili, perché è in parte tua la colpa. Sono il risultato di una storia controllata, seviziata dalla perdita, in ogni senso. Lontano io e la tua persona di cartapesta (fatta in casa); irrimediabilmente. Una nascita e un percorso di parole sempre riscaldate e buone. Smettere di mangiare. Smettere di respirare. È cadere. È perdere, dimenticare, ricorda! Mummie dappertutto. Mummie di vetro, di carta, di pane. Ricorda: è cadere.
Ricor … D.d.A

 
14.00 Camera da letto  
   

“Sono sveglio; ho sognato un inverno caldo, con mia madre a guardare la tv. In silenzio. Ad accarezzarmi gli occhi, come fanno le fate. E bruciare, giorno dopo giorno, tutti gli amuleti sorridenti e i libri dimenticati qui da qualche stregone di passaggio. Pellegrino di malasorte, seminatore di generazioni morte, qui è la mia casa! Ho sognato terreni vuoti, da abitare senza ricordi o preghiere. Lei toccava ogni cosa per ore. Poi smetteva di respirare e voleva andarsene. Nel tempo delle bestie. E io con lei.”

 
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Scoppiare mai: ovvero: i segreti non esistono.
La moltitudine non glielo dice
 
   

Uno spazio inutilizzato: salvezza delle giovani e trepidanti teste in via di sviluppo. Mesta carenza di tutto e il sodalizio stanco della testa più bella perché vicina al divenire per sempre. Eterno ammucchiare e poi distruggere. Una danza spregevole; le teste si muovono, vomitano, mangiano soldi. Di seguito. Gli insetti promessi si stesero allora su un letto di foglia azzurra. A riposare. Stecche di note e reali a battere il tempo di un’occasione sprecata. Nessuno lo sospetta. (Il sorriso più bello che avessero mai incontrato si distrae un attimo e comincia la lenta agonia della verifica). Il sorriso in divenire si allontanò (materno). Rifugio nell’abitacolo di pietra in una notte fragile. Abbracci sprecati come desideri di cobalto pronti a farsi sbranare: l’infanzia che brama, senza convinzione, punita dal silenzio, divenne flaccida curiosità. Mai appagata? I sorrisi che si annusarono, sigillati, iniziarono a dimenticarsi. Preziose, le teste degli insetti sorridenti. Tali che vien voglia di pensarla infinita, quella deconcentrazione. ________Attesa: conseguenza di Dama - Delicatezza: sempre indecisa, come il suo ventre.

 
Donna  
   

Di meno è meglio. Ho provato a tratti a pensare al bene e alla premura. Ma non ci sono riuscita. Il meglio è di meno. Di ciò che mi aspettavo sintetizzerò le parole più d’effetto. Il meglio è uno schermo gigante su un sentiero di note conosciute; che parli di me quando ne ho bisogno. Al meglio finto pulito. E il mio sentiero di note che non mi conosce si perde qualcosa. Riuscita ai livelli estremi di un’infelicità che è tale perché latente. E inutile. Come far sembrare effettiva la miseria dei vermi. Sono cambiata. Le mie mani dai sentieri dalle note conosciute mi amano. Mi amano, e con questo è tutto! … Ne ho bisogno … Sono meglio di un albero e più ironico. Vedo di più. E meglio.

 
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Saburai  
   

Cos' è che inizia come un sussurro,
che diventa chiamata appena inizio a pensare
perdendo il valore della costruzione?
Cos' è che ti importa se non l’abitazione del malessere?
Signore, ti amerei se tu non esistessi.
cose dimenticate:
che divampano, nelle mie compromissioni
                                        psicologiche
                                        del cazzo—
Astrarre signori, è una legge di valore;
e la sabbia circoscrive il desiderio
di una metafisica inutile … e Allllllora … !!
All’ora stabilita ci siamo messi in cammino.
Abbiamo deciso, ognuno al suo posto che dava senso
all’essere rane, che non avremo affogato
il neurone di “dio” nella luce della baia …
però ________________________--------.
Come sono stanco, signore; alle sovrastrutture dedichiamo la pietà.
Felicitazioni.
Cosa ti serve di meglio? Accumulare.
Le puttane aprono le gambe
e i morti mi lavano la schiena;
sorridono, anziani, tutti nella mia mente___
Strappami fuori dall’aria densa e maleodorante delle contraddizioni:
la mia storia è così triste
che domani darò il meglio di me.
Simulazioni che danzano
al ritmo delle ballate migliori,
di tutti i racconti che non potrò ascoltare.

 
Padre
(di fronte al suo prodotto alieno)
 
   

Il “Grillo” ha smesso di parlare
e neanche la sua anima crede più
ad un verbo prolifero.
un viso da insetto, due voragini grandi a sbranare
altri occhi ____________ sono i simboli del creatore,
uno per lente,
a ricordarmi che nel silenzio,
il principio dell’indulgenza è vano.

 
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Dall’esame di una donna che non vuole parlarmi  
   

Attieniti alle condizioni di verità,
fai un bel respiro,
(le funzioni abitano nel regno di chi non si accontenta).
c’ è tanto latte,
dovresti tenerne conto.
Potrai annusare tutta la merda delle strade mentre queste fanno l’amore!
“Poi” ancora un bel respiro.
(lo senti il soffio vitale, vero? Impegnativo).
Non scordare i precetti divini:
cosa mai cerchi di ottenere, ricopiando ciò che è già
illusorio?
Il re non si tocca, non puoi farlo sparire.
E ancora, e ancora e via, via
dondolati!
un passo, veloce, e a muovere l’atmosfera,
senza rallentare.
Non puoi sbagliare, perché è questo che i tuoi occhi insegnano:
strutturalmente, sei un modo della psiche collettiva.
Sei così bello!!!
Estetica, sì, e un sacco di altre discipline normative!
Uno sforzo
(che è minimo);
e pensa di non pensare di,
non sentirti,
vivere,
mai.

 
Insetti nel simposio di luglio  
   

Emozione: definizione in potenziale di ciò che non finirà mai di far vibrare chiaro uno sguardo ridicolo. Chiaro che forse ho esagerato. Adesso che sono un corpo semiattivo non mi interessa. Vomito,prurito,acidità all’acqua di rose, al limite sei morta inadeguatamente e non è colpa mia. Vero è che io mi ingombravo. Pubertà fetida + odore di incenso ____ pericolo = La spaziosità e la libertà d’azione sono condizioni necessarie per preoccuparsi della morte e allestire. Quella che sarebbe dovuta essere la cerimonia del distacco. Denti praticamente identici: perline cinesi. Fili ed ago. Mi tengono nella colla dei loro occhi bianchi.

 
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Come nuova  
   

Scorro come pietra levigata ai margini del ricamo di una serata silenziosa. Seduta. Perfetta. Coprotagonista di una strada del simil-entroterra marchigiano, filo di rimbalzo pure ora, avanti e indietro, nella casa musicale di cui sono l'Ospite; in cui tengo nelle mani cose e ne trattengo altre. Cercando di non ridere. Di non piangere. Di non parlare. O parlare troppo. Nella quale mi capita che possa anche piacermi pensare a tutto ciò che ho conosciuto. Che voglia immaginarlo infranto per sorprendermi dell'impatto. L'impatto non viene. Forse non è di questo mondo:ritagliato sulla garza pesante del santissimo giorno pasquale. Non ne ho più voglia. Dell'impatto, intendo.

 
Analisi  
   

Se dovesse continuare così. La mia 8 a cassettini. In uno sassi sporchi, nell'altro perle e fili e poi nell'ultimo niente, perché fa studiato e io studio a meditare e imparo a ridere anche se non è divertente. La terra. Chiaro chiaro il chiaro chiaro bianco come uno spazio chiuso in cosa. Mi stai curando? Mi strappavi i capelli. Come bambole alle quali gli occhi non si chiudono mai. Il suo gioco è a tratti divertente. Allineare l'ordine degli oggetti come corpi fermi aiuta a migliorare la qualità dell'esistenza. Nulla di nuovo. Ripeti. Al più mi ascolterò per sempre e l'aver potuto mi concerà alla maniera più appropriata. Alla fine del semiovale, trovandomi sospesa, ascolterò il sibilo della conchiglia e mi ubriacherò. Sensazione mistica. Quella di non essere in me e saperlo solo io. Evidente alla maniera dei nastri rossi quando sognano i percorsi. E petali di rosa costruzione di festa. Un attimo di vicolo euforico e la folle corsa all'indietro. Nel tempo; domani tutti mi vedranno morta. Se riesco a perdere tutto è una promessa. Allora perché il cuore mi batte dappertutto? Lo sento soprattutto nelle ginocchia, dentro le mani. Sembra una biglia, vetro impazzito. A volte una palla che rimbalza. Fa muovere. È l'abbondanza di un rito che si ripete ogni giorno uguale. Le lenzuola si spostano. Non sanno della rissa su valli buie e del castello che si illumina ad intermittenza. Di rosso. È il mio stupore ad inchiodarmi. A commuovere. Ma proprio quando non riesco a urlare, lei dorme. Allora rientro veloce a scatti traballante; tento un approccio; la pancia dal respiro di diamante. Così prezioso. Carne slegata si appresta alla tregua. Durerà sempre troppo poco. Poche ore e sarà caos.

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I capelli fragili fanno paura  
   

Lui cammina silenzioso
insieme con grazia e
tecnica da foglia morta.
È consapevole della
brevità, nel suo corpo come
delle strade che da vent anni
percorre. (lo sa).
Conosce le cose, ma crede
che si sorridano merlettate
sempre alla stessa maniera.
Ha la bocca strappata,tirata
fuori dal segnale stradale
"divieto". È morbido.
Mentre galleggia carogna sulle
porzioni di vento disponibile, lo forano all'inguine
i sigilli di una mitologia-paesana;
dicono: "Ci sarà qualcuno. Mi aspettano (.|?)"
2004. Lo sfondo è trasparente.
Protagonista immerso
nel marciapiede alla crema,
dondola prigioniero di un minuscolo
cubo acido. È vitale come una cellula senza
concetti e trema nel mare,
a cospetto dell'implosione di cui
lui solo è artefice.
Non ha modo di espressione lirica, brillante / cupo;
ed è infelice, per questo …
e non si trova altrimenti, non si può far di più.
Nel movimento,
le sue associazioni salutano i rami padroni, imbarazzate;
e si stringono, a permettere ogni dispersione. A cancellare
non solo una storia.
I pori, lungo via, gli si fanno
freschi, piccanti.
Ha perso tutto.
È libero.

 
Il narcisista alla festa di una femmina  
   

Ho iniziato col valutare ogni stelo di pianto fissato alle pareti. Ero costretto. Non mi piaceva l'aria del posto. Era stretto. E giallo. Ho iniziato così. Con lo scagliare emergenze,con il rovinare la festa; una sorta di missione biblica: avanzare pretese direttamente ai profili, a nasi proprio bellissimi, ma che non sanno vedere. Allora argino. Perché le sovrastrutture incattivite dei morti hanno deciso per me, decretando una lontananza comoda per il contorno, ma avvilente per il sottoscritto … Non vedono. Io resto impalato; tortura medievale. Proprio non capisco; come uno spirito bisognoso possa essere allontanato in una maniera tanto irrevocabile quanto violenta! Non ci si accorge di ciò che richiede la fragilità,della quantità di cura che occorre rimettere nell'opera salvifica dei puri. Io sono un puro. Sono una cosa vibrante, che pesa, che ha bisogno di uscire. Sono l'unico e ho tante proprietà. Tantissime, innumerevoli. E gigantesche, comiche, apprezzabili in senso universale. Comunque. So aspettare; nella bramosia lucida indottami dall'impotenza del luogo, fremo e osservo ogni spostamento intorno. I bicchieri,le bottiglie vuote, ciò che è fermo mi parla, riconoscendo la mia grandezza e condividendo con me una schizofrenia inevitabile, costruttiva. Gli uomini mi feriscono. Mi ferisce la loro non curanza. Io sono uno, sono qui per loro, sono un corpo armonioso all'occorrenza meccanico, urlo, fumo, mi esibisco in elaborazioni visive dal potenziale estetico forte, sono qui per la condivisione caritatevole, per una concessione rara, oggettivamente imperdibile … votatomi alla rappresentazione della sola cosa che possiedo …, in cambio: miseria, e un frizionamento malsano. Che non mi riconosce, ma che intimamente sospetta la vicinissima divinità. Hanno paura. È evidente che sono troppo anche per loro.
È libero.

 
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Katana  
   

Impugnata la katana - neonato stretto contro il seno di un gemito infranto, disperdo con amore il tavolino di questo bar; lucido. Disperso. Divoro i pezzi di vetro rimasti. Mangio tutte le sospensioni che portano al delirio, alla commiserazione, alla violenza. Distruggo. Infilzo. Massacro l'acerbo. Piango. Ogni interruzione mi ispira, mi inspira, mi inchioda e mi libera. A correre lontano dove il rimedio diventa necessario, un'icona bluastra, nido d'agosto, divoratore d'uteri in fiamme. I capetti maestri silenziosi si intravedono, al lampione; vogliono qualcosa. Nulla da spartire, teatranti, sono al limite. Sono ubriaca. Sono ingorda e troppo poco fonda da trattenervi tutti. Sono urlo di due labbra che si muovono, con cura, e si vedono e vedono, implorano. Il locale è oramai esposto alle euforie notturne, fuori regola; a chi ammira, bisognosa, la mascherata di un contatto facile,istintivo,privato di parabole. Euforico-acceso che incendia la neve: io non sono capace. Mi piace. Lo disintegro e lo capisco. Ho già capito. Ho delle armi votate allo scalpo: armi misericordiose e buone e pie e miti. E riempiono mancanze, fino alla fine non sono mai sazie, separano, accomodano, cuciono, spiegano. Che non c'è armistizio. Non vale. Vattene. È un universo-ristorante. Vaffanculo. Quanta ne vuoi? Che modo vuoi? Che storia ti serve? Cosa vuoi? Ogni cosa ne richiede un'altra.
Il rum mi ubriaca. Non posso berlo; affonda l'utero fino a disperdersi in squame di sirena indisposta. Il corpo come una battona sfatta, flaccido il sorriso teso all'esterno. Una fichetta profumata si spezza nella bollente corsa ad ostacoli per raggiungere il bancone. Rispetto, signori, le estremità ci sono, senza alcun significato. Come ogni altro pezzo-azzurro. Tutte le parti. Nei. Adesso io offro il mio silenzio materno agli amici che già vedo adulti e ingialliti; come una castagna in cattività. Alle volte mi apro e sorrido. E prospetto di vertigini. Al centro solo il cappotto, solo con me imbastardito al rancido, ad ululare la verità storica di Questa proprietà. Che è una. È inevitabile aversi nei momenti di transizione che durano vite intere. "Tempi memorabili"; Signori, e ancora rispetto; che ciondolo da comparsa votata all'arsura dentro cave impastate di sudore. Gli scarti di questa stagione inutile, ai cereali. A cercarti il ripetersi di tre colori soli su sfondo di maglia nera: -"Stai bene. Mi piace (.\...)"-. Io mi proteggo. Odio. Aspetto che l'uno dia la voce dei molti. Che galleggiano il valore solo nel momento della visione spezzata. Del nastro rotto. Tutti. Per me che assisto al balletto del bar che mi annusa senza divorarmi. Fatti dal contorno netto, dignitoso, senza sapere, senza aver conosciuto la povertà della perdita, una qualsiasi, che sia capace di architettare lontananze materiali, effettive al macero. Qui non è caduto nessuno; non c'è alcun grumo da conservare tra le pozioni in fila fluorescente del paesaggio pulito della signorina-rispetto. È evidente, allora. Che io resti qua. Dove sono. A piangere il futuro delle persone che amo. A muovere le dita-katana libere di non ferire nessuno.

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La disarticolazione dell'intermezzo  
   

All’accumulo delle convinzioni al gusto di come mi devo sentire, segue un pezzo di carta dura nascosto in bocca, che fa da maestro di stile al centro della guerriglia; mi sono tenuta a uovo dodici lune appannate, interpretate sotto, dalle quali ho creduto di essere osservata ogni volta che il rifiuto entrava a cavallo degli spifferi, salutandomi. I tritoni e le nereidi mi stanno al mito rivisitato, con sguardi impietosi; e dall’improbabile fondo di vaso, sottoscrivono: - La cocaina è antiestetica come il maschio dell’otaria, come il suono che fa la parola “sotto”, come l’imene di una donna gialla seccato in mano, come pagare. - Il nichilismo è solo un prodotto per la pelle, squisito per l’individuo che lo sa manovrare; se lo si condivide sale la voglia di pan di stelle, di soap opera, e il rammarico. Di non avere amanti cinesi. Ed io ci penso ai cinesi.
Ci penso tutti i giorni.

Una volta al giorno

Fra i tanti modi di essere soli, quello del cotone nella vasca è il più estremo; e l’allerta, in ogni intermittenza, si conclude sempre con una richiesta: - Dammi da mangiare. Ho bisogno del mangiare incantevole. - Della farfalla che spreca i suoi impasti, interrompe il vivere patetico della mia dama di compagnia e non soffre della triade di cui non afferra la crudeltà ... In funzione del semplice volteggiare, ogni farfalla si immola a disturbare senza voce le mie bomboniere bruciate in autunno. Al logorio delle pause. All’appartenermi delle svolte decadute.

 
Il sonno vitale di "Dentro"  
   

Mi esprimo di ritmo sconnesso, le labbra pulsanti, immersa nell’elemento più furbo. È la tragedia che mi innamora: esce dagli zigomi ad ogni saluto e impazza di severo ammiccamento di incognita x. La verità come una fine subdola che non mi serve, cade nell’acqua a salvare i gentili ed è frutto di una strategia precisa. Le macchine ansimano anche d’inverno e mi ricordano come la vita diversa di cui odorano alcune persone mandi la testa in circolo e profumi di occhio. (Lode). Mi attacco alle cose che gli Altri hanno provato, me le faccio piacere e poi le cancello ... Fino a restare una puntura di insetto. Il corpo può trattenere il veleno in un solo centro, stringerlo al limite della compassione verso se stessi, fare in modo che resti chiuso in un pezzo di carne da parentesi. Anche il sotto pelle può farlo;blasfemo alle sovrastrutture cariche di metastasi, può ripudiare il colonialismo della costruzione e vincere sulla morte d’appartamento ell’impianto umano.___________________________________________ = “In culo la divulgazione del tempo da bar: è un gioco della mente che non esiste. La vita muore sulla morte e le presenze svaniscono di colpo”. __________________________ _ __-- _-------------
______________ _______ _____ Fili dimenticati fra le dita.

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Pensiero di un carbonario  
   

Occorre imparare ad aver bisogno di tutto, del singhiozzo che sa ridere e rende gloria  agli altissimi nemici del pieno, delle figure che si plasmano ad ogni risata rotta in gola, che si gonfia, trasuda bellezza, ai primordi di un lunedì notte in cui tutto è chiaro; del totale brio, inspiegabile; dell’amicizia sempre gustosa di cerimonie accecate dalla noia, a inumidire, che si impongono a cancellare gli spazi, la verità dei vuoti, la frenesia del vuoto, l’adrenalina della concentrazione; della concentrazione che trattiene perdendo, che obbedisce a recuperare i tempi giusti, i tempi buoni, quelli che nessuno regala; dei ritagli votati in pasto al film perfetto, tutto caldo a marcire quando meno ci se lo aspetta, che vomita, non rimane e si perde; di nero, di vento, a riprendere gli interni della faccia, di ogni faccia che riconosce e attende e non aspetta di venir derisa in un fermo immagine da parata notturna. Del bisogno di stringere ogni cosa per il solo fatto che si stringe senza dio: AMEN. Delle cose che non si hanno perché non si vogliono avere.
 
Reazione di un campo di grano


La storia piccola, di miele sottile come una favola chiusa in una camera azzurra, può iniziare di mattina e in questo modo: mi esiste un nido, o un re rospo, che non si sporca coi rami di china dei miei pensieri morti e sorride del mio aspettare famelico che gli altri paghino quell’ esercizio alla morte che io non mi concedo. Sorride come non ha senso ciò che dico. Ancora. Non ci sono spazzole dentro la mia casa. Solo un  velleitarismo agrodolce in scatolette di tonno super marca, ficcatemi in culo a forza e senza stile. Reagisce di fine ultimo e risata da sbavo continuo. Senza ispirazione che illumina. Mi sta al patetico incontro con la frigidità dei rapporti come un sovrano bambino. Che non conosce il silenzio ma tiene fede solo alla compassione che nutre verso se stesso. La compassione è un campo di grano che inzuppa orologi nella melma di uno show che dura poco. Tutto alla presenza dei non protagonisti inermi. Mentre l’adrenalina esagera, basiscono dell’incontro con________Signora di vita-normale - tre pasti al giorno____________e io vengo nella luce a rattrappire le mancanze mie, loro e di te. Che sorridi sempre MIO  amore nel soffitto.

 
Guardare i bambini: prima 1%, poi 100%  
   
Dentro il sacco respira un corpo armonico di nove sporgenze che butta carbone e anela terra di occhiali da sole grandi per essere nuovi e lasciare andare di farsi vanto della violenza scura indosso agli stessi elementi in gioco a cambiare di posto sempre gli stessi sempre gli stessi gli elementi in gioco gli animali giù che non puoi vedere che per simulazione si toccano le braccia sorridono ai prati di carbone e lasciano andare i nove temporali d’agosto con gli occhiali da sole con il mostro della faccia che fa sempre paura strizza l’occhio fa sugo consumato  bomba in camera da letto nove schizzi che scattano inaspettate paralisi alle schizofrenie movimenti all’acetilene allora chiudimi i pensieri la bocca che il mio privato si riduce ad una pornografia obesa bianco su nero ad una cassa armonica a dodici pezzi che non si trovano al cullare la cura a cullare niente di vero alla maschera perfetta a mangiare e bere guarda i bambini guardali sempre i bambini sono tutti 100%:  pazzi hanno tutto di dubbio che le cose non tornano non tornano non tornano non tornano hanno sempre paura che le cose si mischino che sono mischiate che non ci sono e cambiano e si fermano e poi fanno delle buche mai profonde mai che ci si possa entrare tutti i bambini spesso nella terra trovano che occorre metterci le mani fino a dove come le unghie  strumenti di guerra si ottengono sorprese dentro la terra si trasformano le cose che non ci sono ma vengono fuori lo stesso le bugie ma come è possibile che i miei genitori mi vogliono bene e non si accorgono di niente come è possibile è proprio divertente è proprio divertente come infilare le dita nelle buste di plastica strette allora chiudimi la bocca dille che le bocche non servono dille che anche le bocche possono innamorarsi del mondo senza vetro guarda i bambini che si specchiano solo per giocare al circo in una mano la matita nell’altra niente.      
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