Ascoltami
La coscienza. Si dirige verso una certa meta, ma le si presentano ostacoli di diverse tipologie, durante il tragitto. La coscienza, rappresentabile in molti modi, nei vari contesti (anche come un grillo parlante in Pinocchio), è anche coscienza di se stessi, che alla fine voglio chiamare “consapevolezza di ciò che si è” = consapevolezza della voce che ci spinge verso una certa meta. Bisogna semplicemente ascoltarsi, far tacere i nervosi rumori fuori, e ascoltarsi. Con coraggio. Perché forse, in fin dei conti, non siamo altro che l’energia stessa che ci dà la direzione. Coscienza come tematica strettamente connessa a quella dell’ etica, termine che, non a caso, derivante da “ethos” (ἦθος) in greco, originariamente significava "il posto da vivere". Non siamo quindi poi troppo imprecisi quando parliamo, in modo generico, di una direzione “giusta”da percorrere.
Nel corso del tragitto della vita, verso quella che al momento ci sembra la meta migliore, tutte le esperienze che facciamo, uditive, olfattive, tattili, divengono il bagaglio che ci portiamo in spalla, e che condizionerà senz’altro il nostro prossimo passo. E proprio questo è il processo di arricchimento, di crescita e di individuazione, che ha inizio al momento della nascita, quando l’individuo viene a contatto con la realtà esterna. È già da ora che ci incamminiamo a formare noi stessi, continuando poi nel perpetuo tendere alla realizzazione del sé. E se per sé intendiamo “la voce della nostra coscienza”, allora cresciamo, giorno dopo giorno, tentando di ascoltare quella voce. Di ascoltarci.
Se volessimo parlare in termini scientifici, a mezzo delle parole di Jung (il più celebre fra gli allievi di Freud, ma anche il più lontano da lui grande personalità a cavallo tra fine ‘800 e l’inizio del secolo successivo occupatasi anche di questa tematica, nel suo interminabile lavoro di analisi) con parole un po’ diverse, scriveremmo che si giunge infine alla realizzazione di sé, quando “tutti i contenuti consci, inconsci e archetipici si fondano nell’unicità più intima dell’individuo”.
Da dividere nettamente, come sempre ho fatto, anche se non usando questi due termini junghiani, l’individuo, vera essenza, vera e propria identità, e la persona, che per Jung assume il significato proprio della mitologia greca, è cioè la maschera dietro la quale si nasconde l’attore che recita, la somma dei ruoli che ci attribuiamo e che gli altri ci attribuiscono. Questa distinzione è fondamentale, in quanto l’individuo, che rappresenta ciò che sta dietro alla persona, contiene anche i contenuti dissonanti con il ruolo svolto, che fanno parte integrante del proprio sé, solo se riconosciuti e accettati i quali, ci viene concessa la nostra “individuazione”.
La realizzazione del sé è un obiettivo difficile, al quale gli esseri umani giungono attraverso tappe di avvicinamento a volte molto dolorose; la prima è quella di riconoscere parte di noi anche la zona oscura, quella che per ragioni morali, etiche o razionali rifiutiamo, perché ritenuta socialmente inaccettabile (quindi essa diviene polo negativo, solo perché si è scelto a priori un dato punto di vista). Riconosciamo anche ad essa dignità d’esistenza ! Solo allora potremo partire nuovamente per ricostruire la nostra identità, abbandonando tutto ciò che non ci appartiene. Ognuno di noi ha vissuto l’esperienza di aver provato emozioni e di averle catalogate e respinte, come non congruenti all’interno della persona. Senza ricordarsi però dell’individuo. Mettiamoci bene in testa che sono parte di noi anche quelle emozioni. E quando noi le respingiamo non commettiamo forse un tradimento? Un tradimento verso noi stessi. Il peggiore. Che ci fa soffrire più di quello fatto alla persona amata, perché così siamo riusciti a perdere noi stessi, e ora cosa ci rimane? Come si fa a vivere, se non possiamo essere chi siamo? Potremmo solo barcamenarci come zombies senza nome, come creature insulse, ma cos’è l’uomo se non l’unione della carne e della sua identità??! Dobbiamo vivere per affermare noi stessi, questa è l’unica forza che ci rimane, soprattutto se siamo uomini senza Dio. In caso contrario bisogna giustificare a noi stessi che alcune cose sono solo nostre, altre ci sono state donate.
È inutile raccontarci storie, viviamo continuamente di disastranti contrasti. Vorremmo essere liberi di ascoltare sempre e comunque noi stessi, e tutte le nostre emozioni e desideri che emergono prepotentemente dal profondo, facendo ciò che sentiamo di voler fare, ma spesso, semplicemente, ci accontentiamo di una semischiavitù. Perché troppo pigri per scontrarci con l’altro, con gli altri, con la società, con regole che ci soffocano, ma che tutti seguono, e ci fa comodo averle già belle chiare, nero su bianco. Peccato che poi i conti si fanno col giudice più severo, che siamo noi stessi, e se non siamo noi ad andarci bene, che importa se andiamo bene soltanto agli altri? Sarebbe una vita insopportabile !
Tra l’altro Jung, per avvalersi dell’aiuto di un maestro di non modesta fattura in campo, prospetta scenari davvero inquietanti per chi tenta di sottomettere il proprio inconscio alla propria cosciente volontà, poiché esso in realtà si sottomette solo in apparenza. Lavora dall’interno come fa un giudice impietoso, sa misurare tutti gli errori commessi, indifferente ai problemi morali, estetici e intellettuali, diviene pericoloso quando il nostro atteggiamento cosciente nei suoi riguardi è falso. La ricetta junghiana è di non reprimere noi stessi, il nostro inconscio nelle sue luci e nelle sue ombre, nella profondità e nella sciocchezza, noi non ce ne accorgiamo, ma la nostra coscienza è assai più diabolica e perversa. Sbagliamo quando le attribuiamo aspetto minaccioso, associando per convenzione non codificata la coscienza alla ragione, e l’inconscio all’irragionevolezza. Non è così!
In primo luogo, sopra ad ogni altra cosa, dobbiamo amare noi stessi, e accettare di essere creature complesse, con molte categorie diverse di stimoli, tra le quali reprimiamo alcune, perché condizionati dalle regole del “buon gusto”. Regole della chiesa, regole della decenza, della convivenza civile. Dobbiamo amare molto di più, sopra ad ogni altra cosa, noi stessi, e non queste regole, cercando sempre di sopravvivere ad esse, di non permettere il contrario. Ascoltandoci, capiremo ogni volta qual è il male minore, tradirci o tradirle, ricordando però che tradire noi stessi non è uno scherzo, e che possiamo incorrere in non trascurabili problemi di vario genere, prima psicologici, e poi via via di altro tipo, che da questi dipendono. |
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