Alice  



Energia dei sogni


Credo che tutti noi desideriamo avere risposta alla domanda che spesso nella nostra vita ci siamo posti, soprattutto di fronte alla routine di tutti i giorni, che tenderebbe a travolgerci ferocemente e caoticamente: è possibile vivere con equilibrio tra fatica quotidiana e sogni ?
Per risponderci dovremmo senz’altro prima capire cosa sono per noi i sogni. Soffermandomi un attimo per riflettere sulla questione, ho deciso, per correttezza, di curiosare tra le definizioni di un dizionario, e ho letto : “sognare” =  v. tr. vedere o immaginare in sogno”. Il sogno è quindi prima di tutto un’ immagine, ma non come quella che proiettiamo e percepiamo nella nostra mente alla vista di un oggetto esterno, di un’opera d’arte per esempio. È un’ immagine proiettata dentro, che era già dentro.
Se chiudo gli occhi “vedo” una situazione da me creata, virtuale, un’ idea, un obiettivo che mi suscita piacere nell’eventualità del suo compimento. Questa capacità di vedere tanto lontano, di ipotizzare un’azione futura è certo prerogativa dell’uomo e di lui soltanto. L’ uomo possiede, a differenza di ogni altro essere, questa possibilità, la capacità di staccarsi da terra e di volare ad ovest e ad est, nel passato e nel futuro, caratteristiche “trascendenti” appunto, oserei dire “divine”, magiche, nonostante qualcuno le chiami chimiche (in quanto frutto di reazioni elettriche all’interno di un organo del suo corpo).
Ma un uomo non è fatto solo di ali per volare col pensiero, è fatto anche di piedi per camminare, orecchie per sentire, mani per toccare. Si trova immerso in una data situazione, fisica. Inscindibilmente legata a quella sua fantastica magia, si muove nelle tre dimensioni dello spazio in cui nasce e con il quale se vuole continuare a camminare e volare dovrà fare i conti. I sogni esistono in una quarta, forse quinta dimensione, tre non possono più bastare. Per realizzarli però egli passa attraverso un mezzo fisico, che produce effetti che sono anche molto di più.
La vita quotidiana, lo spazio e i sensi sono la strada su cui sto camminando, a volte sembra insostenibilmente tortuosa, faticosa, e misteriosa; la fatica acquista un senso solo se ogni dieci chilometri, guardando indietro, posso dire “ne è valsa la pena!”, e quando sento d’essere cresciuta, e quando sento che il ritmo del mio passo è in perfetta armonia col ritmo del mondo, della vita.
Capitano giorni in cui ho la sensazione di essermi persa in un vicolo cieco: “ma dove sto andando? dove mi porta questa strada? è tutta fatica sprecata! “, se riesco a non disperare è perché non perdo mai la bussola, anche se a volte può capitare che non riesca a leggerla chiaramente. La mia forza è la mia bussola, e la mia bussola è la parte di me che sogna. Senza di lei non avrebbe senso il mio stesso camminare, è lei che mi guida verso il nord. Molta dell’ energia per andare avanti è nella certezza che le cose belle che possono capitare sono tante e tanto più grandi delle altre, simili a zavorre che ci portiamo dietro spesso per lunghi tratti, senza nemmeno accorgerci. Anche questo fa parte del viaggio, passo dopo passo ci si alleggerisce, sempre soffrendo, ma imparando dai propri errori.

 

    Sentieri non detti
    . Energia dei sogni
  . Immagini dal profondo
  . Io: a modo mio
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  . Il tempo-uno
     
     
     
     
     
     
   
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Immagini dal profondo

Se senti dire da qualcuno :  “le immagini del profondo”, come me leggendo il libro di un professore di storia, a cosa pensi? Nessuno te ne ha parlato in modo dettagliato, ma hai letto la frase e ti ha colpito. Io mi metto a pensare: “non si tratta certo di qualcosa di semplice ! “, la parola immagine mi è molto familiare, ma la seguente  sembra introdurre un concetto tutt’ altro che semplice. Facendo risuonare dentro di me i due termini ho fulmineamente ricordato la storia di un tizio, un pittore del diciannovesimo secolo, francese, che ha eseguito dei ritratti sconvolgentemente emozionanti. Dal 1821 Géricault realizza una serie di ritratti di malati mentali (all’epoca molti studiosi di psicologia collegano disturbi mentali e fisionomica), cercando di classificare la follia, ricorrendo all’osservazione dei lineamenti del viso. Avevano questi un valore oserei dire “scientifico”, tanto da essere utilizzati come materiale didattico-dimostrativo nel corso di patologia medica tenuto dal primario dell’ospedale psichiatrico, nonché committente. Nei volti dei tre alienati il turbamento emerge soprattutto dalla fissità allucinata degli occhi, come rivolti ad un interlocutore immaginario. Che c’è da aggiungere? Quei visi parlano da soli, si dice spesso “ti si legge in faccia”, cioè tra tutti i sensi la vista è sicuramente tra i più potenti; è capace di fornire al nostro cervello tante informazioni, sensazioni ricche, sull’altra persona. Mentre la guardiamo parlare spesso “scolleghiamo” la mente e vediamo solo i suoi occhi che ci guardano, e la sua bocca che si muove. Su e giù. È davvero inquietante sapere che, anche se l’elemento costitutivo della comunicazione verbale è il linguaggio, il significato letterale delle parole in una fase di prima conoscenza dell’altra persona influisce solo per una percentuale minima (7%), per il 38% incidono le componenti paraverbali, ossia l’uso della voce, il tono, il registro, il volume e il timbro, la dizione, la cadenza. È il linguaggio del corpo a giocare un ruolo di fondamentale importanza in quanto incide per il 55%, e spesso si tratta di segnali che comunichiamo in maniera del tutto inconsapevole. Perché le immagini del profondo emergono impetuosamente, come un rigetto intestino che non puoi bloccare. È fisiologico. Ti si legge in faccia.
Ora per essere chiari e precisi bisognerebbe sviscerare l’unità psico-fisica che costituisce l’essere umano. Freud ci ha presentato la sua universalmente accettata teoria facendoci  “scoprire” l’inconscio, una parte profonda dell’uomo, non quella che vediamo subito insomma. L’acqua bolle dentro e fa traballare il coperchio. Con il termine inconscio Freud intendeva un complesso di processi, contenuti ed impulsi che non affiorano alla coscienza del soggetto e quindi non controllabili razionalmente. Fu così possibile conoscere particolari aspetti della personalità soltanto percorrendo vie molto tortuose. Poteva essere quindi necessario analizzare i sogni dei pazienti o le loro manifestazioni di ansia, oppure prestare attenzione ad alcuni gesti quotidiani, o ad espressioni e modi di dire apparentemente insignificanti.  Tutto questo ha per noi un grande significato. Non si tratta solo di studiare su un libro di testo un’ importante voce del ‘900, questa rivoluzionaria teoria ci spiega come vanno realmente le cose, in che modo tutti noi viviamo. Dentro l’uomo c’è un abisso infinitamente colorato, qualcosa di definito superficialmente poggia su un caos senza fine, ci sembra di conoscerci, ma sempre fino ad un certo punto, da quello in poi non riconosciamo più nemmeno noi stessi. E in mezzo, dice Freud, un elemento mediatore.
Le immagini pervenute dal profondo si materializzano dentro ogni uomo, è come se a un tratto si accende il proiettore, poi svaniscono come i vapori, e a volte sono così nitide che ci fanno gioire, che ci fanno soffrire, e ci verrebbe subito da urlare. A questo punto c’è il mediatore: le forme della logica, i percorsi della ragione, filtri censori che hanno altri occhi.
Forse la legge dell’ inconscio è fisica, potremmo parlare di una proporzionalità diretta: più è potente la forza che bolle in pentola, più irruente è la fuoriuscita dall’inconscio, e tutto si riversa sulla pelle, sulle sopracciglia aggrottate, sulla voce che si spezza. A volte è più facile fermarla col coperchio, ci sono persone che ci lavorano sopra anni ed anni, magari ottenendo qualche risultato, vorrebbero urlare ma si costringono a tacere e stringono forte i denti, mentre le tempie pulsano forte, sperando che nessun’altro se ne sia accorto. Molto spesso è tutta fatica sprecata, anche se i denti sono compressi tenacemente, un batter di ciglia li ha già traditi. Segnali inconsci spesso decodificati altrettanto inconsciamente, “si sente a pelle”, oltre che “ti si legge in faccia”, l’ascoltatore attento ti osserrva parlare, tu gli dici sorridendo “sì grazie”, e quel poverino si sforza razionalmente di crederti, ma quel batter di ciglia risuona ancora come un “vaffanculo”, la sensazione è entrata profondamente in lui in modo quasi impercettibile. Inutile provare a cambiare la legge, è troppo forte ed efficace.
Alcune volte invece siamo ben consapevoli di portare delle maschere, spesso per soffrire meno, mostrando una parte da noi scelta prima dell’entrata in scena, nella speranza di sembrare spontanei; la pelle però non respira e prima o poi il getto d’acqua fuoriesce bruscamente scatenando l’uragano. E non riconosciamo più nemmeno noi stessi.

   
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Io: a modo mio

È davvero possibile continuare a restare se stessi, a conservare la propria identità di fronte agli ostacoli di ogni giorno, ad una quotidianità fatta spesso di azioni ripetitive e frustranti?
Bisognerebbe senz’altro prima capire cosa intendiamo per identità. Prima di capire se c’è la possibilità reale che essa venga persa.
La mia identità è l’insieme delle caratteristiche che rendono me stessa quel che sono, più precisamente la loro unica ed irripetibile combinazione, la quale, confrontata con la combinazione delle caratteristiche di qualsiasi altro individuo, non potrà che dimostrarsi mia e mia soltanto. Un po’ come fosse un indirizzo di abitazione, identificato con un numero civico, una via, una città, una regione ... è una combinazione di dati unica, anche se molti i numeri nove, e molte le vie Giacomo Leopardi, mai saranno accostati allo stesso modo due volte nella medesima città. E non facciamo l’errore di confondere l’identità con la personalità, contenitore quest’ ultimo ben distinto. Personalità è ciò che comunemente intendiamo per carattere, è condizione presente nell’individuo, l’identità no, sta molto più cucita addosso.
Pirandello ha battuto strade interessanti a questo proposito, ci ha aperto molte vie di riflessione, fornendoci una sua ipotesi interpretativa, dopo essere partito dalla nota questione: “uno, nessuno, o centomila ?” . Io rispondo centomila in uno.
Alla base ci caratterizza un temperamento, può essere effervescente, esuberante, malinconico, dolce, mansueto ... e chi più ne sa più ne metta. Quando si presenta il momento di confrontarci con il mondo esterno, per lo più di rapportarci con altre persone, mettiamo in gioco il nostro temperamento, spesso scommettiamo, ingenui spettatori, che la persona di fronte a noi, dolce e tranquilla, risponda in modo A all’imput provocatorio di tipo B. E se invece rispondesse C noi come potremo spiegarcelo?   Questa non è matematica, troppe eccezioni che confermano la regola, troppe variabili per scommettere cento volte su cento. Anche se dovessimo impiegare tutta la vita, non riusciremmo mai a trovare tutte le motivazioni, in grado di razionalizzare comprensibilmente fino in fondo, dell’avvenuto comportamento C.
Altre variabili, oltre al temperamento  sono le esperienze passate. Abbiamo metabolizzato  a nostro modo ciò che ci è accaduto in passato, ogni stimolo giuntoci dall’esterno, ed ora questo bagaglio è materia incandescente, reattiva, che non agisce in maniera del tutto prevedibile. Ma il fatto che sia imprevedibile non può certo negare presenza di identità. Altrimenti essa si ridurrebbe unicamente all’aderenza alle nostre previsioni, basate sulla valutazione del temperamento + un vago ricordo delle esperienze passate.
L’identità si manifesta in ogni cosa che facciamo, siamo SEMPRE noi stessi, posti faccia a faccia con qualsivoglia azione quotidiana !  proprio perché una sola persona agisce in quella data maniera in quella data circostanza.
Io non ho mai perso la mia identità, ma ho sempre affrontato la quotidianità a modo mio, affermando ogni volta me stessa. Ciò che può cambiare sono le opinioni, argomento di tutt’ altro genere, perché si cresce e si capisce, spesso dopo qualche tempo, qualcosa che prima non si aveva affatto considerato.
La cosa più importante è chi siamo, e non come ci vestiamo, o che lavoro facciamo, possiamo esprimere noi stessi anche nelle situazioni in cui vorremmo scappare, nel lavoro che non vorremmo mai fare. Perché solo noi potremmo farlo in quel modo. Davvero crediamo che la vita ogni giorno possa strapparci la nostra identità, ciò che sentiamo o sappiamo di essere ?
E’ semplicemente impossibile!

   
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Ascoltami

La coscienza. Si dirige verso una certa meta, ma le si presentano ostacoli di diverse tipologie, durante il tragitto. La coscienza, rappresentabile in molti modi, nei vari contesti (anche come un grillo parlante in Pinocchio), è anche coscienza di se stessi, che alla fine voglio chiamare “consapevolezza di ciò che si è” = consapevolezza della voce che ci spinge verso una certa meta. Bisogna semplicemente ascoltarsi, far tacere i nervosi rumori fuori, e ascoltarsi. Con coraggio. Perché forse, in fin dei conti, non siamo altro che l’energia stessa che ci dà la direzione. Coscienza come tematica strettamente connessa a quella dell’ etica, termine che, non a caso, derivante da “ethos” (ἦθος) in greco, originariamente significava "il posto da vivere". Non siamo quindi poi troppo imprecisi quando parliamo, in modo generico, di una direzione “giusta”da percorrere.
Nel corso del tragitto della vita, verso quella che al momento ci sembra la meta migliore, tutte le esperienze che facciamo, uditive, olfattive, tattili, divengono il bagaglio che ci portiamo in spalla, e che condizionerà senz’altro il nostro prossimo passo. E proprio questo è il processo di arricchimento, di crescita e di individuazione, che ha inizio al momento della nascita, quando l’individuo viene a contatto con la realtà esterna. È già da ora che ci incamminiamo a formare noi stessi, continuando poi nel perpetuo tendere alla realizzazione del sé. E se per sé intendiamo “la voce della nostra coscienza”, allora cresciamo, giorno dopo giorno, tentando di ascoltare quella voce. Di ascoltarci.
Se volessimo parlare in termini scientifici, a mezzo delle parole di Jung (il più celebre fra gli allievi di Freud, ma anche il più lontano da lui grande personalità a cavallo tra fine ‘800 e l’inizio del secolo successivo occupatasi anche di questa tematica, nel suo interminabile lavoro di analisi) con parole un po’ diverse, scriveremmo che si giunge infine alla realizzazione di sé, quando “tutti i contenuti consci, inconsci e archetipici si fondano nell’unicità più intima dell’individuo”.
Da dividere nettamente, come sempre ho fatto, anche se non usando questi due termini junghiani, l’individuo, vera essenza, vera e propria identità, e la persona, che per Jung assume il significato proprio della mitologia greca, è cioè la maschera dietro la quale si nasconde l’attore che recita, la somma dei ruoli che ci attribuiamo e che gli altri ci attribuiscono. Questa distinzione è fondamentale, in quanto l’individuo, che rappresenta ciò che sta dietro alla persona, contiene anche i contenuti dissonanti con il ruolo svolto, che fanno parte integrante del proprio sé, solo se riconosciuti e accettati i quali, ci viene concessa la nostra “individuazione”.
La realizzazione del sé è un obiettivo difficile, al quale gli esseri umani giungono attraverso tappe di avvicinamento a volte molto dolorose; la prima è quella di riconoscere parte di noi anche la zona oscura, quella che per ragioni morali, etiche o razionali rifiutiamo, perché ritenuta socialmente inaccettabile (quindi essa diviene polo negativo, solo perché si è scelto a priori un dato punto di vista). Riconosciamo anche ad essa dignità d’esistenza ! Solo allora potremo partire nuovamente per ricostruire la nostra identità, abbandonando tutto ciò che non ci appartiene. Ognuno di noi ha vissuto l’esperienza di aver provato emozioni e di averle catalogate e respinte, come non congruenti all’interno della persona. Senza ricordarsi però dell’individuo. Mettiamoci bene in testa che sono parte di noi anche quelle emozioni. E quando noi le respingiamo non commettiamo forse un tradimento? Un tradimento verso noi stessi. Il peggiore. Che ci fa soffrire più di quello fatto alla persona amata, perché così siamo riusciti a perdere noi stessi, e ora cosa ci rimane? Come si fa a vivere, se non possiamo essere chi siamo? Potremmo solo barcamenarci come zombies senza nome, come creature insulse, ma cos’è l’uomo se non l’unione della carne e della sua identità??! Dobbiamo vivere per affermare noi stessi, questa è l’unica forza che ci rimane, soprattutto se siamo uomini senza Dio. In caso contrario bisogna giustificare a noi stessi che alcune cose sono solo nostre, altre ci sono state donate.
È inutile raccontarci storie, viviamo continuamente di disastranti contrasti. Vorremmo essere liberi di ascoltare sempre e comunque noi stessi, e tutte le nostre emozioni e desideri che emergono prepotentemente dal profondo, facendo ciò che sentiamo di voler fare, ma spesso, semplicemente, ci accontentiamo di una semischiavitù. Perché troppo pigri per scontrarci con l’altro, con gli altri, con la società, con regole che ci soffocano, ma che tutti seguono, e ci fa comodo averle già belle chiare, nero su bianco. Peccato che poi i conti si fanno col giudice più severo, che siamo noi stessi, e se non siamo noi ad andarci bene, che importa se andiamo bene soltanto agli altri? Sarebbe una vita insopportabile !
Tra l’altro Jung, per avvalersi dell’aiuto di un maestro di non modesta fattura in campo, prospetta scenari davvero inquietanti per chi tenta di sottomettere il proprio inconscio alla propria cosciente volontà, poiché esso in realtà si sottomette solo in apparenza. Lavora dall’interno come fa un giudice impietoso, sa  misurare tutti gli errori commessi, indifferente ai problemi morali, estetici e intellettuali, diviene pericoloso quando il nostro atteggiamento cosciente nei suoi riguardi è falso. La ricetta junghiana è di non reprimere noi stessi, il nostro inconscio nelle sue luci e nelle sue ombre, nella profondità e nella sciocchezza, noi non ce ne accorgiamo, ma la nostra coscienza è assai più diabolica e perversa. Sbagliamo quando le attribuiamo aspetto minaccioso, associando per convenzione non codificata la coscienza alla ragione, e l’inconscio all’irragionevolezza. Non è così!
In primo luogo, sopra ad ogni altra cosa, dobbiamo amare noi stessi, e accettare di essere creature complesse, con molte categorie diverse di stimoli, tra le quali reprimiamo alcune, perché condizionati dalle regole del “buon gusto”. Regole della chiesa, regole della decenza, della convivenza civile. Dobbiamo amare molto di più, sopra ad ogni altra cosa, noi stessi, e non queste regole, cercando sempre di sopravvivere ad esse, di non permettere il contrario. Ascoltandoci, capiremo ogni volta qual è il male minore, tradirci o tradirle, ricordando però che tradire noi stessi non è uno scherzo, e che possiamo incorrere in non trascurabili problemi di vario genere, prima psicologici, e poi via via di altro tipo, che da questi dipendono.

   
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Il tempo-uno

Non è certamente facile guardare il mondo da prospettive insolite. Alle volte pensiamo, in silenzio, che sarebbe già una significativa soddisfazione arrivare a capire se stiamo realmente parlando di qualcosa, se quando ci riempiamo la bocca di tante astruse parole, soprattutto quando parliamo di argomenti cos’ importanti, come del tempo, stiamo realmente evocando concetti con un qualche riscontro attendibile. Per le stradine sterrate della questione tempo si sono addentrati in molti, illustri filosofi, ma anche scienziati, fisici, proponendo possibili vie di fuga, per liberare le menti, dal naufragare intorno all’ entità convenzionalmente chiamata “tempo”.

Le mie fluttuanti idee, travolte dal flusso di coscienza, mi fecero approdare, già diversi anni fa, alla conclusione, semplice ma complicata, che forse infondo il tempo non esiste, e, anche se esistesse, non sarebbe un mio problema. Esiste solo lo spazio, con le sue intrinseche leggi. Il ciclo stesso della vita non è la traccia a matita che disegnavamo nel foglio da bambini, scandita da segmenti verticali, ma la morte fisica, tridimensionale, di alcune cellule vitali, e poi sempre più numerose. Abbiamo tutti semplicemente scritto in un cromosoma “game over”, legge del corpo, della materia, dello spazio. Se può aiutare ad organizzare le nostre finanze, misuriamo pure ogni alito di vita contando i granelli che passano da un imbuto di vetro all’altro. Ma consapevoli che si tratta di un’illusione funzionale alla società organizzata, che si affanna a rincorrere di giorno la notte e di notte il giorno. Io non posso che suddividere con altri metri il “mio tempo”, faccio sparire per magia il calendario, rimango sola coi miei pensieri e i miei ricordi, più vivi e “presenti” che mai.
Vorrei poter esprimere meglio il concetto di tempo-uno, per chi non ci ha mai pensato. Per farlo scelgo in primo luogo una prospettiva, ponendo davanti alla questione un soggetto, un protagonista che viva nel tempo-uno, nel tempo che non conosce “tic, tac”. È necessario avere ben chiaro che noi possiamo permetterci di dire che qualcosa esiste, solo rapportando il qualcosa alla nostra coscienza. Tutto esiste solo se si è coscienti che esista, altrimenti come faremmo ad essere certi che esista realmente?!
Fichte, l’iniziatore dell’idealismo tedesco, è stata per me una lettura illuminante, mi convinse subito con le sue affermazioni, già dalla prima lettura. Il contenuto, in parole mie, è premessa alle mie conclusioni: prima di qualsiasi possibile relazione, l’io deve porsi esistente, non può affermare nulla senza affermare in primo luogo la propria esistenza, in tal modo il mondo che vediamo, la natura, non può essere realtà autonoma, che precede lo spirito dell’uomo. E mi illuminò anche un secondo punto da lui affrontato: per un entità “Io” infinita dobbiamo intendere un “Io” libero ossia vittorioso sui propri ostacoli, privo di limiti, ovvero un uomo che lotta continuamente contro il limite, contro la natura esterna, la vita quotidiana, nel tentativo incessante di spiritualizzare le cose e se stesso, riuscendo così a giungere ad una natura plasmata secondo i suoi scopi e ad una società di esseri liberi e razionali.
Tutto questo per me, stava, e sta a significare, nella mia vita che il tempo cronologico, è, per come lo concepiamo noi, e per come l’abbiamo inventato, finito, ma l’essenza profonda di ciò che siamo non può essere fatta della stessa misura, non conoscendo un passato prima, un presente ora e un futuro poi, poiché tutto quello che c’è stato e tutto quello che ci sarà sono (=voce del verbo essere, tempo presente) nel tempo-uno, il tempo in cui il soggetto infinito è protagonista della storia, in quanto la vive, restando sempre se stesso. La premessa rappresentata da un Io, da me, che vivo da protagonista la mia vita, la mia storia è il primo punto importante da tenere presente quando si disquisisce sul tempo, me in quanto cosciente in primo luogo di me stessa e della mia identità, e di conseguenza di muovermi nel “mio tempo”. Il secondo ruolo più importante viene giocato dalle immagini, come ho sempre creduto e continuo a credere. Le immagini intese qui come frammenti di memoria eterni, potenti, che eternamente condizionano ogni e qualunque altro momento, tasselli da unire a formare un solo grande mosaico. Ma senza un prima e un dopo. Ma il divenire futuro già vissuto nel passato è già da allora delineato nella dimensione della coscienza di sè. Vero soggetto, protagonista della storia è ancora l’uomo, ricco, più d’ogni altro essere, della sua memoria, della consapevolezza di chi è, e delle immagini. Sono loro a permetterci di non pensare più come prima, e di sentire che la visione univoca precedentemente abbracciata non ci può più appartenere. Interiorizziamo la sostanza delle cose! spalancando con curiosità quei due occhi posti dietro la nuca, insieme agli altri due, altrettanto attenti, che guardano in direzione opposta. Solo così saremo sempre noi, per sempre, nel passato, che è presente in ognuno, e nel futuro che vivrà.

   
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