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L’Angelo e la Ragione
Cerchiamo di dare alle cose il loro vero nome: il peccato di Cartesio
é un peccato di angelismo; egli ha fatto della Conoscenza e del Pensiero
una Perplessità senza rimedio, un abisso di inquietudine, perché ha
concepito il Pensiero umano sul tipo del Pensiero angelico. Per dire
tutto in tre parole: indipendenza dalle cose, ecco ciò ch’egli ha
rivelato del pensiero stesso. L’attentato é del tutto spirituale,
e si perpetra al terzo grado dell’astrazione, - non interessa che
i maniaci dai lunghi abiti da pedante, quelli che si fanno rilegare
in pelle, come diceva di suo figlio il consigliere Gioacchino Cartesio?
- Tiene sotto la sua influenza alcuni secoli di storia umana, e dei
disastri di cui non intravvediamo la fine. Prima di mostrarne le conseguenze,
consideriamolo in se stesso, e proviamoci a rilevarne i principali
caratteri.
L’intelletto umano é, secondo l’ insegnamento di san Tommaso, l’ultimo
degli spiriti, e il più lontano dalla perfezione dell’Intelligenza
divina. Come lo zoofito segna la transizione fra due regni, così l’animale
ragionevole è una forma di passaggio fra il mondo dei corpi e il mondo
spirituale. Al di sopra di lui, in moltitudine innumerevole, fitti
come l’arena del mare, si allineano nelle loro gerarchie gli spiriti
puri. Sostanze pensanti nel vero senso della parola, pure forme sussistenti,
che indubbiamente ricevono l’esistenza, e non la sono come Dio, ma
che senza informare alcuna materia, liberi dalle vicende del tempo,
del movimento, della generazione e della corruzione, da tutte le dislocazioni
dello spazio, da tutte le miserie dell’individuazione mediante la
materia signata , concentrano, ognuno per proprio conto, più di consistenza
metafisica che tutta la razza umana insieme; ed esaurendo ciascuno,
tipo specifico da sé solo, la perfezione della propria essenza, e
perciò portati dal primo istante della loro creazione alla compiuta
pienezza delle loro possibilità naturali, integri per definizione,
gli angeli innalzano sopra il nostro capo un padiglione d’immensità,
un’ampiezza, infinita rispetto alla nostra, di stabilità e di potenza.
Trasparenti ciascuno al loro proprio sguardo, percipienti ciascuno,
e a fondo, la propria sostanza mediante se stessa, ed anche conoscenti
d’un solo slancio, e naturalmente Iddio, per analogia indubbiamente,
ma in uno specchio di splendore, il loro intelletto, sempre in atto
nei confronti dei propri intelligibili, non trae, come il nostro,
le sue idee dalle cose, ma le ha direttamente da Dio, che creandoli
le infonde loro; e con queste idee innate, che sono in lui come una
derivazione delle idee divine, l’angelo conosce le cose create nella
luce creatrice stessa, regola e misura di tutto ciò che esiste. Infallibili,
dunque, e anche impeccabili nell’ordine naturale preso separatamente
dal fine soprannaturale, autonomi, e a sé sufficienti per quanto creatura
può bastare a se stessa, la vita degli angeli, senza stanchezza né
sonno, è un fluire senza posa di pensiero, di conoscenza e di volere.
Penetrando con la perfetta chiarezza delle loro intuizioni, non già
nel segreto dei cuori, e nemmeno nel succedersi delle contingenze
future, ma in tutte le essenze e in tutte le leggi, in tutta la sostanza
di questo universo, conoscendo la forza e le azioni del fuoco, dell’acqua,
dell’aria, degli astri, dei cieli, e di tutti gli altri corpi, così
distintamente come noi conosciamo i diversi mestieri dei nostri artigiani,
essi sono, senza mani e senza macchine, quasi maestri e possessori
della natura, e possono, modificandolo secondo la loro volontà i movimenti
degli atomi, suonare con essa come una cetra. In tutto questo si tratta
di attributi della natura angelica presa in se stessa, indipendentemente
dalla sua elevazione all’ordine soprannaturale, e tal quale sussiste
negli spiriti caduti, come negli spiriti fedeli. Ecco il modello secondo
il quale un figlio della Turenna si mise un giorno a riformare la
mente umana.
. . .
Ripiegamento della mente umana su se stessa e indipendenza
della ragione dal sensibile, origine delle nostre idee, dall’oggetto,
regola della nostra scienza, dalle nature reali, termine immediato
della nostra intellezione, - intellettualismo assoluto, matematismo,
idealismo, - e finalmente scisma irrimediabile fra l’intelligenza
e l’essere, ecco dunque come Cartesio ha rivelato il Pensiero a se
stesso.
Sgorgata da una usurpazione dei privilegi angelici, tale denaturazione
della ragione umana, spinta fuori dei limiti della sua specie, tale
concupiscenza di spiritualità pura non poteva che andare all’infinito;
oltrepassando anche il mondo degli spiriti creati, doveva condurci
a rivendicare per la nostra intelligenza l’autonomia perfetta e la
perfetta immanenza, l’indipendenza assoluta, l’aseità dell’intelligenza
increata. Nonostante tutte le smentite e tutte le miserie d’un’esperienza
già sufficientemente umiliante, questa rivendicazione, di cui Kant
è stato il formulatore scolastico, ma le cui origini sono ben più
profonde, resta il principio segreto della dissoluzione della nostra
cultura e del male di cui l’Occidente apostata vuole morire.
La filosofia antica conosceva la nobiltà dell’intelligenza, e la natura
sublime del pensiero. Sapeva che presa allo stato puro, e liberata
da ogni condizione estranea alla sua nozione formale, essa non si
realizza pienamente che in Dio infinitamente santo. Sapeva che, se
l’intelligenza umana è l’ultima delle intelligenze, partecipa tuttavia
alla vita e alla libertà proprie dello spirito; che, se dipende dai
sensi, è per cavarne di che sorpassare tutto l’universo sensibile;
che, se dipende dall’oggetto che la misura, è per sgorgare in azione
spontanea e divenire tutte le cose; che, se dipende dall’essere che
la feconda, ciò è per conquistare l’essere stesso e non riposarsi
che in lui. Costa caro rigettare queste verità. Ciò che misura, come
tale, ha ciò ch’è misurato sotto la sua totale dominazione, gli impone
specificazione, lo tien legato e soggetto. Poiché non comprende più
la propria vita di spirito creato, il quale, nell’interiorizzare in
sé la misura sua, trova in tale sottomissione la libertà vera, e poiché
vuole per sé una libertà assoluta e indeterminata, è naturale che
il pensiero umano dopo Cartesio, rifiuti di essere misurato dall’oggetto,
e di sottomettersi alle necessità intelligibili. Libertà verso l’oggetto,
è la madre e nutrice di tutte le libertà moderne, è la più bella conquista
del Progresso che ci fa, per non essere da nulla misurati, egualmente
sottomessi ad una qualsiasi altra cosa. Libertà intellettuale che
Chesterton paragonava a quella della rapa; il che torna ancora a calunnia
della rapa, perché non è propriamente che quella della materia prima.
Così la riforma cartesiana non è solamente all’origine del torrente
d’illusioni e di favole gettate sopra di noi da due secoli e mezzo
da sedicenti chiarezze immediate; essa è responsabile, in non lieve
misura, dell’immensa futilità del mondo moderno, e della strana condizione
in cui vediamo l’umanità, tanto potente sulla materia, tanto accorta
e astuta nel dominare l’universo fisico, quanto indebolita e disorientata
davanti alle realtà intelligibili, alle quali l’umiltà d’una sapienza
sottomessa all’essere l’associava per il passato; per lottare contro
i corpi è attrezzata come un dio, per lottare contro gli spiriti ha
perduto tutte le sue armi, e le leggi senza pietà dell’universo metafisico
la stritolano beffardamente.
[Cartesio ossia l'incarnazione dell'Angelo in "Jacques
Maritain, Tre riformatori, Brescia, Morcelliana, 1964, II,
3, pp. 95-97 e II, 14, pp. 117-119]
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